(Fantasia rubata al vento d’una sera di Maggio)
Aveva una faccia magra abbiuita e devastata dalla raffica del suo indomabile pensiero. La fronte vasta, la corporatura snella, le mani bianche ossute venose. Gli vivevano gli occhi, d’una forza magnetica, nel lampo d’una febbre continua, nell’esasperazione tormentosa dell’Idea fuggitiva e ribelle.
Oh, la luce fredda di quegli occhi che non sapevano sorridere poichè non furono mai carezzati. Uno sguardo sottile, tagliente come la punta d’un diamante, che sapeva piegare e torcere e sfidare con la sicurezza d’un comando preciso.
Anche oggi, mentre cerco di fermare sulla carta il suo ricordo, riandando lungo i margini della memoria, io risento quel senso impreciso di timidezza che sempre, sempre mi tenne inchiodato davanti la sua persona a guisa d’un ragazzo.
Lo conobbi, anzi, lo vidi per la prima volta in una lontana sera d’autunno. Sopra una gran piazza parlava con una voce piena di brividi ad un’immensa folla agitata e convulsa. Muoveva le mani in un gesto ampio, calmo, quasi raccolto. E buttava le parole come frecce avvelenate, scagliava il pensiero con una rabbia minacciosa, con singhiozzi d’anima. V’era in lui, nel suo dire, nelle brevi pause d’ansimo, una violenza oscura e terribile che stringeva, trascinava, dominando superba quella moltitudine di uomini. Di là dalla piazza, oltre i campi ed oltre i monti, moriva il sole dietro una cascata di nuvole rosse. E la luce, agonizzando, l’avvolgeva in una fiamma d’apoteosi.
D’allora, da quella sera, la sua immagine mi si chiuse così entro il cervello. Poderosa come un fascio di nervi, solenne come una montagna di notte.
In appresso, mi dissero il suo nome, mi parlarono. Aveva insegnato per molti anni filosofia ed aveva abbandonata la cattedra costretto da un male tenace che sin da fanciullo era stato sempre latente nel suo debole organismo. Ora viveva solo, ritirato, quasi sconosciuto. Dotto, conoscitore vero della vita, pensatore robusto dotato d’una logica sicura, calda, serrata, simile alla pienezza dura d’un muscolo contratto, la sua produzione letteraria si riduceva a pochi volumi sull’analisi dello svolgimento religioso filosofico del Divino Poema, più uno studio sulle grandi correnti mistiche dell’Italia medioevale.
Aveva cinquantasei anni e si chiamava Arnaldo Montana.
***
Un giorno, dopo lunga decisione, salii nella sua casa. Una povera casa vecchia ed oscura in fondo alla periferia della città. Con il cuore che mi batteva, solo, confuso, stringendo nella mano un quaderno di poesie che volevo affidare al suo giudizio prima della pubblicazione, bussai incerto ad una porta.
Ora non ricordo più cosa dissi, cosa feci, come parlai.
Entrai. Sedetti.
L’uomo ascoltò senza guardarmi, senza chiedermi nulla, con la testa un po’ bassa. Una ruga gli s’incanalava nella fronte doppia come una cicatrice.
L’espressione del viso, la linea stretta della bocca, lo sguardo chiuso, torvo, me lo facevano sembrare un nemico. Allora io pensai all’altro, rividi quello che violentemente m’aveva scosso mentre parlava ad una tumultuosa massa nera che l’ascoltava muta e frustata.
È l’altro era più buono, era bello, aveva negli occhi ondivaghi una macchia d’infinito.
Quando finii di parlare, mi prese il quaderno, l’aprì. Lesse per mezz’ora. Nessun sforzo, nessun segno di fastidio. Tornò più volte su una poesia, “Meditazione”, e m’accorsi d’un moto d’impazienza come se cercasse qualcosa, qualcosa che gli sfuggiva, che non trovava.
Poi s’alzò. Mi chiese:
— Quanti anni avete?
— Diciotto.
— Ebbene — aggiunse con rimprovero — a diciotto anni si deve ancora studiare la grammatica ed il vocabolario anziché perdere tempo a scrivere versi d’amore. La vostra musa, poi, è anemica, è malata di nostalgia così come voi siete malato d’ambizione.
Nient’altro.
Non risposi perchè non seppi rispondere. Quella sua crudezza anche sincera, ma così aspra, mi fece molto male. Salutai. Uscii sfiduciato, inquieto. A casa piansi.
***
Eppure, dopo pochi mesi, io entravo non nella sua vita, perchè il suo spirito era un cerchio inviolabile, una gemma luminosa chiusa nella selvaggia libertà delle anime grandi, ma entravo nella sua amicizia, nella sua benevolenza, nella sua guida che poi doveva riempire del più bel ricordo tutta la mia giovinezza.
Come avvenne ciò? In un modo semplice, in un modo tanto semplice da non sapermelo nemmeno ora spiegare.
Una mattina l’incontrai nella strada e mi riconobbe subito. Fu quasi lui ad avvicinarmisi per primo, a stringermi la mano. Volle sapere cosa facessi, dove studiavo. Dopo ci avviammo assieme verso la Biblioteca per cercare un volume che gli occorreva e che raramente ancora: Le miroir de la Vie del Sizeranne.
Sul breve episodio di quella mia prima visita poco fortunata, non si fece nemmeno una parola.
Quando lo riaccompagnai a casa mi invitò a salire. E rividi le due camere piene di giornali, di riviste, di carte sparse in un ammirevole arruffio di disordine. Sulla sua scrivania c’era un grosso vocabolario ed un libro aperto.
Lessi: “Io e le belve”.
Tre giorni dopo tornai. Tornai ancora e fui contento; finchè tutte le sere, alle sette, varcavo la soglia della sua solitudine con una gioia viva nelle vene.
— Buona sera, Professore.
— Buona sera, ragazzo.
Mi chiamò sempre così: ragazzo. Infatti, allora, non potevo essere altro per lui che un semplice ragazzo a cui incominciava intensamente la fermentazione arida del pensiero. Un giovanetto che aveva sete di tutto, che cercava alle scaturigini del Bello una polla d’acqua limpida ed ascoltava raccolto, con adorazione, la parola del filosofo che aveva nella scatola cranica la virulenza creatrice del Genio.
Quando faceva bel tempo, la sera, si usciva uniti. Tra la folla, andando, mi parlava.
— Li vedi gli uomini? Sono i ragni che tessono la ragnatela velenosa della infinita umanità. Corrono, si precipitano, si affannano spinti dalla eterna e tragica lotta quotidiana verso una camminante bufera. Ma che vogliono, cosa cercano? Non lo sanno, non lo sapranno mai. Domanda loro: Perchè vivete?....
E ti risponderanno brutalmente, semplicemente: Viviamo perchè siamo nati. Ecco: Viviamo perchè siamo nati. E nessun ideale, nessun scopo, nessuna meta. Hanno tutti la testa per terra e le gambe per aria. E vanno avanti così. Illusi di poter salire, di poter giungere ad afferrare il miracolo delle vaganti stelle lontane.
Credeva in Dio e voleva bene ai bambini.
— Ma se penso che i bimbi si fanno grandi — esclamava — allora mi rattristo. Perchè col crescere essi diventano cattivi.
V'era in fondo al groviglio di quella sua calma sicurezza una specie di mordace pessimismo che però non fu mai odio.
— Ricordati — diceva — che tutte le notti va a letto un imbecille di meno e si sveglia un furbo di più.
Studiava sempre, non si stancava mai di leggere — Ed una volta che gli dissi: Come vorrei sapere tutto quello che voi conoscete — mi rispose quasi con tristezza:
— Non importa conoscere, basta avere la volontà d'imparare, basta sapere educare la mente per giungere a tutto. Io nulla ignoro; ogni dottrina, ogni scienza ho appresa. Eppure in certi momenti sento il bisogno di ritornare alla lettura infantile, di riaprire un libriccino di favole, di versi, per poter dare un po' d'oblio al mio spirito inquieto. Poichè il vetrìolo della realtà scientifica sa solo distruggere....
Gli piacevano le bestie e ne parlava con bontà.
— Non hanno il dono della comunicazione e perciò appaiono semplici mentre sono in verità, molto spesso, più logiche e più savie di noi. In loro possono succedere cose gravi e profonde, ma non le raccontano forse perchè ritengono da principio cosa inutile l'esprimersi. Io ricordo sempre un viaggio di quando ero giovane in un paese di montagna. Allora la rete ferroviaria non era estesa e perciò scesi in una cittadina di provincia ove fui costretto, per proseguire, prendere una carrozza. S'era in febbraio e calava la notte fredda, oscura, nebbiosa. Ci avviammo. Il nastro bianco della strada saliva, s'attorcigliava al gomitolo di un vecchio monte sassoso e poi ridiscendeva a volute, a curve, per dipanarsi nel piano. Ad un punto, dopo parecchie ore di cammino, si vide un lume, una lacrima sanguigna in una rozza casa di pastori. Scendemmo. Una vecchia sudicia e zoppa ci accolse con tanti inchini cerimoniosi, accese il fuoco e ci portò del vino. Il cocchiere bevve con avidità, con vizio, sino ad ubriacarsi. Non mi fu possibile fermarlo, ritrascinarlo fuori. Mi s'impose:
— O lei mi fa bere un'altra bottiglia, o io non mi muovo più.
— Ma ti fa male, comprendi?
— Non mi fa male, mi riscalda.
E vuotò l'altra bottiglia. E si riscaldò tanto che quando risalì a cassetta si tolse il lungo pastrano, biascicò una bestemmia e scosse fortemente le redini spaventando il cavallo. Allora io vidi i due pericoli che sovrastavano: la tenebra fitta e lo stato anormale dell'uomo avvinazzato. Nel cervello mi passò la vertigine del precipizio. Ed attesi. L'azione dell'alcool fu immediata e maggiore di quanto prevedevo. Il vetturino abbandonò le redini, perse la frusta, si rovesciò in un angolo, prese sonno. Così fummo salvi. Il cavallo si sentì libero, non subì la mossa falsa della guida, ebbe il morso sciolto. Ed io lo guardai e lo vidi fermarsi, rimanere un po' esitante e poi proseguire da sè, piano, sicuro, scegliendo la strada. Povera bestiola! Dissi: L'Animale, ora, guida l'Uomo. E non ebbi più paura.
V’era nella sua vita, nell’ombra buia del suo lontano passato, la storia d’un lungo amore infelice. Sì, anche lui come gli altri, come tanti altri, trascinava in fondo al suo terribile cuore il pianto d’una inguaribile tristezza. E il suo tormento era un breve nome di donna, era un soffocato urlo di desiderio verso una piccola bocca mai baciata, era una carezza aperta e ferma nelle mani stanche che attesero lungamente e disperatamente la felicità di poter stringere un biondo raggio di sole.
Mi raccontò un giorno mentre sedevamo accanto alla finestra e si guardava il cielo: uno specchio d’azzurro ed una galoppata di nuvole bianche, giù, in basso, lungo la linea dell’orizzonte, verso il mare.
— Era una bambina, capisci? Una bambina di quindici anni dagli occhioni dolci pieni di bontà e di sogno. Ma tanto semplice, ma così piccola che sarebbe stata un’infamia turbarla svegliandola con una parola o uno sguardo alla torbida vita. Si chiamava Anna e veniva da me il dopo pranzo con un abitino di tulle, stretto alla cintura da un gran nastro di seta celeste, a prendere lezioni di storia. Giungeva sempre sorridendo e salutava con una mossetta da donnina graziosa. Non le dissi mai nulla, non le feci comprendere mai con quanta poesia e con quanta tortura le sue mani piccine sapevano stringermi l’anima. Era un entusiasmo musicale di tutto il mio essere, un’ebbrezza che sorpassava ed aumentava qualsiasi motivo umano. Un giorno venne a salutarmi. Partiva, raggiungeva una zia a Roma ove avrebbe proseguito gli studi. Mi sembrò pallida ed imbarazzata da una strana inquietudine. Le dissi di non dimenticarmi poichè io l’avrei sempre ricordata. E non rispose. Abbassò la testa, fuggì via. Mi scrisse due volte. Una cartolina il giorno di Natale ed una lettera. Dopo cinque anni la rividi. Era cresciuta, s’era fatta più bella. Ed allora con una franchezza ed una temerarietà che mi stordirono, mi parlò, mi disse di soffrire molto, di amarmi, di amarmi tanto, da prima, da quando era una ragazzetta confusa ed impaurita. Che dirti? Fui felice. Una felicità intensa e sublime come la luce d’una precoce primavera. Corsi dai suoi, la richiesi. Ma essi sorrisero e rifiutarono. C’era disparità d’età, differenza di condizioni sociali: lei era nobile. Intanto seguitammo a vederci di nascosto, brevemente, quando poteva, appena le era dato deviare ogni sospetto. E si combinò di fuggire. L’avrei portata lontano, non ci saremmo lasciati più. Ma fu spiata, sorpresa mentre usciva di casa per raggiungermi. La rinchiusero. Io ebbi il trasloco. Cominciò così il mio vagabondaggio d’esilio nel suo ricordo che ha riempito d’affanno tutta la mia povera vita. Un assurdo, tu dirai, una sciocchezza, quasi, che la mia forza di uomo e la mia dignità di studioso avrebbero dovuto disperdere nella polvere delle cose finite. Eppure, vedi, questa specie d’oblio tante volte imposto al mio spirito dai scaltri ragionamenti, dalle acute osservazioni, non riuscii mai, mai a trovarlo. Forse perchè basta un semplice impulso, una lieve voce del cuore, per poter sempre distruggere, nella vita, ogni fredda formula di pensiero.
Dopo molto tempo la cercai ancora senza trovarla. Non restava altro che attenderla. E l’attesi. Ma non l’ho mai più rivista.
Il Professore Arnaldo Montana morì di paralisi una sera d’agosto. Io ero nella sua camera e piangevo.
Dalla finestra aperta il vento portò una foglia di rosa che casualmente, miracolosamente, si posò sulla bocca del morto. La bocca si chiuse, sorrise. Il primo sorriso su quelle labbra sempre strette dalla piega d’un torbido destino.
........ In una casa del Mondo, una sera d’inverno, una vecchia raccontava accanto al fuoco, ai nipotini irrequieti, una favola d’amore. E diceva d’una donna assai bella che aveva molto amato un uomo fuggito lontano. . . .
— Quando scendeva il crepuscolo — narrava la vecchia — e tornava nel cielo la processione luminosa delle prime stelle, la donna sedeva al balcone, prendeva una rosa e ne staccava tre foglie. Ad ogni foglia, affidandola al vento, diceva:
— Vai e recagli la vita che è la gioia d’amare.
— Vai a recargli l’amore che è la gioia di vivere.
— Vai e raccontagli che la morte è l’attenderlo perdutamente senza mai vederlo arrivare.
I bimbi ascoltavano attenti guardando la pallida vegliarda che recava nelle linee del viso una bellezza bianca, spirituale, purissima.
Chiesero:
— Come si chiamava quella donna?
— Anna.
Ed allora i piccini esclamarono contenti, in coro:
— Oh, nonna, aveva l’istesso nome tuo.
Ma la nonna non rispose. La sua favola d’amore, era la storia vera d’un dramma da lei intensamente vissuto.
***
Quale delle tre foglie di rosa si posò sulla fredda bocca di Arnaldo Montana? Quella che recava la vita, quella che recava l’amore o quella che recava la morte?....
New York
FRANCO LALLI




