Amore. — Gli innamorati non vedono nel mondo che se stessi; però dimenticano che il mondo li vede. (A. von Platen)
Donna. — L’uomo perdona e limen-tica: la donna perdona soltanto. (F. Ger-faut).
Nemico. — Tiene più posto un nemico nella nostra testa che non un amico nel nostro cuore. (A. Bougerard).
Avarizia. — L’avarizia è un continuo vivere in povertà per paura della povertà. (S. Bernardo).
Morte. — Sulla strada del cimitero si incontrarono due amici. “Addio”, disse il vivo al morto. “Tra poco”, rispose il morto al vivo. (Anonimo).
Fede. — Tutto quello che ho veduto, mi insegna a credere in Dio per tutto quello che non ho veduto. (Emerson).
Contrasti. — Spesso ride la bocca, ma il cuore non ne sa nulla. (Anonimo).
Mete. — Meglio zoppicare sulla dritta via che andare a cavallo su quella falsa.
Divisioni. — Il mondo è composto di due grandi classi: di quelli che hanno più pranzo che appetito e di quelli che hanno più appetito che pranzo.
Parallelo. — Quando un diplomatico dice “sì”, vuol dire “forse”; quando dice “forse”, vuol dire “no”; quando dice “no”, non è più un diplomatico. Quando invece una signora dice “no”, vuol dire “forse”; quando dice “forse”, vuol dire “sì”; quando dice “sì” non è più una signora.
Vendetta. — La provincia è la più grande nemica del teatro moderno. Una commedia che suscita delirio a New York, è accolta con entusiasmo a Boston, con calore a Los Angeles, con freddi applausi a Pittsburgh. A Filadelfia la zittiscono, a New Orleans la fischiano ed a Springfield (mille abitanti) non la lasciano andare in scena.
Due uomini con un solo ombrello. — Quando piove sul padrone, si bagna anche il servo.
Conclusione. — Il bacio è un reciproco accordo intorno ad una situazione che non ha più bisogno di essere discussa.
Se De Sica permette . . .
Nella sala di proiezione del “World” — dove nel 1946 venne alla luce la funesta gloria di “Città Aperta” e dove, da quei giorni memorabili, si tengono a battesimo quasi tutti i minestrioni che escono dalle bollenti pentole della moderna cinematografia italiana — ho visto la prime dell’ultimo capolavoro della cosiddetta scuola realista: “Ladro di Biciclette” diretto da Vittorio de Sica, un discepolo ed un rivale dell’altro emerito creatore di incubi: Roberto Rossellini.
È necessario dire subito che questo è un lavoro sul tipo delle tempeste: pieno di baleni, di raffiche e di schianti. Piove sul serio: nelle scene ed in platea, perché più d’uno si commuove e piange. Si tratta dunque di un poderoso film: ben messo assieme, ben diretto, ben diviso. È impossibile resistere alla violenza che esso comunica sin dall’inizio e con la quale, sin dall’inizio, trascina il placido ed innocente spettatore. Ancora più difficile dimenticarlo dopo che, per novanta minuti di seguito, si è assistito al furto di una bicicletta ed alla disperata quanto inutile corsa che il proprietario ed un suo figliuolo fanno lungo le vie di Roma per ritrovarla e salvare, così, un impiego di attacchino di manifesti. (Questo è l’intero soggetto del lavoro).
Tutti bravi, perciò: il capobanda e la truppa. E bravo, in particolar modo, Enzo Staiola, un ragazzo prodigio che aveva sei o sette anni quando il film fu girato e se dovesse addormentarsi sui teneri e freschi allori e non fare più nulla e trascorrere il resto dei suoi, auguriamoci, lunghissimi giorni nella beatitudine del riposo e dell’ozio, potrebbe sempre dire con orgoglio di aver dato il suo contributo e svolta la sua parte nella vita. Perché in questo lavoro egli ha creato qualcosa che nessun ragazzo al mondo potrà più ripetere. Nemmeno se il futuro emulo avesse i suoi occhi, il suo viso e la sua affascinante mimica.
Dato e concesso tutto ciò, ora, se Vittorio De Sica permette, vorrei dirgli perché il suo è un brutto film ed appartiene all’insidiosa categoria di quelle creature con dei magnifici corpi e delle scelleratissime anime.
Primo: perché l’ingiustizia sociale e la indifferenza del fato davanti al soffrire degli esseri umani — le due tesi, se ho ben compreso, di questo lavoro, ammesso che esso abbia delle tesi e dei significati — non si dimostrano col furto di una bicicletta e con le sfortunate vicende che si seguono in un solo giorno di pioggia e di disdetta nella vita d’un operaio povero. Presentare una moneta falsa che è in circolazione non significa dimostrare che tutto il sistema monetario di un Paese sia nelle mani dei falsari. Come l’infedeltà d’una donna non prova affatto che tutte le mogli siano fervorosamente impegnate in attività extra coniugali. Eppure le due cose sono vere e, quindi, di immensa importanza per gli esaltati realisti: la moneta falsa e la donna infedele.
Secondo: perché queste “mezze verità”, queste prospettive viste da un solo angolo, queste scene ritratte esageratamente e parzialmente, turbano l’animo dell’ingenuo ed ignaro spettatore ed offrono un fertile, rigoglioso terreno alla propaganda comunista. Che vi sia un’Italia povera, lacera, sporca, affamata e randagia, lo sappiamo e ci duole. Ma vi è anche un’Italia che sta risorgendo dalle rovine e dalle desolazioni della guerra: un’Italia che crede, che lavora, che non è barbara e corrotta, ma civile e buona; che oggi veste meglio, mangia meglio e produce meglio degli inglesi, dei francesi, dei tedeschi, dei greci, dei rumeni, dei russi, dei cinesi e dei quattro quinti dei popoli del mondo. Ma di questa Italia i realisti mai ci offrono un pezzettino, uno scampolo, una visione, un ricordo poiché nei loro tenebrosi cervelli la notte ha sempre più valore del giorno e la bottiglia che è metà vuota è per essi assai più eloquente ed affascinante della bottiglia che è metà piena. (Questa, in fondo, è la tragica filosofia di tutti i pessimisti). E perciò nei loro libri — come nei loro film e nei loro quadri — si insiste nel presentare e mettere in vendita la merce avariata: pezzenti e prostitute, uomini senza fede e donne senza amore, sangue e pianto. Il Museo delle Sconfitte!
Terzo: “Ladro di Biciclette” è un brutto film perché, nonostante i diplomi e le medaglie che gli hanno appuntato sul petto le accademie internazionali, non possiede nessuna arte, se per arte deve ancora intendersi sentimento, bellezza, poesia, luce e pensiero. La sua odissea si svolge su un piano esclusivamente fisico: un viaggio attraverso la società romana (la casa di un’indovina, un comizio politico, una chiesa, un bordello, un Monte di Pietà, Trastevere e l’opprimente miseria dei bassifondi) che un esperto fotografo ritrae con una serie di scene. Da questa raccolta di immagini, da questo album del cattivo gusto, vengono fuori ad uno ad uno “i tipi”: le marionette vestite di stracci che i rabdomanti della moderna cinematografia scelgono con un diletto speciale ed una fremente passione verso tutto ciò che è brutto, che è orrido ed è patologico.
Vi sono degli individui i quali possono vedere la vita soltanto dal di fuori; di conseguenza, soltanto dal di fuori la descrivono e la ritraggono. Questi sono i realisti, gli storiografi del nostro tempo: Raffaelli senza mani, interpreti senza cervello e senza anima. Forse perciò hanno successo: si trovano in buona compagnia, intonati all’ambiente, in un mondo che va appunto perdendo la testa ed il cuore.
Ecco anche spiegato perché nei loro libri come nei loro quadri, nei loro film come nei loro lavori teatrali, tu non trovi mai nulla di vivo e di palpitante, nessuna alba che ti avvolga come una fiamma e come una fiamma ti riscaldi o magari ti bruci. Nulla che vibri dentro al petto e — particolare ancora più importante — dalla parte sinistra del petto.
È un materialismo grezzo, pesante e fosco che sta abbrutendo e soffocando il mondo.
***
QUANDO siamo usciti fuori, dalla sala del World, a New York pioveva come a Roma; e forse per non bagnarsi o per toglierci d’addosso i tristi occhi di quel ragazzo che correva affamato e stanco dietro la folle disperazione del padre, siamo entrati nel “bar” del Taft, a pochi passi, e ci siamo messi a sedere ad uno dei massicci tavoli di quercia, tra i lampadari e gli specchi, in questo ritrovo che ha uno strano e sconcertante aspetto (qualcosa tra la cantina ed il refettorio dei conventi medioevali) e dove la sera, verso le sei, arrivano in cerca di riposo e di oblio — perché anch’essi camminano per le strade ed hanno molto da dimenticare — gli uomini più ricchi della metropoli e le donne più belle del mondo.
I camerieri in giubba bianca ci han servito scotch and soda, la diabolica e celestiale bevanda con la quale gli inglesi conquistarono gran parte del mondo, nei lieti giorni in cui il vento spingeva le vele ed il sole mai tramontava sul serraglio di Sua Maestà Britannica.
E l’ambiente era dolce e riposante; e le donne — come accade con la musica sinfonica — si sono messe a ridere sempre più forte e sempre con maggiore insistenza gli uomini hanno incominciato a chiamare i camerieri perché riempissero i calici vuoti.
Allora io ho detto:
— Se ora venisse De Sica ad osservare questa scena, farebbe subito un film dal titolo: “Ecco l’America!”
Ma questa non è affatto l’America, pur essendo una parte ed una realtà dell’America d’oggi. E questa gente che parla, che ride, che mangia e sta bene, è composta di tutti ladri di biciclette o di uomini e di donne a cui il fato, un giorno, rubò la bicicletta. Ma poi pazientemente, tenacemente — e soprattutto con molta fede — essi seppero ritrovarla ed anche sostituirla con l’automobile, con l’aeroplano, col “yacht” che li porta a passeggio per le vie del mare.
Quindi ho guardato il bicchiere che avevo davanti, sul massiccio tavolo di quercia. No, non era metà vuoto; era, ringraziando il cielo ed alla barba dei realisti, ancora metà pieno . . .

