Feuilleton  ·  1947–1951  ·  Italian

Le voci delle campane


CreatorFranco Lalli
Date1947–1951
SourceDivagando
TypeFeuilleton
LanguageItalian
Il Testo / Full Text

Stalin ha compiuto settant’anni ed in tale circostanza i fedeli gli han fatto pervenire, da ogni parte del mondo, auguri e doni.

I comunisti italiani hanno inviato una Alfa Romeo (costo: cinque milioni di lire) e quelli francesi (non so se perché più poveri o più intelligenti) una bicicletta; i seguaci ungheresi hanno offerto un telefono ammaestrato che suona l’Internazionale invece del solito campanello, mentre il capo d’una tribù indiana del Nord America ha mandato una specie di manifesto umiliante per il firmatario (il quale deve certo aver dimenticato il fiero spirito dei suoi avi) ed osannante, nel contenuto, “al maggiore dei guerrieri ed al capo di tutti i capi”.

Questi — e svariatiissimi altri — gli omaggi e le offerte degli adepti, degli iniziati, dei discepoli che stanno maturando alla critica dell’economia politica ed all’estasi della redenzione economica.

Ma il dono augusto per imponenza e per eccellenza è stato quello della Cecoslovacchia. La Cecoslovacchia ha offerto al Nume di Mosca la sua più bella montagna: la Gerlachovka che è alta circa quattromila metri, ha le cime tempestose ed è sempre coperta dall’immacolato candore delle nevi.

Questi sono i regali e le gentilezze (altro che biciclette!) che Stalin maggiormente gradisce: le montagne, i fiumi, le isole, le frontiere, le città con tutta la gente che vi sta dentro. Egli va matto per simili raccolte e se non gliele offri durante i genetliaci, se le va a prendere da sé con l’assistenza dei vari Vishinsky, Gromyko, Molotov e Bulganin. L’anno scorso, ad esempio, aggiunse alla vasta collezione del Kremlino non so quanti fiumi e monti cinesi. Né sembra ancora pago e arreso alla divorante brama, perché se gli nomini il Tamigi, la Senna, il Tevere, il Mississippi, gli vedi i due occhi orientali con la spaccatura delle castagne riempirsi d’un vagante e sospiroso languore.

Ora io credo che debba trattarsi d’una vera mania giacché per quanto si possa amare la natura, gli alberi, la solitudine, ed anche possedere uno spirito da anacoreta, è impossibile andare a prendere una montagna e farne una cosa propria, di sicuro possesso, mettendola — diciamo come un albero — davanti o dietro la casa. E per quanto si sia poeti e romantici, è maggiormente impossibile prendere un fiume e farlo scorrere nel tuo giardino per sentire, anche la notte, il musicale passaggio delle acque. Ed allora perché essere presi da questi ardenti e insensati desideri? D’accordo: casi patologici. Ma purtroppo con due o tre di questi matti affamati di foreste e di deserti, di paesi e di città, c’è da vivere in un perenne stato di allarme e di guerra.

di FRANCO LALLI

Il genetliaco, quest’anno, è coinciso (o l’hanno fatto coincidere) con l’arrivo del capo dei comunisti cinesi, Mao, il quale è stato accolto con grande pompa ed ha presentato a Stalin “gli auguri e la fedeltà di 450.000.000 di compagni”.

E mentre le campane di Mosca annunciavano l’anniversario della nascita e la collezione delle nuove teste cinesi, le campane di Roma annunciavano l’apertura dell’Anno Santo: una raccolta assai più vasta e simbolica di quella russa perché formata di viva e vibrante fede, di spiriti liberi, di uomini e donne del mondo che non riconoscono il Vangelo dell’“uomo-massa” proclamato con tanta superbia da uno scrittore bolscevico: “Noi siamo stati i primi a strappare veramente la veste della Storia”!

Né l’America restava assente dal fervore d’una sì gagliarda settimana perché nel giorno di Santo Stefano si univa anch’essa ai festosi scampanii degli altri popoli con l’annunzio che il Dr. Einstein (un altro sommo collezionista, ma costui di stelle e di pianeti e rivoluzionario soltanto nei concetti) aveva finalmente trovato la chiave maestra per aprire la serratura dell’Universo e rivelare ai nostri attoniti occhi i misteri che ci circondano. (La metaforica chiave l’avrebbe ottenuta per mezzo della geometria della quarta dimensione).

Da uomo serio e da onesto studioso, Einstein ci avverte di non aver potuto confrontare — per delle difficoltà di ordine matematico — la nuova scoperta con l’evidenza degli esperimenti; ma siccome disse la stessa cosa quando annunciò la teoria della relatività (che quarant’anni dopo ebbe la più spettacolosa conferma nello scoppio della prima bomba atomica) è da presumere che anche questa volta sia preciso nei calcoli e sicuro delle ipotesi.

Einstein è stato definito “uno degli otto uomini della Storia che hanno compreso e svelato l’Universo”. La sua teoria tende a riunire tutti i fenomeni fisici in un solo concetto. Una specie di teologia scientifica (l’unità nella molteplicità) a cui le religioni sono arrivate da innumerevoli secoli, ammettendo e riconoscendo il concetto di Dio: il sommo Fattore “che muove il sole e l’altre stelle”.

Egli è un autentico genio: ha la visione dei profeti e l’illuminismo dei filosofi: e che stia per giungere davanti all’altare (dove si inginocchia l’umile campagnuolo) per dirci che il movimento della piuma d’un pulcino è in relazione diretta ed in equilibrio con tutto il Creato, ci sembra di tale immensa importanza da farci del tutto dimenticare il piccolo e satrapo Mao, recatosi in Russia con un cappottone foderato di pelo ed una raccolta di 450.000.000 di cavoli.

I Manoscritti / Original Typescripts · 1 foglio