Questa è la storia d'una giornata — 26 Dicembre 1947 — che nel calendario Cristiano segna la ricorrenza e l'apoteosi di Santo Stefano:
L'Ufficio Metereologico aveva annunziato che durante il giorno avremmo avuto la neve. Ma una visita frettolosa, un passaggio senza orma. E questo fu il più solenne dei fallimenti nel campo dei calcoli e delle previsioni atmosferiche.
Il cielo era grigio e sornione come un gatto in agguato davanti alla buca d'un topo. La neve incominciò a cadere soffice, larga, fitta: in pochi minuti coprì le strade, i tetti, i cappelli della gente che passava tracciando sulla scena strane visioni di fantasmi.
Ma tutto procedeva in ordine, calmo, assai bene; e nulla lasciava prevedere una nuova pagina nella storia dei grandi disastri.
Alle due del pomeriggio le donne — creature di estrema audacia sotto il sole, nelle spiagge e nelle feste da ballo, ma di debolissimo spirito nei periodi di conflitto tra il cielo e la terra — erano quasi tutte scomparse dalla circolazione. In Broadway la ricerca dei taxi era così disperata che ogni macchina veniva presa d'assalto da dieci anime smarritesi nella tempesta. In Times Square i giornalai decisero di chiudere bottega ed in Fifth Avenue i negozi si fecero improvvisamente vuoti.
Alle tre New York non parlava più: forse per la prima volta sin dai giorni lontani della nascita, la sua voce potente, metallica, oceanica, taceva del tutto, sostituita da un silenzio immenso ed attonito. Fu allora che le menti si fecero inquiete e ognuno incominciò a realizzare — sebbene ancora vagamente — l'importanza ed il significato di tutti quei sacchi di farina che dei mugnai veramente impazziti rovesciavano con tanto gusto e con tanta indifferenza sulla metropoli presa, di sorpresa, nella trappola.
Alle quattro era impossibile camminare, le automobili erano state abbandonate nelle vie, i treni e gli autobus avevano sospeso servizio. Per passare da una strada all'altra occorrevano i cani di San Bernardo.
Alle cinque l'invasione dal cielo proseguiva il suo corso secondo la strategia non compresa dall'Ufficio Metereologico, e sempre con un'abbondante riserva di materie prime a propria disposizione. Bloccata e respinta da ogni parte, la folla si diede a prendere d'assalto gli alberghi, i cinematografi e le chiese, pronta ad innalzare dovunque una tenda e trascorrere la notte. Alle sette i telefoni funzionavano soltanto in pochi settori; ma dovunque restava la luce elettrica come unica superstite della scienza sul trionfo della natura.
La tormenta ebbe ufficialmente fine alle 9.10 di sera, lasciandosi dietro un record che ha battuto perfino quello, famosissimo, del 1888: novantanove milioni di tonnellate di neve avevano letteralmente sepolta New York.
Il gigante formidabile ed imbattibile era stato finalmente vinto ed ora giaceva — atterrato ed inutile come un giocattolo rotto — nel completo abbandono della paralisi bianca.
Ma non erano stati vinti né minimamente deviati nell'ordine delle loro faccende, gli uccelli del parco accanto alla mia casa che il giorno dopo cantavano festosi nel sole, più allegri del solito, come se si divertissero a vedere gli uomini così preoccupati per un nonnulla.
