Il parroco non si potrebbe lamentare del suo gregge d'anime se non fosse per Adalgisa, una ragazza del paese già madre di cinque bambini. Decide un giorno di andarla a trovare.
— Figlia mia, le dice, voglio aiutarti a regolare la tua posizione. Chi è il padre del primo figlio?
— Ernesto, il calzolaio — rispose Adalgisa.
— E del secondo?
— Ernesto, il calzolaio.
— E del terzo?
— Ernesto, il calzolaio.
— E del quarto e del quinto?
— Sempre Ernesto, il calzolaio, risponde Adalgisa.
Il parroco comincia a sperare: "E questo Ernesto", chiede, "è sposato o scapolo?".
"Scapolo".
Il parroco è raggiante: "Ebbene, allora, perchè non vi sposate?"
"Le dirò, reverendo", risponde Adalgisa. "Non è il mio tipo".
(Auguriamoci che questa solerte Adalgisa non trovi mai il "suo tipo". Perchè allora chissà cosa combinerebbe!)
Il console americano a Lisbona vedeva capitare ogni mattina nel suo ufficio un profugo, timido e gentile, che chiedeva sempre ansiosamente: "C'è qualche possibilità per me di emigrare nel vostro meraviglioso paese?"
Una volta, oppresso da centinaia di richieste analoghe e per di più stanco per una notte senza sonno, il console, per levarselo di torno, gli rispose rudemente: "Per ora è impossibile, tornate fra dieci anni".
Il profugo sorrise umilmente e uscì senza dir nulla; poi, come colto da un'idea improvvisa, si riaffacciò alla porta e chiese con timidezza:
"Di mattina o nel pomeriggio?".
Amami poco, ma amami sempre
Ho terminato di leggere “The Last Attachment” (L’Ultimo Legame) che Scribner ha pubblicato e messo in vendita al prezzo di cinque dollari. È un libro con delle ricette d’amore: come perdere la testa, andare in estasi, provocare il destino, arruffare la matassa e ritrovarci col cuore in bancarotta. Il prezzo non mi sembra esagerato visto che un altro famoso ricettario, “Il re dei cuochi” (più utile e più caritatevole, d’accordo) costa, nella nuova edizione, su per giù lo stesso: $4.25.
La storia di questo “Last Attachment” fu scritta in Italia settantasei anni or sono. Si tratta delle lettere d’amore che Lord Byron mandò alla Contessa Teresa Guiccioli. Lettere che — rimaste tanto tempo nascoste in una casa patrizia e gelosamente protette dalla curiosità del pubblico — la Marchesa Iris Origo ha spolverate, rimesse in buon ordine, cucite assieme ed offerte col suggestivo titolo che vi ho già detto.
I lettori conoscono questa storia che occupa uno dei posti d’onore negli annali degli scandali celebri. Lord Byron conobbe a Venezia, nella primavera del 1819, la giovanissima Contessa riprodotta nel libro con un ritratto di John Hayter: i capelli inanellati cadenti sulle spalle ed il viso d’una bambola un po’ insipida che, inchinandosi, perde il fiato dallo stomaco e dice “Mammà”. Egli aveva trentun anni: era fuggito dall’Inghilterra, aveva lasciato la moglie e stava sciupando con molto entusiasmo un cospicuo patrimonio ereditato da uno zio. Lei ne aveva diciannove: da poco uscita da un convento, si era sposata al Conte Alessandro Guiccioli, un bizzarro ed eccentrico signore di Ravenna più vecchio d’una quarantina d’anni.
Tutt’e due — Teresa e Byron — erano bellissimi; ma in particolar modo lo era lui che recava per il mondo uno dei più perfetti e classici profili che abbia mai avuto una razza.
Egli doveva possedere, oltre la bellezza, anche qualche diabolica arte per affatturare le allodole perché Thomas Moore ci offre nelle sue Memorie questo brano:
“Oggi sono stato da Lady Mildmay alla quale ho dato a leggere il manoscritto di Lord Byron. Abbiamo chiacchierato a lungo. Ella mi ha svelato il timore che aveva di incontrarsi in società con Lord Byron; e la confusione che l’invase un giorno che si fermò a parlare con lui in un corridoio. Il cuore le batteva così forte che le parole le si aggrupparono in gola. Mi ha anche detto che l’imbarazzo non era soltanto dovuto alla profonda ammirazione per il grande ingegno del poeta, ma al suo strano modo di guardare: con un furtivo sott’occhio che lasciava colpiti e disorientati.”
di FRANCO LALLI
Egli dovette, indubbiamente, dare anche a lei la scossa del “sott’occhio” perché Teresa gli si andò ad accovacciare vicino come fanno le pollastre quando vedono il falco ed in meno d’una settimana erano amanti. Byron la seguì a Ravenna ed a Bologna; quindi — resi audaci dalla propria passione e dall’altrui indulgenza — trascorsero oltre un mese (tutta una luna piena!) nella villa che il poeta possedeva a La Mira. Scoppiò lo scandalo. Prima andò il padre di lei a protestare ed a lagnarsi; poi si presentò — era l’ora! — il marito che pazientemente la prese per mano come si fa con i ragazzi discoli e la ricondusse a casa.
A Ravenna — durante la penitenza — Teresa ammalò.
“Ritornerò a te, egli le scrive, e farò ciò che tu vorrai. Non posso dire di più.”
“In queste due parole belle in tutte le lingue, ma maggiormente seducenti nella tua — “Amor mio” — sta racchiusa la mia vita.”
Lei smania colpita dalla doppia febbre del corpo e dello spirito, lo chiama disperata e lui prepara le valigie, lascia Venezia e si presenta — era la vigilia di Natale — nella vecchia casa di Ravenna dove, a quanto pare, fu accolto con molto ossequio. Anzi, per non perdere tempo andando sotto e sopra, si stabilì addirittura nello stesso palazzo occupando — con i servi che si recava sempre dietro — un appartamento al secondo piano. Che vi si trovasse bene e non avesse alcuna intenzione di muoversi, lo confessa chiaramente in un’altra lettera:
“Non ho deciso ancora nulla. Potrò fermarmi una settimana, un anno ed anche tutta la vita”. Tanto si sa che bisogna macinare finché piove e cogliere i fiori finché le rose fioriscono. Ma le oche che vanno troppo per la cucina restano infilate allo spiedo ed un bel giorno questo strano e pacifico marito che guardava e non vedeva — o vedeva e non capiva — si svegliò pieno di furore e ti fece una scenata in grande stile che riempì di ingiurie e di allarme il vecchio palazzo di Ravenna. Pare che scoprisse le lettere di amore in un cassetto; e pare pure che tornando a casa, in una fragrante sera di maggio, trovasse Byron in compagnia, come sempre, della moglie. Ma non era già familiare con spettacoli di questo genere? Eppure — sorprese e misteri dell’animo umano — si rivestì di autorità e ti mise drammaticamente alla porta il poeta inglese. Lei scappò, spaventata, a chiedere protezione al padre. Il quale — un altro bel tomo — non solo l’accolse in casa, ma dopo poco mandò anche una supplica al Papa (che era Pio VIIo.) chiedendo un decreto di separazione per la figlia che “non poteva vivere più a lungo con un marito così esigente” (Io credo che se avesse cambiato l’aggettivo e scritto “così minchione”, avrebbe avuto più diritto di ottenere quel che domandava in nome, soprattutto, della verità).
Da questo punto in poi, l’incantesimo si spezza e l’idillio è interrotto. Essi continuano a giurarsi amore e fedeltà “fino alla morte”, ma noi sappiamo che non si deve mai tenere gran conto delle promesse degli innamorati e della vigna. Da quella memorabile sera di maggio, infatti, la storia lascia i fioriti sentieri del sentimento e si incammina lungo le comuni e logore strade della vita. Teresa fa perfino ritorno al consorte, il vecchio ed enigmatico Conte Alessandro; ed il cigno inglese ripiglia il volo e va a posarsi in Grecia con le piume sempre in bell’ordine e con la tecnica del “sott’occhio” che continua sempre a funzionare. In Grecia, colpito da una malattia, muore.
La Marchesa Origo fa fare, con questo suo libro, una brutta figura a tutti: agli amanti ed ai personaggi che accompagnano la serenata: padre, marito, congiunti ed amici. E rende un pessimo servizio all’arte che non ha nulla da guadagnare con delle lettere che — né ispirate né immaginose — offrono un campionario senza colori, senza poesia, spesso anche grossolano.
Come resero un cattivo servizio all’arte tutti i collezionisti che frugando negli archivi del Tempo ci regalarono l’epistolario di Balzac, di Victor Hugo, Lamartine, Ruskin, Poe, Dickens, Shaw. Non vi sono che due artisti i quali seppero scrivere delle lettere d’amore veramente belle (e non già alle donne che essi amarono, ma a quelle che crearono con la fantasia) e questi artisti sono Foscolo e Goethe. (Del primo sono belle anche le lettere vere, quelle ad Antonietta Arese). Tutti gli altri escono da questi “fatti personali”, da questi segreti del cuore, guasti e malconci: ridicoli come Morgan che corre dietro al cappello portatogli via dal vento o come il re che — durante una solenne cerimonia — lascia di corsa il trono perché è stato colpito da un dolore di pancia.
La ragione è ovvia: il pubblico che ha applaudito il brillante attore nella parte che egli ha saputo creare, non lo vuole poi rivedere, in maniche di camicia, mentre divora, affamato, una coscia di pollo.
E che gli artisti non sappiano amare, che amino, cioè, disordinatamente e impetuosamente, è altra verità nota e stranota. Ma chi sa amare? Chi conosce, nella vita, la luminosa saggezza, la paziente economia dell’amami poco, ma amami sempre?

