In un giorno di febbraio del 1943, ad una delle riunioni settimanali con la Stampa, il Presidente Roosevelt presentò ai numerosi giornalisti raccolti nella sala una donna che rappresentava la rivoluzione: Madame Chiang Kai-shek. (Così è stata sempre nota in America e nel resto del mondo, ma il suo nome è Mei-Ling che significa — nel fiorito e simbolico linguaggio orientale — “Bella Vita”).
Ella vestiva tutta di nero ed aveva sul petto, ricamato in oro, il disegno di due ali: emblema delle Forze Aeree cinesi di cui era allora comandante in capo. Snella, con due grandi occhi oscuri, i capelli lisci divisi in bande che le stringevano le tempie ed intagliavano il caratteristico volto asiatico, Madame Chiang Kai-shek si alzò in piedi e rispose con un inchino all’omaggio dei giornalisti che l’avevano salutata con un applauso. Disse di non avere mai provato alcun timore ogni volta che si era spinta fino al centro della guerra lungo il fronte cinese; ma in quella circostanza — notando le matite e le penne stilografiche ed i taccuini nelle mani di tanti “cronisti del nostro tempo” — avvertiva se non un senso di sgomento, certo di imbarazzo. “Però — aggiunse con molta grazia — vedo anche dei sorrisi sulle labbra e non posso ingannarmi: mi trovo con degli amici”.
Vi fu un altro applauso. Madame Chiang Kai-shek fece un nuovo inchino e poi si mise a sedere. I giornalisti le rivolsero la prima domanda:
— È vero, secondo le voci che circolano, che la Cina non fa un completo uso di tutti gli uomini e di tutte le forze umane che sono a sua disposizione?
La donna che era la più popolare Ambasciatrice che una Nazione abbia mai avuto, tornò a rialzarsi:
— Noi facciamo uso dei nostri uomini in base alle armi di cui disponiamo. Non possiamo avere, per ogni fucile, più di due braccia. Il vostro Presidente ha detto che il bisogno maggiore che abbiamo è quello delle munizioni. La Cina ha abili aviatori, ma non ha né aereoplani né benzina.
— Cosa si dovrebbe fare per far giungere al vostro Paese gli aiuti che necessitano? — domandarono i rappresentanti della Stampa.
Madame Chiang Kai-shek rispose che il Presidente Roosevelt era passato attraverso tante crisi ed aveva risolto tanti problemi che si poteva; con fiducia, chiedere a lui un consiglio del genere.
Avendo, con molta abilità ed intelligenza, evasa la domanda e passata ad altre mani “la patata calda” che le sue non potevano accogliere, la donna cinese si rimise a sedere col disarmante ossequio delle creature orientali.
Il Presidente Roosevelt — non meno maestro ed edotto nella sottile arte diplomatica — prese la patata e la passò, a sua volta, verso mani maggiormente enigmatiche ed invisibili.
— Vi sono molte difficoltà — egli disse — ma l’America sta tentando di superarle. Se fossi un membro del Governo cinese, anch’io chiederei impaziente: “Perché non ci aiutano?” Come membro del Governo degli Stati Uniti, non posso che rispondere: “Al più presto possibile e secondo il volere del Fato”.
I giornalisti, rivolti di nuovo verso di lei, insistettero:
— Ha null’altro da dire?
Sì, aveva qualche altra cosa da dire: un proverbio. E Madame Chiang Kai-shek si rialzò.
— Iddio aiuta tutti, ma ha una speciale predilezione verso coloro che prima aiutano se stessi.
In tal modo si concluse una elegante schermaglia tra due dei maggiori diplomatici che allora si muovevano sul teatro della guerra; ed entrambi — con grande tatto ed innata destrezza — ne erano usciti vittoriosi.
Da quei giorni, che ormai sembrano così lontani, fino a ieri, che già sembra così inutile, i discorsi, le conferenze, gli articoli e gli appelli di Madame Chiang Kai-shek hanno avuto la monotona insistenza dei versi del Corano che ripetono, alla fine, quel che hanno detto all’inizio: “Bisogna inviare aiuti — Bisogna salvare la Cina — Bisogna salvare la Cina — Bisogna inviare aiuti”.
Ma un tragico fatto ha travolto lei ed il suo Paese; di anno in anno più patetica e stanca si è fatta la sua voce; e sempre più disperata, con poche speranze di salvezza, è apparsa la sua causa.
Che l’America abbia rivelato verso la Cina spirito di cordialità e di alleanza, che si sia unita alla sua lotta, che le abbia fatto pervenire immensi aiuti, è fatto indiscutibile ed ammesso anche da coloro che criticano la politica estera di Washington. E che la Cina fosse disorganizzata, divisa entro se stessa, incapace — come disse nei giorni scorsi il Segretario di Stato Acheson mettendo le carte in tavola al National Press Club — di tracciare ed eseguire un vasto programma di rinascita economica, è un’altra innegabile verità.
Ma a noi non interessano gli elementi politici e militari che oscurano il quadro cinese. A noi interessa la figura di questa donna eccezionale e forse unica nel mondo moderno: una donna che nata tra gli agi d’una ricca famiglia, educata per lunghi anni in uno dei migliori collegi di America, cresciuta per adornare con il suo ingegno e la sua bellezza il nome di una vecchia casa patrizia, di botto lascia ogni cosa, si associa alle rivoluzioni ed alle guerre e trascorre — per oltre trent’anni — una vita intensamente drammatica: dorme sotto le tende, combatte sopra i monti, sfiora pericoli e congiure, organizza la resistenza, corre da un Paese all’altro invocando soccorsi.
Ella indubbiamente ignorava un simile burrascoso futuro quel giorno del 1917 in cui — fanciulla vaga e sorridente di ritorno dall’America — a diciannove anni incontrò a Scianghai il soldato Chiang Kai-shek che aveva già indossato la tunica del rivoluzionario e raccoglieva intorno a sé i primi patrioti. Entrambi arditi di giovinezza e di sogni, si innamorarono impetuosamente e vollero sposarsi in fretta, nonostante i vari ostacoli sociali e religiosi — egli non era, come lei, di fede cristiana — rendessero quanto mai difficile una simile unione. Da Scianghai passarono a Nankino e qui, per la prima volta, ella respirò l’infiammata atmosfera della guerra. Vide anche per la prima volta la povertà, l’abbandono, il vagante e infinito dolore della sua gente. Un’altra donna avrebbe forse esitato e sentito — nel brusco passaggio — gli insidiosi richiami della memoria, i bei ricordi freschi di immagini e di colori che volavano — come api in un giardino — intorno all’abbandonata casa paterna. Non lei. Lei doveva amare immensamente — e, certo, più di quanto credesse — il soldato dalla tunica dell’insorto perché sposò anche la sua causa, i suoi ideali, e si unì per sempre alla sua vita come l’onda è unita al mare e l’albero alla terra.
Fu allora, in quei giorni di Nankino, che morì la dolce e gentile Mei-Ling, la fanciulla che aveva di orientale soltanto il volto e leggeva Browning e declamava i versi del “Paracelsus”: I see my way as birds their trackless way — I shall arrive! (Come gli uccelli che vedon le vie senza tracce, io so la mia strada . . . Arriverò!...) Morì Mei-Ling e nacque Madame Chiang Kai-shek, la donna che doveva prendere nelle sue mani il destino di milioni di uomini e trattare partite di vita e di morte con i soldati ed i diplomatici internazionali.
La settimana scorsa ella ha lasciato l’America per andare a raggiungere il marito che sta accendendo da solo le ultime micce e difendendo l’ultimo forte. Un telegramma dell’United Press da San Francisco diceva che era arrivata colà, dopo un burrascoso viaggio in aereoplano, “assai stanca e pallida in viso”. Perché bisogna sapere che Madame Chiang Kai-shek è da lungo tempo malata e vaga senza trovare pace né per il suo corpo che è esausto né per il suo animo che è deluso.
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