Rileggo ciò che ho scritto e sono assalito da un dubbio: è proprio vero che il nostro secolo sia più loquace e chiariero degli altri che l'hanno preceduto? Si dirà: “Basta aprire una radio...”
Ma per uno che parla alla radio, migliaia di persone — e, alle volte, anche milioni — devono star zitte per poter ascoltare colui che sta chiacchierando. Ed ecco, quindi, che si ristabilisce l'equilibrio: vaste zone di silenzio e di raccoglimento si aprono davanti al diluvio oratorio.
Ciò prova — ancora una volta — come tutto sia relativo al mondo. Il riferire, cianciare, strombettare è stata sempre una caratteristica dei popoli. Si abusa delle parole per il fatto che la produzione è sempre superiore alla domanda: quindi il prodotto è a buon mercato.
Ne' io credo che si possa — con un giudizio definitivo della storia — dare in tale campo un primato assoluto alle donne, come tende a sostenere una diffusa e popolare credenza. Se dobbiamo prestar fede alle vecchie cronache, anche gli uomini han saputo compiere stupefacenti prodigi. Nel 484 sessanta monaci ebbero recisa la lingua da re Unerico e dopo poco tempo... “riprincipiarono a predicare con più enfasi ed ardore di prima”. Si narra che la stessa mutilazione subì Leone III, eppure questi continuò, imperterrito, “a parlare sino alla morte”.
Antonio Guadagnoli — un popolare e faceto poeta toscano morto verso la metà del secolo scorso — attribuisce, invece, alla lingua delle donne, tutti i malanni che possono piovere addosso ad un misero mortale. In una delle sue satire egli narra d'un marito e d'una moglie — due contadini: Maso e Mea — i quali una sera, sul punto di coricarsi, hanno un litigio tra loro. Maso lascia aperto l'uscio di casa e Mea sospetta che egli l'abbia fatto apposta per sgattaiolare in cerca di un'altra donna. Il marito nega e giustifica e dice che forse un colpo di vento può averlo forzato ed aperto; quindi pazientemente — onde interrompere la discussione — si avvia per chiuderlo. Ma poi si ferma e pensa di castigare la moglie per il suo ingiusto sospetto.
Torna indietro, si rimette a letto e corre tra i due un patto: chi per primo parlerà, dovrà scendere ed andare a serrare l'uscio, causa di tanta discordia.
La vicenda si complica e sbocca nella farsa. Un casigliano, rientrando, vede le luci spente e l'uscio spalancato. Il dubbio dei ladri balena nella sua mente e si mette a chiamare, ad alta voce: “O Maso! O Mea!” Quelli non possono rispondere per via della sfida che hanno tra di loro e quindi restano con le bocche chiuse. Il silenzio allarma maggiormente il contadino il quale, fattosi coraggio, entra in casa, accende una lucerna, si avvicina al letto e vede la coppia rigida, muta, ma con gli occhi aperti.
Si spaventa, crede che un accidente li abbia colpiti e corre a svegliare il curato perché dia l'assoluzione.
Ora si galoppa verso il grottesco. Il sacerdote accorre, benedice i due giacenti balordi e li esorta a lasciare i loro beni alla Chiesa. Maso ascolta e non fiata; ma Mea — quando sente che il buon curato la invita a donare anche il letto ai poveri — balza a sedere sul medesimo e grida: — “No che ci ho rifatto il guscio!” — “Oi, serra l'uscio!...” — esclama il marito.
Tutto finisce, poi, con un lauto pranzo goduto da Don Gabriello in lieta compagnia. Il poeta termina dicendo:
... con gli anni perdon le donne il fior di gioventù, la beltà, i denti, i femminili inganni, la salute, i capelli, la freschezza, le grazie, il buon umor, gli scherzi gai... ma in quanto a lingua non la perdon mai!
