Vi sono tre cose che gli uomini si accaniscono a difendere fino all'assurdo: le virtù delle loro mogli, l'infallibilità dei loro orologi e l'intelligenza dei loro cani. Tutti gli uomini che hanno una moglie dicono: — Una donna rara! — Tutti gli uomini che hanno un orologio dicono: — Spacca il minuto! — Tutti gli uomini che hanno un cane dicono: — Non gli manca che la parola! — Anche quando sanno che la moglie è piena di difetti, l'orologio non è mai preciso ed il cane è stupido come un'ostrica.
Ciò premesso, eccovi una bella storia.
Tutte le sere, verso le otto, appare in uno dei viali del Central Park un vecchio signore in compagnia d'un cane. Il cane porta in bocca il cappello del signore e gli cammina accanto, passo passo, dandogli la destra. Tre sere di seguito li abbiamo attesi allo stesso posto e li abbiamo visti passare, puntualissimi, alla stessa ora. Il caso ci ha interessati.
Il signore veste di nero, cammina con la testa alta della gente di dominio, ha una grossa spilla alla cravatta ed un bastone, col manico d'argento, appeso al braccio. Il cane è vecchio, di razza comune, senza alcuna aristocrazia di linee o d'aspetto. Il pelo è rossiccio e gli arde negli occhi una strana fiamma gialla come quella che hanno i gatti dopo il sonno. Sarà certo nato da un incrocio, da un'avventura stradale.
Passano tutti e due silenziosi ed indifferenti in mezzo alla curiosità del pubblico. Sono avvezzi alla notorietà. Non curano la massa.
Questa sera il signore s'è improvvisamente fermato davanti al nostro sedile ed ha detto al cane: — “Dammi il cappello”. Il cane s'è girato col muso, lui ha preso il cappello, se l'è subito messo in testa, ha un po' accomodata la cravatta, ha fatto passare il bastone dal braccio alla mano ed ha ripreso il cammino. Avanzava sola, dall'altra parte del viale, una vecchia signora tipica nel suo abbigliamento antico, con uno di quei cappelli a cuffia dell'ottocento legati sotto la gola da un nastro nero. Si sono incontrati. Lui le ha fatto un profondo saluto scoprendosi ed inchinandosi. Lei ha sorriso. Nulla più. Tutte due han proseguito per la loro via. Dopo dieci passi, il signore s'è ritolto il cappello e l'ha rimesso in bocca al cane. Il muto e fedele cameriere l'ha accolto imperturbato; senza muovere coda.
È solo allora che la storia è nata dei nostri cervelli, nel lieto giuoco della fantasia.
Egli è certo un nobile decaduto che vive in una vecchia casa di New York, nei pressi del Central Park. Tutto il giorno se ne sta solo, chiuso, lontano dal frastuono e dalle cose della metropoli che più non gli appartiene e più non comprende. La sera, dopo il pranzo, chiama il cane — l'unico servitore che gli resti — esce e si incontra con lei nei viali del parco. Con lei che è della stessa razza, della stessa epoca e dello stesso mondo che fu suo.
Due vecchi amici? Due vecchi amanti? E quell'incontro è casuale oppure voluto e preparato per rimettere in scena le dolci memorie del tempo antico?
Il cane, certo, lo saprà. Ma gli uomini dicono che ai cani intelligenti manca appunto la parola!
