Un ottimo articolo pubblica Domenico Porzio su Axel Munthe, lo scrittore svedese morto ultimamente, a Stoccolma, all’età di 92 anni. Munthe era intimo amico di Re Gustavo e viveva nello stesso palazzo reale, ospite del monarca che a sua volta è un eccezionale ed . . . impenitente vegliardo. Assieme avevano anche fatto, tempo fa, una scommessa. Munthe disse a re Gustavo: “Io ti sopravviverò riuscendo a superare i cento anni”. “Accetto — aveva risposto il re — poiché sono convinto di batterti”. Un altro famoso e resistente campione si era subito associato — con un telegramma — alla gara: George Bernard Shaw che ha novantacinque anni, non mangia carne ed ha invitato al suo funerale tutte le bestie: le pecore, gli agnelli, i buoi, i maiali, i conigli, le galline. “Dovranno seguire la bara e rendermi un commosso tributo — ha scritto Bernard Shaw — se non altro per riconoscenza, non avendo io mai assaggiato la loro carne”.
Di questi tre illustri campioni della lunga vita, è morto per primo — perdendo la scommessa — il medico svedese. Perché Munthe, oltre che scrittore, era anche un illustre medico.
Sono pochi coloro — scrive Porzio — che non conoscono “La storia di San Michele”, il libro che diede a Munthe una celebrità mondiale, pubblicato in più di sessanta edizioni e che solo in Italia si è ristampato trenta volte. Munthe fu una singolare figura. La passione per la letteratura fu senz’altro secondaria a quella che ebbe per la medicina, giacché fu medico valentissimo, e secondaria fu pure al suo amore per l’isola di Capri, dove acquistò un vecchio convento sul quale costruì una sontuosa villa, e all’amore per gli animali. L’unica cosa che non perdonò mai a re Gustavo furono infatti le battute di caccia all’alce alle quali il monarca si dedica ogni anno. In difesa delle bestie il dottor Munthe scrisse pure un libro non molto noto: “Libro antico di uomini e di bestie”.
Chi, arrivato a Capri, ha fiato per salire i settecentosettantasette scalini che dalla marina portano ad Anacapri, può visitare la villa di Munthe, oggi divenuta museo, e vedere le innumerevoli statue, colonne e mosaici, raccolti dallo scrittore: fu in questa atmosfera solare e pagana che egli prese a scrivere la storia autobiografica di “San Michele”.
Axel Munthe era nato il 31 ottobre del 1857.
Compiuti in patria i primi studi, si trasferì alla Sorbona di Parigi e si iscrisse alla facoltà di medicina: fu uno studente attento e preciso, tenuto in gran considerazione dai suoi professori. Ma, come egli narra in San Michele, un viaggio a Capri compiuto ancora da ragazzo, gli aveva messo nel sangue una febbre per l’isola: quella luce mediterranea e vulcanica, il mare d’inchiostro, le colonne tronche della villa di Tiberio, la voce degli isolani, il colore della terra favolosa, lo chiamavano disperatamente verso il sud. Era l’eterno richiamo del Mediterraneo sui nordici, che per Munthe assumeva una cadenza assai più violenta. Lavorò a Parigi per guadagnare abbastanza denaro da comprarsi un pezzo dell’isola: come medico della regina Sofia di Svezia, e più tardi, a Roma, di principi e di prelati. La sua attività professionale gli procurò in Francia onori ed onorificenze, compreso il nastro della Legion d’Onore. Poi, disgustato da alcune malevolenze, se ne andò in Italia dove scrisse i suoi primi libri.
A Capri iniziò a costruire la sua casa famosa: ma non interruppe la professione ed aprì uno studio a Roma in piazza di Spagna ed un ambulatorio per i poveri. Nella capitale italiana ebbe altrettanta fortuna che a Parigi: il bel mondo romano lo ebbe come consulente e medico di fiducia. Passava tutte le estati a Capri nella casa che man mano si faceva sempre più ricca ed ambiziosa e nella quale egli sperava di poter finire i suoi anni e gustarvi tutta intera la luminosa purezza del cielo.
Invece una lenta maledizione parve abbattersi sull’uomo che aveva disotterrato mosaici e capitelli che il tempo aveva nascosto sotto terra per secoli. Sugli occhi del nordico innamorato del sole e della luce, cadde lentamente l’ombra. L’insonnia o altro gli minarono la vista: una grave fotofobia lo costrinse a lungo a vivere chiuso all’ombra delle sue mura, con le finestre serrate contro il sole. Da queste meditazioni fatte nel chiuso delle sue stanze, nacque il lungo e romantico colloquio con la morte sul quale si impernia la “Storia di San Michele”. Il libro fu terminato nel 1928 e fu variamente interpretato dalla critica: senz’altro non si tratta di un capolavoro, cioè di uno di quei libri necessari ed esclusivi per la storia degli uomini, ma è certo il diario di una commovente passione: un’offerta semplice, un documento umano che merita di essere ricordato a lungo. Axel Munthe è morto quasi cieco: lo scrittore che si era battuto perché gli uomini non uccidessero gli uccelli, che aveva ottenuto dal governo italiano una legge che vietava la caccia a Capri, che non poteva sopportare che si accecessero le allodole perché cantassero, è stato quasi accecato da un insana bile male e non ha potuto così rivedere la luce del cielo di Capri al quale aveva dedicato la vita.
di FRANCO LALLI
Sul suo tavolo di lavoro ha lasciato incompiuti i primi capitoli di un nuovo libro dal titolo assai indicativo: La tragedia della vecchiaia.
