Feuilleton  ·  1947–1951  ·  Italian

L’Ambasciatore racconta...


CreatorFranco Lalli
Date1947–1951
SourceDivagando
TypeFeuilleton
LanguageItalian
Il Testo / Full Text

Jefferson Caffery, ultimamente sostituito nelle sue funzioni di Ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi, durante i tre anni del suo soggiorno nella capitale francese, era divenuto uno dei personaggi più noti della società perigina.

Narra in “Tempo” Gianni Granzotto: Jefferson Caffery era “ambasciatore” dal cappello alle scarpe, con un’aria di vecchio “gentleman” che ha lasciato il castello avito per darsi a quell’amabile occupazione che è la politica. Portava gilet di lana, candidi o paglierini, che tutta Parigi si segnava a dito. Era dinoccolato ed austero, ma amava la buona tavola e le storie allegre. In quel repertorio alla moda che sono gli aneddoti dei salotti parigini, si attribuiscono a Jefferson Caffery due delle più divertenti storielle raccontate quest’inverno ai balli dell’Opera e ai ricevimenti del “faubourg” St. Honorè.

Il primo è un aneddoto, per così dire, cinematografico. Si riferisce ai film psicoanalitici, che sono oggi di gran voga. Una bella signora è stata per l’appunto a vedere uno di questi film e, incontrandosi con un’amica, cerca di raccontargliene la trama. Ma la narrazione è intricata, e la signora non sembra aver capito gran che di quel che ha visto. Per togliersi d’imbarazzo, riassume così all’amica le sue impressioni: “Cosa vuoi che ti dica, mia cara. È un film formidabile, ecco tutto.” E l’altra: “Ma insomma, non sai dirmi di che si tratta?” “Sono cose che non si possono spiegare”, dice la signora. “Ma per darti un’idea di quel che è questo film, ti dirò che se non l’avessi già visto, una prima volta, lo andrei a vedere una seconda”.

L’altro aneddoto. Tre americani del Dakota si incontrano. Gli americani del Dakota sono come i francesi di Marsiglia: amano l’esagerazione. Parlano delle loro mogli, e delle cure dimagranti che stanno — tutte e tre — facendo. “La mia”, dice il primo, “è talmente dimagrita che ormai può farsi i vestiti con le mie cravatte”. “Questo non è nulla”, dice il secondo. “A mia moglie, dopo un mese di cura, è successo questo: stava prendendo un bagno, ha urtato con il piede nella catenella del tubo e vi è scomparsa dentro”. Il terzo taceva. “E tua moglie?” gli chiesero: “è dimagrita?”. “Io che la vedo tutti i giorni non me ne accorgo”, rispose. “Ma ieri stavamo mangiando delle prugne, e le accadde di inghiottirne una con il nocciolo. Dopo mangiato, uscì per fare delle commissioni. Un’amica la incontrò per strada, la squadrò dall’alto in basso e tutta sorpresa le disse: ‘Felicitazioni, signora. Non sapevo che stavate aspettando un bambino’”.

Quest’ultima storiella è vecchia di svariati secoli. Si trova in una “Raccolta di facezie” del diacessettesimo secolo ed è attribuita a non ricordo più quale esile e trasparente regina. Mastro Valerio della famosa “Tribuna Transatlantica” di Chicago tornò a ripeterla, adattandola (non si parlava di prugne, bensì del nocciolo anche più umile e piccolo d’una ciliegia) e dandole come protagonista Eleonora Duse che si trovava, in quei giorni, a New York.

“L’attrice è così magra e delicata che durante una cena a Venezia, dopo aver inghiottito sbadatamente il nocciolo d’una ciliegia, esclamò: — Mio Dio! . . . Mi sembra di essere prossima a divenir madre . . .

Noi facemmo leggere la storiella alla Duse, durante una visita che fece alla redazione del “Corriere d’America”; ed ella ne rise di cuore, aggiungendo:

— Ma questa l’ho narrata io, tanto tempo fa, dopo averla sentita raccontare sul conto di Sarah Bernardt.

E la catena continua...

I Manoscritti / Original Typescripts · 1 foglio