Se si fa eccezione dei grandi pirotecnici della lirica — Omero, Virgilio, Dante, Shakespeare, Milton, Goethe — la più bella poesia esistente al mondo è stata scritta da giovani al disotto dei trent’anni e la più bella prosa da uomini al disopra dei cinquanta.
Ciò stabilisce, in ogni letteratura, l’irrefutabile verità che per essere un buon poeta bisogna possedere molti sogni e per essere un buon scrittore bisogna averli quasi tutti perduti. A vent’anni, infatti, si crede, si spera, si ama, si è pronti a conquistare il mondo. Ed in questo stato di ebbrezza e di esaltazione si scrivono fiammanti e sonanti versi. A cinquant’anni, invece, si guardano e si contano le ferite, si crede poco, si spera meno e non si sogna più. Il mirifico attore, insomma, si ritira, abbandona la scena per passare — taciturno e ambiguo come un gatto — ad un ruolo diverso: quello dell’osservatore e del critico. È allora che la prosa si trasforma ed acquista il succo e la gustosità dei frutti ben maturi.
I più grandi virtuosi dello stile — Manzoni, Flaubert, Macaulay, Thomas Huxley, Carlyle, Emerson, D’annunzio, Anatole France — rimasero a pulire, limare, correggere e perfezionare la loro prosa con una pazienza ed una disciplina che soltanto l’età può supplire.
Le donne invece — forse perché romantiche e sognatrici, capacissime di cadere ad un uomo tutt’e due gli occhi e poi morirgli, disperate, tra le braccia — non conoscono in questo campo limiti o differenze di stagioni; e possono scrivere versi a qualsiasi età: da quindici a ottant’anni.
Nel reparto della poesia esse posseggono un cantuccio — quello del sentimento — dove si rivelano vere maestre per la musica, i colori, le immagini e gli effetti che ne ottengono. Alcuni di questi gioielli di ottima fattura ci sono stati lasciati dalla Dickinson in America e da Annie Vivanti in Italia.
I lettori ci chiedono con insistenza — e noi le andiamo pubblicando — le poesie di Ada Negri, la maestrina che fu, all’inizio, una ribelle ed entrò nel regno della Musa solo per inveire contro le ingiustizie sociali. Ma poi, calmata si, e rappacificata dai cieli notturni, dalla cantilena delle acque, dagli occhi dei bimbi, dal pianto delle madri, trovò e cantò una poesia più umana: quella che interpretava il dolore di tutte le sue sorelle sparse per il mondo, dalla prima alla quale Gesù un giorno chiese: “Donna, perché piangi?”
Ada Negri è morta, ma il legame continua, l’eredità si tramanda, ed oggi le giovani figlie la leggono e l’amano come un giorno la lessero e l’amarono le loro madri.
Ci ha fatto pensare a tutto ciò una lettera giunta dall’Italia con delle poesie che sono state scritte in un villaggio — e pure da una maestrina. Noi non conosciamo la poetessa né ella ci rivela nulla di sé oltre il nome: Silva Mara Marchetti. Uno dei lavori è un piccolo ed impressionante quadro: un dramma magistralmente racchiuso in pochi versi. Parla delle stragi che compivano le “S.S.” (la milizia nazista) e dice
Metallico passo rimbomba
nell’aria stupita, assolata.
La morte s’avanza fasciata
di piombo.
Singulta d’orrore inumano
la madre nell’alba, ch’è d’oro.
— “Mia piccola, taci!” — Ma loro
col piombo
recidono fiori e bambini.
Si colma di corpi la valle.
D’intorno, davanti, alla spalle,
c’è piombo.
Certo sarebbe lieta e compiaciuta anche l’altra maestra, Ada Negri, se potesse leggere la poesia di questa giovane maestrina.
