Un mio buon lettore, entusiasta del breve cenno che tempo fa feci, in questa pagina, sulla figura di Giovanni Giolitti, mi manda un lunghissimo articolo di ricordi e aneddoti giolittiani, raccolti a cura di Sandro De Feo.
Giolitti morì poco più di venti anni or sono, nell'estate del 1928. Aveva ottanta anni. Morì solo, sconfitto, amareggiato, mentre i nemici trionfavano ed intorno a lui fioriva tutto ciò che egli non aveva mai amato e, in certo senso, mai compreso: il militarismo, il nazionalismo, la violenza. Tuttavia egli ebbe — in comune con i veri leaders ed i grandi statisti — la virtù di essere preparato ad ogni sorpresa e di non meravigliarsi mai di nulla. Perciò chiuse gli occhi e si ritirò dalla vita come si era ritirato dalla politica: quietamente, senza baccano e senza proteste. Eppure una cosa lo stupirebbe, se oggi dovesse, per un breve istante, tornare in vita: vedere quanta nostalgia ha lasciato il suo nome e quanto rimpianto vi sia per un governo come il suo che — alla distanza di un quarto di secolo — appare avvolto come dalla luce d'un ideale.
In Italia, infatti, i più appassionati seguaci, chiamano De Gasperi “il Giolitti della nuova democrazia italiana”; e le sinistre sono gelose di tale encomio.
Né minore sarebbe la meraviglia dell'uomo di Dronero, nel constatare la solida posizione che si è assicurato persino nel campo degli intellettuali che un giorno gli negavano il diritto di citare Dante alla Camera.
Ma ora che Croce l'ha riverito nella “Storia d'Italia” e Proust l'ha ricordato nelle sue grandi memorie, nessuno del gruppo dell'“intelligentia” oserebbe più dir male di lui.
“Quasi presagendo — scrive Sandro De Feo — che il cammino della sua esistenza stesse ormai per giungere alla fine, Giolitti manifestò il desiderio di lasciare ai suoi cari una immagine di sé che non fosse quella delle fotografie correnti, ma il lavoro di un artista intelligente e onesto. Suo genero, l'ingegner Dino Chiaraviglia, ne parlò all'amico Fausto Vagnetti, un pittore che allora insegnava presso l'Accademia Romana di belle arti, e costui non solo accettò subito l'incarico, ma non nascose la soddisfazione vivissima che gli procurava un invito così lusinghiero. Fausto Vagnetti era ed è un socialista nel senso più italiano e leale della parola, dal modo di pensare e di parlare al modo di vestire, fino al taglio dei capelli e della barbetta sale e pepe.
Pur sapendo che Giolitti, malgrado il suo progressivismo, era fondamentalmente un liberale e non un socialista, egli non cessò mai dal nutrire il più sincero rispetto per quell'uomo così acuto e, nonostante tutto, così onesto e, così fine. Sicché l'artista e il suo modello fin dal primo giorno si compresero e si aprirono l'uno all'altro. Durante i due mesi che durarono le pose, un giorno sì e un giorno no, i due nuovi amici conversarono di molte cose, liberamente e, come si dice, col cuore in mano, e la fiducia reciproca, il piacere di sentirsi compresi l'uno dall'altro, il socialista mancato che fu Giolitti dal socialista liberale che è Vagnetti e questo da quello, andarono man mano aumentando sino a diventare intima e persino scherzosa cordialità. Vagnetti la sera, rientrando a casa dopo il suo lavoro di alcune ore nell'appartamentino di Giolitti in via Cavour, annotava minutamente e coscienziosamente le cose che aveva udito e talvolta anche quelle che egli aveva dette e che avevano provocato le reazioni del grande uomo.
Un giorno Giolitti gli disse: Nel maggio 1915, quando fu chiaro a tutti che io mai avrei receduto dal sostenere la tesi della neutralità italiana, Antonio Salandra, capo del governo, mi fece sapere che aveva desiderio di parlarmi: ed io risposi che sarei andato volentieri da lui. Infatti in uno dei pomeriggi successivi, in seguito all'appuntamento fissato, uscii di casa e mi diressi, solo e a piedi, verso via XX Settembre per recarmi da lui che abitava fuori di Porta Pia. Durante il percorso ero stato seguito, senza che me ne fossi accorto, da un tale che aveva il compito di assassinarmi. Un agente di polizia, notato il suo atteggiamento sospetto, lo trasse in arresto. Io, ignaro di tutto, giunsi puntualmente a casa di Salandra. L'attentatore, richiesto delle ragioni del suo indugio a colpirmi, aveva risposto che in seguito al quadro fattogli della mia persona pensava di trovarsi a tu per tu con un essere dall'aspetto sinistro e dal contegno sospettoso; viceversa aveva visto un uomo tranquillo uscire di casa solo, camminare serenamente con passo normale per le vie di Roma, salutato con rispetto dalle persone che incontrava: di conseguenza era rimasto molto perplesso, cominciava a farsi strada nel suo cervello che la vittima designata non fosse la mia persona, e gli era mancato il coraggio di togliermi la vita. Seppi più tardi che l'arrestato era un sicario, armato di pugnale e pistola, mandato sui miei passi da persona alla quale dava molto fastidio il mio atteggiamento.
“Parlando dei suoi rapporti col Re era naturale che Giolitti toccasse il punto della crisi più acuta di tali rapporti, che si verificò nel corso per l'intervento italiano nella prima guerra mondiale: “Il 10 maggio ebbi una chiamata dal Re per mezzo del ministro della Real Casa, e mi recai da lui puntualmente. Mi disse che desiderava conoscere il mio pensiero preciso sulla guerra scoppiata da alcuni mesi tra gli imperi centrali e la Francia e sulla eventualità della nostra partecipazione al conflitto. Gli ripetei ciò che costituiva la mia convinzione in proposito e che ormai era divenuto di pubblico dominio per la divulgazione fattane dalla stampa quotidiana. A un certo punto del nostro colloquio, mi domandò quali erano le mie previsioni sulla durata della guerra dopo la nostra discesa in campo; ed io, pur premettendo che non ero profeta, affermai che non si sarebbe conclusa in meno di tre anni. Il Re fece allora un gesto di contrarietà e rispose che in tre mesi gli imperi centrali sarebbero stati liquidati. Io riconfermai il mio pensiero soggiungendo che ero al corrente della quarantennale preparazione guerresca della Germania e della enorme quantità di armi e di armati che già possedeva, oltre che della sua poderosa attrezzatura industriale. Quando fui convinto che il Re era deciso a proclamare la guerra, tacqui, pensando ai sacrifici che avrebbe dovuto sopportare la nazione; e il colloquio ebbe termine. I fatti mi dettero ragione.
Quelli furono giorni assai tristi per Giolitti. Insultato nei giornali, nelle vie, al suo arrivo alla stazione. Fu appunto alla stazione che un giorno fu accolto da un centinaio di studenti al grido prolungato e assordante di “Abbasso Giolitti”, tanto che egli disse a un certo punto: “E va bene, abbasso, abbasso Giolitti. Ma perché ora non gridiamo tutti insieme: Viva l'Italia?”. E gli altri così fecero, dando modo a Giolitti di allontanarsi.
Quando la guerra fu dichiarata, Giolitti lasciò Roma per tornarsene a Cavour: “Partito da Roma e arrivato a Pisa verso mezzanotte, trovai a quella stazione una dimostrazione di folla ostile che mi accolse con fischi e urli. Poi quella amministrazione comunale mi tolse la cittadinanza onoraria che mi era stata conferita alcuni anni prima, in seguito ad un mio speciale interessamento per le finanze di quella città. Giunto a Torino, presi un auto e con quel mezzo mi recai a Cavour. Al mio arrivo fui accolto da una folla fittissima che silenziosamente, senza emettere un grido, mi accompagnò fino a casa e poi si sciolse. Era l'assenso di quella cittadinanza alle idee che avevano informato la mia azione in quella circostanza. Ancora una volta aveva voluto dimostrarmi il suo affetto e la sua solidarietà”.
Giolitti non tardò a dimenticare le amarezze di quei giorni e certamente non se ne ricordava più quando il Re lo chiamò, verso la fine del maggio del 1920, per affidargli l'incarico di formare il governo. Quella era senza dubbio la sua rivincita, ma egli la considerò soltanto come un servitore leale del paese che viene richiamato in servizio.
