Feuilleton  ·  1947–1951  ·  Italian

La culla abbandonata


CreatorFranco Lalli
Date1947–1951
SourceDivagando
TypeFeuilleton
LanguageItalian
Il Testo / Full Text

Tra le varie patenti rilasciate il mese scorso a Washington, ve n’è una che non potrà mai essere utile a te che leggi ed a me che scrivo. Si tratta di “un’invenzione” riguardante la culla che, come tu sai, è il primo letto dell’uomo e dove un giorno lontano anche noi due abbiamo dormito: quando, cioè, io non sapevo scrivere e tu non sapevi leggere e, di conseguenza, entrambi eravamo innocenti e beati. (Ma questo non è vero — pur essendo un concetto diffuso in tutto il mondo — perché a quell’età manca qualsiasi base di giudizio e di paragone, e non si sa cosa sia l’innocenza né cosa sia la beatitudine).

Ad ogni modo, e pur ammessa la completa rottura di rapporti tra la nostra infanzia e la nostra vita che oggi si svolge esclusivamente sul piano più alto e più ampio del letto, è necessario occuparci lo stesso della cosa e scrivere un articolo di protesta.

In base alla nuova invenzione le madri non avranno più bisogno di dondolare le culle per addormentare i loro figliuoli. Basterà allacciare un filo elettrico, aprire l’interruttore e vedere il piccolo lettuccio cominciare ad oscillare e continuare a muoversi, in eterno, con l’onda di una altalena.

Si tratta, dunque, di un’invenzione che trasforma la culla, la modernizza e la sposta — nell’epoca dell’aspirina e dei folli motori — sullo stesso livello del ferro da stirare, della caffettiera elettrica e della vecchia scopa oggi chiamata — con dignità del linguaggio tecnico — aspirapolvere.

Prima era la madre che addormentava il figliuolo: con le sue mani che lo cullavano, con i suoi occhi che gli sorridevano, con la sua voce che gli cantava la ninnananna. E per il piccolo re dentro la bianca casa di merletti e di trine, quelle mani erano le ali che lo trasportavano verso i regni del sonno, quella voce era la musica che evocava azzurre e leggiadre visioni, quegli occhi erano le due grandi finestre aperte sul mondo.

Tutto ciò finisce per sempre: un’altra pagina si stacca dall’album delle antiche tradizioni e scompare, in balia del vento. D’ora in avanti sarà un motore che sostituirà la vigile ansia, la paziente fatica, l’amorosa cura d’una madre intenta ad addormentare il suo piccino. Un motore in collaborazione, magari, con qualche radio che canterà la ninnananna a tempo di jazz.

È vero che questa culla moderna sarà all’altezza dei tempi e rientrerà nel colore e nel quadro d’una società meccanica, elettrica. Con tutto ciò, essa ci sembra una povera e quasi inutile cosa, come quei giardini abbandonati dove pur continuano a crescere i fiori che nessuno mai vede e nessuna mano mai coglie.

di FRANCO LALLI

Ecco perché, leggendo la notizia del nuovo brevetto, son tornati alla mente — con un senso di malinconica ironia — i bei versi di Pascoli: “Presso alla culla, in dolce atto di amore — che intendere non può chi non è madre — tacita siede”... ecc. ecc.

Vecchio sentimentalismo, caro Don Giovanni; memorie e scene d’un mondo che non esiste più perché è andato a farsi benedire.

I Manoscritti / Original Typescripts · 1 foglio