Questa è una storia che io ignoravo; ma essa deve andare in giro da qualche tempo — raccolta e ripetuta da una bocca all’altra — perché ora l’ho letta con ricchezza di dettagli ed ho visto anche il commento di un giornalista italiano, Toddi, apparso su “L’Elefante” che è un settimanale di Roma.
Narrata in breve e ridotta alla sua nuda sostanza (senza le esagerazioni ed il contorno della fantasia popolare sempre pronta a trasformare in leggenda i fenomeni di misteriosa o non comune natura) la storia è questa: la bomba scoppiata ad Hiroshima fotografò e lasciò impressa, sul muro d’una casa, l’effigie di un uomo che in quel momento si trovava a passare e che in un istante, poi, fu ridotto in cenere assieme con migliaia di altri. Il muro rimase miracolosamente in piedi e nei di seguenti alla strage ed alla desolazione, i sopravvissuti vaganti tra le macerie, videro il fantastico “quadro” eseguito “dal pennello del diavolo”.
Toddi commenta così la notizia:
Nel “Museo del Purgatorio”, a Roma, si conservano i più impressionanti affreschi che la storia dell’arte possa registrare: dipinti non da mano vivente, ma dalle anime purganti, con le fiamme e con gli altri prodotti di combustione del fuoco che le tormenta. Questi affreschi presentano figure varie, dalle simboliche alle anatomiche, e sono più o meno decifrabili.
Nettissima figura umana era rappresentata, invece, nell’indelebile affresco che, il 5 agosto di cinque anni or sono, la bomba atomica impresse su un muro di Hiroshima: l’ombra, esattamente contornata, del disgraziato che si trovava dinanzi ad esso nel momento tragico. Il fotografato fu ridotto in polvere, ma la sua ultima “posa” rimase incisa.
Per convincercene, non sono necessarie esperienze complicate: basta distaccare un quadro da una parete con tappezzeria colorata: là dove il quadro era appeso la tinta della carta da parati appare diversa: il quadro ha lasciato la sua traccia, o più esattamente, ha impedito che la tappezzeria si scolorisse come tutt’intorno. Il quadro ha servito da “negativa” nel lento processo “fotografico” di scoloritura. C’è voluto del tempo, poiché l’azione è stata lenta: in una parete più esposta alla luce solare il processo è più rapido: a Hiroshima è stato istantaneo. Riferiscono i competenti che il calore sviluppato dalla bomba atomica equivale a quello che è sulla superficie del sole: a tale intensità termica si accompagna quella luminosa e di emanazioni di altro genere: l’alfabeto greco non basterà forse un giorno ad elencarle tutte. Irradiazioni complesse sono state proiettate contro quel muro: una parte di esse hanno incontrato un ostacolo: il corpo del disgraziato che hanno ridotto in pulviscolo, ed in corrispondenza con la sagoma di lui si sono arrestate; le altre, ossia quelle che non hanno incontrato lo schermo umano, hanno raggiunto la parete, disgregandone l’intonaco. Nella comune fotografia, la durata dell’esposizione è inversamente proporzionale alla intensità della luce operante: se questa è scarsa, dall’“istantanea” si passa alla “posa”: la macchia sul muro, dietro il quadro, è il risultato di una “posa” che ha durato parecchi anni: a Hiroshima, invece, si è ottenuto il primato della brevità di esposizione.
Assai spesso un “miracolo” non ha altro carattere eccezionale che quello di un “accorciamento dei tempi abituali”: perfino le cicatrizzazioni miracolose appartengono a questo tipo di fenomeni: il processo naturale è stato accelerato, appunto per intervento eccezionale, taumaturgico.
Allorquando i giapponesi conobbero le prime macchine fotografiche, ne ammirarono il miracolo, e liricamente definirono la fotografia “la pittura di Dio, il cui pennello è la luce”.
Il tragico rudero fotografico murale di Hiroshima non ha i connotati di un capolavoro divino: quel tragico affresco può eventualmente definirsi “pittura del diavolo, il cui pennello è la bomba atomica”.
