Feuilleton  ·  1947–1951  ·  Italian

Occhi, nasi e piedi


CreatorFranco Lalli
Date1947–1951
SourceDivagando
TypeFeuilleton
LanguageItalian
Il Testo / Full Text

Oggi sono stato alla Società Numismatica d’America per far vedere a Mr. Noy — un colto ed affabile gentiluomo dalla caratteristica figura dello studioso e dal tipico linguaggio della gente della New England — delle monete greche del IIo. e IIIo. secolo A.C. che un nobile amico di antica casata e di recente miseria mi ha chiesto di vendergli nella speranza (“non si sa mai”) di potersi togliere qualcuno dei vari grattacapi che stanno angustiando la sua vita.

Siamo rimasti a lungo a chiacchierare nel piccolo studio pieno di pace e di sole, a pianterreno dell’edificio, in fondo alle sale che il pubblico raramente visita perché nessuno è mai interessato nel denaro fuori corso: tutti vogliono e cercano quello che è buono e valido oggi, che oggi fa ridere . . . e fa piangere. E quando, stretta la mano a Mr. Noy, sono uscito nella strada ed ho visto il bel monumento d’un leggendario eroe spagnolo, El Cid, e un po’ più lontano quello di Don Chisciotte a cavallo, mi sono messo a guardare intorno il gruppo degli altri Musei che sorgono in questa zona per la munificenza e l’amore alle arti d’una creatura nuova nel mondo finanziario: un ricco industriale americano il quale era un poeta ed uno studioso. Il suo nome, davvero degno di essere immortalato, è Archer Huntington.

Ero dunque assorto ad osservare l’armonico gruppo degli edifici — il Museo Indiano, la Società Geografica d’America, l’Accademia delle Belle Arti — ed indeciso se restare o andarmene via ché il giorno era breve ed il sole già mandava i messaggi d’oro del tramonto, quando ho visto una monaca entrare dalla doppia porta di bronzo del Museo Ispano-Americano. L’ho seguita.

In questo Museo vi sono due racconti: quello della Spagna come conquistatrice del mondo e l’altro della Spagna come Nazione conquistata dal mondo. Il primo è racchiuso nella vasta raccolta di globi, trattati politici e commerciali, carte geografiche, relazioni di viaggio degli arditi e vittoriosi esploratori del tempo. Il secondo racconto è visibile nella scultura e nelle stoviglie romane, nei lavori in ferro battuto e negli arazzi moreschi, nell’arte gotica e nel colore della Rinascenza. E tu vedi e comprendi subito che, in piedi, la Spagna era malinconica ed appassionata come quando era in ginocchio. Essa non fu mai compresa nei secoli e perciò v’è nella razza, come nella sua terra bruciata, quel senso di tristezza e di delusione d’una donna che, pur essendo molto bella, non riesce a trovare marito. Errori? Colpe? O destino delle donne come delle Nazioni?

Vedo intorno, alle pareti, dolci occhi di Madonne e famosi nasi di Duchi presentati dai pennelli del Murillo, El Greco, Ribalta, De Cespedes e poi dal capostipite, dal papà di tutti, il realista per eccellenza: Velasquez. V’è anche Francisco Goya — il biografo dell’Inquisizione e delle stragi — con un ritratto della Duchessa d’Alba (che veste e che scarpe a punta di compasso!) ammirata non certo per la sua bruttezza, ma per la superba maestria del pittore.

Entro nella sala di Sorolla dove, tutto in giro, vi sono i lavori di questo artista ricco di tinte come uno scialle veneziano. Un gruppo di contadini della Vallata di Ansò sta celebrando una feste campestre. I costumi — verdi, rossi, violetti — formano un forte contrasto con i nudi e grigi monti che chiudono il paesaggio. Due coppie ballano la jota aragonese. L’ombra spettrale d’un albero disegna, per terra, le braccia d’una croce.

Un’altra danza ha per scenario un patio dalle bianche arcate. Le donne hanno gli occhi neri come le case bruciate e le pieghe delle gonne, nel movimento del ballo, si aprono piene di ricami e di colori come le stecche d’un ventaglio. Nel centro del patio, tra le palme, v’è una fontana quieta e gentile come un principe malato di sogni e di mestizia.

Ma il dipinto più bello è quello dei piedi che camminano. Lo sta guardando, assorta, anche la suora che mi ha preceduto nel Museo. Ritrae la scena d’un pellegrinaggio: uomini, donne, ragazzi e fanciulle si recano ad un santuario miracoloso. È un giorno chiaro: forse il mattino è ancora fresco e giovane, e da poco si è iniziato il viaggio.

Siccome il dipinto è nella parete centrale, entrando nella sala tu te lo trovi dirimpetto; e lì per lì, scorgendo il folto gruppo che avanza, non capisci che devi guardare le scarpe di quella gente se vuoi penetrare nel segreto del pittore. Ma poi lo scopri da te — senza bisogno di guida o di suggerimenti — tale è l’evidenza del moto e la mirabile tecnica di Sorolla.

“Stiamo per chiudere” — mi sussurra ad un orecchio il guardiano che si è avvicinato silenzioso come un padre confessore; ed allora comprendo che bisogna andar via e dire “Buona sera” o “Buona notte” — alla Spagna.

I Manoscritti / Original Typescripts · 1 foglio