Leggo nel giornale “L’Elefante” una amena storiella. È una scena che si svolge in Italia ed il dialogo è tra il capo di una azienda ed un suo impiegato.
“Benissimo — disse il direttore — Voi volete l’aumento di stipendio perché non ce la fate a vivere.... Sono d’accordo. Ma vedete — e a questo punto smise di sorridere — vedete, anche io vorrei scioperare perché non ce la faccio più a vivere.... Sapete, per esempio, quanto mi costate voi, col vostro impiego, e quanto mi rendete, col vostro lavoro?...”
“Voglio augurarmi, signor direttore, ch’ella non mi rimproveri di nulla. — rispose l’impiegato sentendosi maggiormente a disagio — Ho sempre fatto il mio dovere, sono stato sempre...”
“Ma certo, non vi rimprovero di nulla; voglio soltanto farvi alcune domande e dimostrarvi se io sto meglio o peggio di voi... Quanto guadagnate al mese?”
“Quarantamila lire”.
“E all’anno?.... Quaranta per dodici... Quaranta per dodici.... — fece rapidamente il calcolo e fornì il risultato al dipendente — Voi, all’anno, guadagnate esattamente, compresa la tredicesima mensilità, cinquecentomila lire... Non è vero?”
“È verissimo... Anzi, cinquecentoventimila...” — precisò l’impiegato con quello scrupolo e con quella onestà che lo avevano sempre distinto.
“Meglio, — riprese il capo — meglio. E adesso rispondete: quante ore lavorate al giorno?”
“Otto ore, signor direttore”.
“Il che significa un terzo della giornata, no?... Dunque un terzo dell’anno, no?... Dunque, — e fece gli occhietti a punta — centoventidue giorni, no?...”
“Già!” — dovette ammettere l’impiegato.
“Vogliamo togliere le cinquantadue domeniche che, come giorni festivi, vi passate a casa?... Restano settanta giorni...”.
L’impiegato cominciava a capire e la bocca gli si stirò agli angoli.
“Ci sono adesso le feste comandate... — continuò il direttore — Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto, l’uno, il due e il quattro novembre, il venticinque luglio, il quattro giugno, il ventuno aprile, la Befana, giovedì grasso... Vogliamo calcolarle, così, ad occhio e croce, una ventina?”
Il dipendente ritenne che non ci rimetteva e accettò.
“Sì... Una ventina...”
“E siamo allora a cinquanta giorni lavorativi... Esatto?”.
“Esatto”.
“Bene, — fece il capo spostandosi in avanti sulla scrivania — bene. Vi ho mai negato il mese delle ferie, da quando siete qui?”.
“In verità, no...” — ammise l’impiegato con una voce che veniva da un chilometro di distanza.
“Dunque, è necessario togliere i trenta giorni di vacanza, vi pare?... E cinquanta meno trenta quanto fa?...”.
“Venti...” — disse con le sole labbra il dipendente.
“E di questi venti, — incalzò il direttore — togliendo i quattro che vi sono serviti per la malattia di vostra moglie, i due per accompagnare il vostro bambino al collegio di Vetralla, i dieci per lo sciopero ad oltranza cui avete partecipato due mesi fa, sapete quanti ne rimangono?... Uno. Capite?... Uno. Ora, io dico, se non vi bastano cinquecentoventimila lire per un giorno di lavoro, chiedete pure l’aumento. Su, chiedete... Sono qui ad ascoltarvi...”.
Non disse nemmeno “mi scusi” o “buongiorno”, l’impiegato.
Restò un po’ di tempo a fissarlo, poi se ne andò pensando che con tutto il tempo che gli restava a disposizione avrebbe potuto cercarsi un altro impiego e così averne due e risolvere ogni suo problema finanziario.
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