La “Piccola Pubblicità” dei giornali — quel fritto misto di avvisetti che appaiono nelle ultime pagine con uno stile telegrafico: brevi succinti e spesso illeggibili — ha offerto sempre una buona pesca agli umoristi.
Il “Platter” della California aveva, tempo fa, uno di questi annunci economici così concepito: “Chi ha preso in prestito il mio rullo per spianare l’erba, è pregato di restituirlo. Mi si presenta un’altra occasione per prestarlo”.
E quindi riperderlo un’altra volta.
La “Lantern” dell’Ohio invocava, certo invano, un diversa collaborazione col seguente avviso:
“Avendo rotto mio fidanzamento, cerco ragazza che sappia finire calze di lana incominciate dalla prima”.
Se . . .
È il celebre “if” di Kipling questo “se” petulante, noioso e indiscreto che figura in tutte le grammatiche del mondo. Precede i periodi ipotetici, le situazioni scabrose, le speranze e le sciagure. “Se l’avessi saputo . . .” “Se tu mi avessi ascoltato . . .” “Se tornasse quel giorno...” Ma mai dà tanto fastidio come quando funziona da staffetta alla propria vanità e presunzione. “Se io fossi il Presidente degli Stati Uniti . . .” Beh, sentiamo, cosa faresti? Innanzi tutto hai le qualità fisiche — lasciando da parte quelle morali e intellettuali — e le spalle tanto forti da poter reggere su di esse il tremendo peso della ricchezza e della miseria del mondo? Sai a quale fatica dovresti sottometterti?
Magrudер Dobie te lo spiega e ti elenca, nell’“Herald Tribune”, gli obblighi, le responsabilità, i mandati, i doveri che bisogna conoscere ed adempiere. Vogliamo dare uno sguardo assieme e vedere un po’ di che si tratta?
Alle 8.30 del mattino sei seduto al tavolo di lavoro del Presidente Truman, nel suo ufficio alla Casa Bianca, e vedi davanti a te il grande ritratto di George Washington che fu eseguito da Peale. V’è una prima riunione di tecnici, segretari, assistenti, funzionari in capo, seguita da un’altra del Gabinetto, alle 10, e da una visita dell’Ammiraglio Souers che comunica i dispacci di maggiore importanza. Dalle 10.30 alle 12.30 v’è una serie ininterrotta di appuntamenti, ognuno della durata di 15 minuti. Fai colazione con i collaboratori che più fedelmente ed operosamente ti stanno vicino e, durante il frugale lunch, parli e discuti delle cose del Governo e dei problemi del giorno.
Alle due del pomeriggio ricevi il Ministro degli Affari Esteri (Secretary of State) e poi altri membri del Gabinetto, insieme con i capi delle Forze Armate. V’è da decidere su questioni di immensa gravità per il Paese e per il resto del mondo; e non sempre i pareri sono concordi, calmi e docili gli spiriti. Alcuni dubitano del tuo buon senso e della tua capacità: perciò osano la critica e, alle volte, anche la minaccia di dimettersi ed andarsene. Tu devi essere paziente, sereno, generoso. Ascoltare e rispondere; ma rispondere con la bontà di un padre, la placidità d’un filosofo, la rassegnazione d’un apostolo; e così placare gli animi, quietare le menti, rabbonire. Sai bene cosa accade in una famiglia: se il capo di casa non sa conciliare e risolvere le situazioni difficili, dare il buon esempio, agire con fermezza e dolcezza, la compagine si spezza e la famiglia crolla.
Alle quattro devi poi ricevere i giornalisti: circa centocinquanta corrispondenti di giornali che arrivano da ogni città d’America. E questi giornalisti sono scaltri, esperti, agili d’ingegno e di risorse. Cercheranno in mille modi di farti dire delle cose che tu non vuoi o non puoi dire; eppure devi tentare, con la stessa astuzia, di non deluderli troppo, dare quasi l’impressione di aver soddisfatta la loro curiosità, chè la Stampa è una grande forza nella fucina della pubblica opinione e perciò è bene averli amici questi cronisti che scrivono la storia del mondo di un giorno.
Alle cinque cominciano a giungere i segretari, i capi uffici, i relatori con sei o settecento documenti, rapporti e lettere da firmare. Alle sei esci, attraversi Pennsylvania Avenue, entri nella Blair House, ti cambi in fretta ed in fretta ti fai condurre al primo di tre pranzi dove sei atteso e dove ti troverai davanti al più superficiale ed esigente dei tuoi critici: il pubblico. Devi pronunziare un discorso, stringere centinaia di mani, comunicare simpatia, ispirare lealtà, sorridere sempre anche se non ne hai voglia e ti senti tanto stanco.
Verso mezzanotte fai ritorno a casa, vai a letto, prometti a te stesso di dormire: un lungo sonno benefico e consolatore, capace di disperdere le angustie e le noie, il peso e le fatiche del giorno. Ma spesso il sonno ti inganna: tarda a giungere o se ne va troppo presto; e allora subito la tua mente incomincia a saltare, come una scimmia in una gabbia, da un punto all’altro: dalla risposta che dovrai dare, domani, agli Ambasciatori europei che ancora bussano a denaro, alle decisioni da prendere sugli allarmanti sviluppi politici nel lontano Oriente. Vi sono poi i complessi e vasti problemi interni: un occhio a tutti gli Stati, un orecchio a tutte le campane che squillano, la situazione economica, i rapporti tra capitale e lavoro, gli abbozzi delle ultime leggi, i provvedimenti più urgenti. V’è, infine, la bomba atomica . . . Già, alla bomba, questa notte, proprio non ci pensavi; ma ecco che di botto ti appare davanti, la vedi come se la toccassi con le mani e cominci a rigirarti nel letto con più frequenza. Se tu sbagliassi, se per un involontario e fatale errore, un abbaglio, un innocente equivoco, tu dessi un ordine non giusto, fuori luogo e fuori tempo, chi ti toglierebbe per tutti i secoli l’immensa e terribile responsabilità del disastro?
Il pensiero ritorna all’orologio: sono le tre e fra poco, alle sette, dovrai essere in piedi un’altra volta.
Ecco la vita d’un Presidente degli Stati Uniti. Ed ora veniamo alla conclusione, caro lettore. Te la senti? Come dici? Vuoi distenderti un po’ sul letto perchè provi come una specie di capogiro e di debolezza alle gambe? Beh, mettiti a letto, riposa bene, non stare tanto a criticare e ripetere “Se io fossi . . .” Te lo dico io cosa faresti, se tu fossi il Presidente degli Stati Uniti. Esclameresti, annoiato: “Ah, adesso si è unito anche quest’altro emerito professore alla schiera dei critici . . . Ebbene, venga avanti e vediamo un po’ ciò che saprà fare quando si sarà seduto a questa sedia”.

