Feuilleton  ·  1947–1951  ·  Italian

Gli uomini che camminano soli


CreatorFranco Lalli
Date1947–1951
SourceDivagando
TypeFeuilleton
LanguageItalian
Il Testo / Full Text

Questa è la storia di un uomo il quale fu sempre solo. Io ti dirò il suo nome in ultimo, alla fine del racconto; ma forse non avrai bisogno di attendere ed il nome lo indovinerai da te, dopo i primi paragrafi, così famosa è la sua vita e così eccezionale fu la sua opera. Tu lo conosci.

Quest'uomo visse verso la fine del medioevo: cioè quando in ogni petto vi era una congiura, una lotta, una violenza repressa o liberata dalle cieche passioni del tempo. Ma egli non partecipò mai a nessuna causa. Più che un attore, fu un calmo osservatore ed un fedele interprete della scena umana. Uno scoglio che le agitate onde del secolo appena lambivano.

La Natura fu la sua unica amica e la sua grande ispiratrice. La interrogava e la spiava per strapparle i segreti. Tutto voleva sapere da lei; e dopo che aveva saputo, annotava, calcolava, correggeva con la pazienza e la meticolosità di un notaio di provincia. I suoi appunti e le sue note riempiono una camera: cinquemila fogli. Ma ben poco si riuscì a decifrare da quella montagna di manoscritti perché egli era geloso delle sue scoperte e scriveva con un linguaggio che delle volte era convenzionale e delle volte addirittura indecifrabile.

Fu ingegnere, architetto, scultore, pittore, filosofo, poeta, astronomo, musicista. In ognuno di questi campi era così profondo che uno storico insigne, Giorgio Vasari, lo definì: “L'incarnazione della divinità”.

Amò la solitudine perché — scrisse — “solo così puoi appartenere completamente a te stesso”. E, dopo la solitudine, amò — come pittore — la struttura del corpo umano. I muscoli, le ossa, la curva d'un fianco, la forma d'una bocca, la luce di un occhio, la linea d'una mano, l'ovale d'un volto, avvincevano la sua fantasia e non calmavano mai la sua sete di cercatore del definitivo e del perfetto. Pigliava la gente nella strada e la portava nello studio. Contadini, pastori, mercanti, donne del popolo. Nello studio si metteva ad abbozzare con entusiasmo, come se vedesse per la prima volta una fronte, un naso, un orecchio, un piede.

Non era mai soddisfatto del suo lavoro. Incominciava una tela e l'abbandonava. Dopo un po' tornava a darle uno sguardo o una pennellata e l'abbandonava un'altra volta. O cancellava ogni cosa e ricominciava da capo. Prima di iniziare un dipinto faceva centinaia di disegni. Come Platone nella filosofia, egli applicava la matematica nella pittura. Il minimo dettaglio — il capello — doveva essere in proporzioni simmetriche con l'intero. Faceva i peli delle barbe ad uno ad uno; li pettinava con i pennelli, li ondulava con i colori e poi vi potevi ficcare dentro le dita così veri e vivi essi erano.

Dipinse una donna che tu vedi ogni giorno riprodotta nei quadri, nelle cartoline, nei gioielli, nelle medaglie, nei libri. Una donna il cui sorriso affascinante e misterioso è divenuto proverbiale in tutto il mondo. Molti han detto che una donna così bella non è mai esistita perché essa possiede una virtù negata alle razze umane: la perfezione.

di FRANCO LALLI

QUEST'UOMO che camminava come un gigante in mezzo ad una folla di pigmei, non fu mai ricco, ma dovette — durante tutta la sua vita — lavorare per i ricchi; e spesso umiliarsi, chiedere di essere pagato, insistere per poter ricevere ciò che gli si doveva! Ancora una volta, dunque, il genio si inchinava davanti a chi possiede le radici del cervello nella pancia. Ma egli si inchinò restando sempre dritto e senza mai piegare la schiena. Dalle origini fino alla morte, lo accompagnò quell'aria nobile che gli imbecilli chiamano superbia e che invece, nella gente eletta, è solo un naturale, dignitoso rispetto di se stessa.

Ai temuti signori dell'epoca, andando da una città ad un'altra, egli presentò tale una strabiliante serie di invenzioni che se queste fossero state brevettate nel nostro secolo gli avrebbero offerto una ricchezza da far tremare l'intera famiglia Rockefeller.

Disse che si poteva costruire una macchina per volare ed un'altra per andare sotto l'acqua nei mari. Aveva concepito un nuovo tipo di cannone, un ordigno per lavare, una giacca di cuoio, gonfia di aria, per proteggere in caso di naufragio. Fece vedere il disegno d'un mostro di ferro da servire nelle battaglie: esattamente il carro armato come si adopera adesso, dopo circa cinque secoli, nelle guerre. E dei ponti che si potevano trasportare e dei tunnels che si potevano costruire sotto i fiumi.

In ultimo tirava fuori, dalla valigia delle meraviglie, il grande sogno: rinnovare e trasformare il panorama d'Italia con una catena di canali, laghi, tempi, città e giardini. Aveva progettato, in tutti i dettagli, delle città modello che se fossero costruite potrebbero essere, anche oggi, di orgoglio alla nostra civiltà.

Ogni città avrebbe dovuto avere non più di cinquemila case ed ogni casa accogliere non più di sei persone. Bisognava farle sorgere lungo le rive dei fiumi, con parchi, belle chiese, ampi viali e le strade — sentite un po' — “a due livelli in maniera da offrire una maggiore protezione per il traffico”. Ciò che adesso, insomma, gli ingegneri e gli architetti stanno facendo a New York.

Dovevano essere città fresche, luminose, libere e — altra sorpresa — possedere perfino le fognature!

“L'umanità — egli annota nelle sue carte — è troppo congestionata per poter essere felice. Occorre separare questa gente che vive come branchi di bestie e diffonde intorno a sé i germi della pestilenza e della morte”.

Ma i ricchi di allora, come i ricchi di oggi, erano occupati a mangiare ed a combattersi tra di loro: non avevano tempo per pensare ai poveri e correre dietro ai sogni d'un artista.

ALLORA uno strano sorriso si fermò sulla bocca del gigante — un sorriso fatto di fastidio e di pietà per la sciocca razza umana desiderosa di vivere male e restare barbara e crudele. Un sorriso che diede anche alle sue Madonne ed ai suoi santi e che non l'abbandonò mai più, fino alla fine.

Dall'Italia passò in Francia, in cerca di maggior fortuna sotto un nuovo cielo. Aveva già varcato la cinquantina, ma restava un bellissimo uomo: alto, eretto, la testa piena di lunghi e fini capelli, lo sguardo fiero, le mani aristocratiche.

Non mangiava carne: era vegetariano.

Le donne non ebbero alcuna parte nella sua vita.

Non l'ebbero nemmeno gli uomini. Egli fu uno straniero, una creatura nata fuori tempo, lontana e staccata da tutti.

IN Francia riprese e continuò i suoi dialoghi con la natura finché in un giorno di maggio, a sessantasette anni, serenamente morì.

Non era né amareggiato per la stupidità del suo tempo né triste per la fine immatura. Fu forse lieto di andarsene tanto, quaggiù, nessuno lo comprendeva e continuava a perdere tempo.

Disse, chiudendo gli occhi: “Come un giorno ben speso offre un sonno felice, così una buona vita conduce ad una lieta morte”.

Seguirono la bara un suo allievo, un paio di servitori, gli storpi ed i pezzenti del paese che gli volevano bene perché ne ricevevano l'elemosina.

Io non so quale banalità, la gente di allora, scrisse sulla sua tomba. Speriamo che ebbero paura di oltraggiarne la memoria e si astennero da qualsiasi epigrafe. Le sole parole degne per questo morto più vivo di moltissimi vivi della terra, le ha concepite — vari secoli più tardi — Dana Thomas:

— Egli ebbe la visione di un Dio e le mani di un uomo. Perciò quasi tutte le sue opere rimasero incomplete —

Ora avrai certo compreso il suo nome. Quest'uomo si chiamava Leonardo da Vinci.

I Manoscritti / Original Typescripts · 1 foglio