L'intervista ha luogo in uno degli appartamenti di lusso dello “Sherry-Netherland”, alla 59ma. Strada e Central Park. Il telegramma, arrivato il giorno prima, diceva che saremmo stati ricevuti alle due del pomeriggio; ma all'1.45 — tra fotografi, giornalisti e rappresentanti di Stazioni radio — siamo già in una trentina ad attendere.
Il salotto che ci accoglie non ha abbastanza sedie e poltrone per farci sedere; e così alcuni restano in piedi o si raggruppano lungo il corridoio mentre altri fanno come la Russia: invadono nuovi territori e passano nelle camere attigue. Tutto è aperto, libero, ospitale: i proprietari sono fuori, giungeranno alle due. Io esco sulla terrazza che è ampia ed ha le sedie a sdraio come quelle dei piroscafi. V'è un sole meraviglioso sopra New York. Sembra un giorno di aprile, tanto limpido è il cielo, tersa l'aria; e la luce giuoca con i vetri di tutte le finestre, con le guiglie dei grattacieli, con la vasca della fontana davanti al vecchio Plaza Hotel che ha l'aspetto accigliato e decoroso dei nobili decaduti. Ma con tanta gioia di sole, il parco è triste ed ha freddo: ha perduto l'opulenza dell'estate, le foglie cadono, i viali sono deserti, gli alberi si preparano al colore della ruggine, che è la mortificazione dei lunghi inverni.
Quando rientro nel salotto vedo che le teste sono andate aumentando. Ora vi sono anche una mezza dozzina di gonne nella folla dei calzoni. Alle due e dieci l'attesa continua. I camerieri recano whiskey e bottiglie di soda che lasciano in una stanzetta accanto: questa deve essere una specie di cucina perchè scorgo un “frigidaire” ed un acquaio. Tutti parlano forte ed il salotto si è empito di fumo. Sul fumo galleggiano, nell'aria, le bolle di argento delle risate femminili.
Alle due e un quarto la conversazione si spezza ad un tratto, come il laccio di una scarpa, e sulla soglia appare la più celebre coppia di sposi che oggi abbia il mondo: Tyrone Power e Linda Christian.
Lei indossa un “tailleur” scuro, i guanti neri, un berretto scozzese. È snella e fragile, un po' più bassa di lui. Ha il volto pallido, gli occhi fulgidi, la bocca rossa. Toglie dai guanti le mani dalle lunghe dita ed esclama disinvolta, col sorriso d'una bimba:
— Oh, quanti amici che abbiamo in casa . . .
Egli veste di marrone, camicia bianca, cravatta blu d'un solo fondo. Guarda in giro un po' sorpreso, un po' indeciso, e tenta di guidare lei verso le due sedie che sono state lasciate libere. Ma poi restano in piedi, nel centro del salotto, ed incominciano le presentazioni.
di FRANCO LALLI
È vero ciò che abbiamo letto e sentito dire in questi mesi di travagliate conquiste e di fausti eventi, la coppia che abbiamo davanti è un prodotto marca di lusso di rarissima qualità. Milioni di ragazze e di giovani sparsi in tutto il mondo — in Cina, in Italia, in Francia, nella Lapponia e nel Perù — hanno sognato il sogno di Linda Christian e Tyrone Power. Giacchè, dunque, abbiamo l'occasione di osservare da vicino, in carne ed ossa, due eccezionali campioni della razza umana — simboli della bellezza, dell'amore, del successo e della popolarità — vediamo un po' come sono fatti ed in che consiste, principalmente, il colore della Felicità. Ecco l'intervista.
La coppia sta seduta con le spalle alla finestra ed ha davanti l'intero gruppo che l'osserva e l'interroga. Le domande sono rivolte a Tyrone Power.
È contento di essere tornato in America dopo la lunga assenza? Sì, molto contento. New York è un grande amore ed ai grandi amori si fa sempre ritorno con un senso di gioia e di promessa. Quanto tempo è rimasto in Europa? Diciassette mesi. Sempre in Italia? No: è stato anche in Inghilterra, nel Marocco, altrove; ma in Italia si è fermato più a lungo per condurre a termine, con Orson Welles, “Prince of Foxes”. A quale altro film ha preso parte? Un lavoro dallo sfondo pure storico, “The Black Rose”, ed ora è un po' stanco dei cicli antichi, delle gesta medioevali, delle congiure e dei veleni dei Borgia. Vorrebbe scuotersi d'addosso la polvere di tanti secoli e fare qualcosa di semplice, di fresco e di moderno: magari una commediola con due o tre personaggi. Però il soggiorno in Italia è stato per lui lietissimo: una vera sorgente di entusiasmo e di ispirazione. Le scene di “Prince of Foxes” venivano girate nei luoghi originali del racconto — nelle città e nei palazzi, nelle contrade e nei villaggi: a Firenze, a Siena, a Ferrara, a Rimini — e spesso essi si trovavano davanti a scenari di affascinante bellezza, ricchi di memorie e di tradizioni. Vi tornerebbe? Oh, sì, assai volentieri. Fare un film in Italia è una di quelle avventure e di quelle esperienze che non si dimenticano facilmente. Come mai? Perchè? Well, non è facile spiegarlo. Circostanze ed elementi diversi concorrono, oggi, a dare all'Italia un posto di privilegio e di preferenza. In parte è il clima ideale, la luce; poi i vantaggi economici e l'intelligente collaborazione che vi si trova. Come reagisce, a questa specie di invasione da parte dell'America, l'industria cinematografica italiana? Non è gelosa? Non teme di essere battuta in casa propria? Tutt'altro. La cinematografia italiana ha visto nella nostra partecipazione uno stimolo ed un buon augurio: perciò si è affrettata a venirci incontro con spirito di schietto cameratismo. E come spiega il successo che i film italiani stanno ottenendo dovunque? Lo spiega in un modo logico: posseggono originalità e sono fatti bene. Vale a dire con pazienza, con buon gusto, con la cura dei dettagli. Non v'è ancora il demone della fretta e della quantità, ma la ricerca e la selezione della qualità. Eppure, strano a dirsi, i film che piacciono tanto all'estero, non piacciono in Italia. Intende forse alludere a “Sciuscià”, “Città Aperta”, “Paisan”? Appunto. Questi film. E perchè non piacciono? Forse perchè l'anima del popolo italiano è romantica; forse perchè non si ama rivedere, nella finzione scenica, un dolore sofferto nella realtà.
TYRONE POWER parla con molto buon senso. Alcune volte ha delle brevi pause; ma sono pause ed esitazioni fugaci chè chiara è la risposta e felice la scelta delle parole con cui presenta il pensiero e completa gli argomenti. Egli è un artista sicuro di sè, calmo, assai intelligente. Non ha gesti. Di tanto in tanto si curva per spegnere la sigaretta e riacenderne un'altra; poi resta fermo a paziente sotto l'assalto delle domande.
Lei lo ascolta e tace e sorride. Hedda Hopper, del “Daily News”, arriva improvvisamente nel salotto, veloce e chiassosa come una chioccia con un solo pulcino. Ha uno di quei suoi caratteristici cappelli a zucchetto di prete, con un'alta piuma nera che si ripiega in avanti come il ciuffo di certi pappagalli messicani. Saluta la coppia e fa vivaci gesti perchè nessuno si muova e la conversazione continui. Continua, infatti, questa volta dirigendosi verso l'altra porzione della Felicità: Linda Christian.
Quale impressione ha avuto di New York? Immensa. Una città fantastica, elettrizzante, la più vertiginosa del mondo. Quando e dove si sono conosciuti? A Roma, due anni fa: il 5 novembre 1947. Cos'è quell'anello che ha all'anulare? Ah, questo qui? Ecco: metà d'oro giallo, metà d'oro bianco: lo gira e lo usa secondo le occasioni e l'abito che indossa. Contempla di fare un film assieme con suo marito? No, non crede. E che programma hanno adesso? Andare in California e lì rimanere per qualche tempo. Dove ha appreso l'inglese che parla così bene? In Egitto.
Alle cinque fo ritorno in ufficio e — dopo una rapida rassegna mentale delle cose viste e delle parole udite — devo ammettere a me stesso che, ancora una volta, le sono stato vicino ma non sono riuscito a capire il colore della Felicità.
