Ho letto in questi giorni due storie importanti: una è quella di un uomo che si chiamava Edward Stettinius e l'altra quella di un piccione dal nome di Kaiser. Tutti e due, l'uomo ed il piccione, facendo delle cose un po' diverse dagli altri e meglio degli altri, ottennero un grande successo.
Molte definizioni esistono intorno all'uomo di successo. Ad esempio: un individuo il quale guadagna più di quanto sua moglie possa spendere. (Il che, per il mondo moderno e con le mogli sintetiche del XXo. secolo, è una definizione quasi a posto. Non perfetta perchè unilaterale, ma certo efficace.) Oppure: l'uomo di successo è uno che crea una fortuna di cui non ha bisogno per poi lasciarla a della gente che non se la merita. (Anche qui la verità è espressa con un'ironia che ti fa vedere soltanto una parte del quadro: la parte assurda, paradossale, delle umane attività).
Ma la ricerca sarebbe lunga e difficile perchè non è possibile, io credo, trovare la formula precisa e dire con rigorosa esattezza cosa sia il successo; o cosa sia la felicità, la bellezza, la fortuna, la libertà. È difficile per il fatto che in questi campi ci si trova sempre davanti a stati d'animo isolati e personali, mai collettivi; nè si incontrano sarti che siano capaci di prendere la misura d'un sorriso o maestri che sappiano insegnarti come catturare un raggio di sole e portarlo dove non si spera più e tutto è “nero come la mezzanotte”.
Il fatto strano ed impressionante, anzi, è che i segreti del successo sono noti più a coloro i quali falliscono nelle proprie imprese che a quelli che si trovano in cima alla scala senza che sappiano — molto spesso — come fecero a salirne i gradini.
Edward Stettinius era un bell'uomo: alto, robusto, gli occhi profondi, la testa originalissima: a quarant'anni i capelli tutti bianchi e nere, folte le sopracciglia. Forse dall'aspetto, da questa eminenza fisica, egli attinse quella padronanza, quell'aria di ottimismo, quel sorriso chiaro e cordiale che gli fecero aprire, ad una ad una, quando aveva ancora le piccole e deboli mani dei fanciulli, le ferrate porte della vita.
A 32 anni era vice presidente di General Motor ed a 37 era capo del consiglio direttivo di un altro potente colosso nel mondo industriale d'America: U. S. Steel. A quarant'anni lasciò gli affari per entrare nella politica e nella diplomazia. Anche qui trionfò a primo colpo: a 44 anni era Ministro degli Esteri ed in tale qualità partecipò con Roosevelt alla famosa Conferenza di Yalta, nella Crimea, dove Stalin fece trovare pronte 14.000 bottiglie (no, non è un errore tipografico: bisogna leggere proprio quattordicimila bottiglie) di vino e di vodka per salutare con un brindisi imitazione cascate del Niagara ciò che in quei fatali giorni era stato annunziato come il parto più maestoso della terra: la fratellanza dei popoli.
Ritiratosi anche dalla politica, Stettinius entrò in un terzo campo: quello della sapienza. Pure qui funzionò immediatamente il talismano della leggendaria camicia con la quale era nato: a 46 anni fu Rettore dell'Università della Virginia.
Ma poi i medici gli dissero di calmarsi un po', ra'lentare la corsa e mettersi a sedere chè la candela stava ardendo da tutte e due le estremità. Nelle settimane scorse, colpito da un'emorragia cerebrale, è morto. Aveva 49 anni.
di FRANCO LALLI
Kaiser — protagonista dell'altra storia — era un piccione viaggiatore di marca tedesca. Catturato in Germania durante la prima guerra mondiale, era venuto in America e qui era rimasto per svolgere, con le Forze Armate, un lungo ed onorevole servizio. Durante il recente conflitto aveva, ancora una volta, dimostrato la sua non comune e stupefacente destrezza nell'educare ed ammaestrare gli altri a recare messaggi e compiere lunghi voli di vedetta.
Era un bel piccione, imponente di nome e di fattura, più sulla linea elevata dell'aquila che su quella umile ed un po' goffa delle mezze galline. E che fosse di ottima semenza, di razza gagliarda, lo prova la vita che condusse da vero sultano. Ebbe dodici mogli — secondo il rapporto degli esperti che ne curarono la attività e la felicità sulla terra — e da queste dodici mogli ottenne centinaia di figli alcuni dei quali lo seguirono, sempre con distinzione, nella carriera militare.
Recava ancora ad una zampa il Sigillo Imperiale delle Armate Tedesche (come quando fu fatto prigioniero) e, all'altra, la fascia d'oro — con i titoli di merito — rilasciatagli dall'Armata Americana.
Era, dunque, e sotto tutti i punti di vista, un campione. Kaiser è morto, nei giorni scorsi, a 36 anni. (Nemmeno qui vi è alcun errore tipografico e bisogna leggere trentasei.)
Ora sarà imbalsamato, condotto nel Museo Smithsonian di Washington e colà esposto al pubblico perchè ricordi a noi ed ai posteri che l'arte del successo non consiste soltanto nell'arrivare prima degli altri a conquistare le posizioni; ma anche — e soprattutto! — nel giungere in ultimo, il più tardi possibile, al cimitero.
Questa — se ne ho compreso bene la sostanza — è stata la filosofia di Kaiser, il patriarca tra i piccioni viaggiatori. E questa potrebbe anche essere, in sintesi, la definizione del successo che noi si cercava all'inizio.
