Ho sul tavolo una delle ultime statistiche rilasciate dai grandi sapienti del secolo. Essa mi informa che ogni cinque individui, uno muore di malattie cardiache; ogni otto, uno se ne va ucciso dal cancro; ogni diciotto, uno resta vittima della polmonite ed ogni cento, uno si dimette da cittadino del mondo e si ammazza.
La statistica tace sul conto di coloro — i più valorosi e meritevoli di menzione — che lentamente e quietamente spengono la candela con le proprie mani e muoiono di morte naturale, con i capelli bianchi e gli occhi che han saputo perdonare. Non si sa il loro numero. Forse perché sono pochi o perché abbandonano la carovana in silenzio, senza essere notati.
Una seconda statistica presenta un quadro delle attività umane. Prendendo, come base, la vita media d’un uomo di settant’anni, queste sono le proporzioni: noi spendiamo 14 anni lavorando, 24 anni dormendo, 6 anni mangiando, 4 anni parlando, 3 anni leggendo, 3 anni apprendendo, 5 anni camminando, 8 anni divertendoci. Restano — come scampolo — tre anni che si possono distribuire in attività varie e saltuarie.
Anche qui i dottori della scienza tacciono su un punto importantissimo: lo spirito umano. Quanto tempo spende, l’uomo moderno, pensando, amando e pregando? È mai possibile che dopo essere rimasto 14 anni di seguito chiuso in un ufficio, 24 anni di seguito ficcato in un letto, 6 anni di seguito seduto ad una mensa ecc. ecc., non dedichi qualche minuto a pensare, amare e pregare?
Oppure la scienza intende suggerire — con quel rimasuglio dei tre anni perduti e senza classifica — appunto tale attività del pellegrino in viaggio per il mondo?
