Vivono ancora gli Absburgo e quelli che legarono la loro sorte alla trista Casa?
La domanda è perfettamente inutile. Se anche vivono, il mondo li ha dimenticati per sempre. Essi sono, quindi, tutti morti. Vale a dire definitivamente scomparsi.
La memoria dell’uomo ha questo potere terribile, questa superiorità sulla morte: che può uccidere una creatura senza farne cessare la vita. L’abbandona, la isola, la scaccia dalla sua sensibilità, non la conserva più. Ed allora avviene che, smarritasi, quella creatura finisce di esistere per quella memoria. Muore.
Questa grande condanna collettiva ha deposto nei sepolcri del Tempo la mala gente degli Absburgo.
Ogni tanto qualcuno di quei nomi ritorna ancora ai margini della vita, riaffiora come dal lugubre silenzio di tutta un’epoca spenta. E recita alla luce del sole l’ultimo atto della sua tragedia. Il giorno dopo nessuno ne parla più.
— Carlo d’Austria è morto in esilio. — Il Conte Mattasich si è spento in un ospedale di Parigi. — La Principessa Luisa di Coburgo ha seguito l’amante nella tomba dopo aver trascinato i suoi ultimi anni nella miseria. — Stefania Lonyay, vedova dell’Arciduca Rodolfo, è impazzita. — In un ospedale americano è morto un vecchio il quale non sarebbe stato altri che il famoso Giovanni Hort.
Nel gennaio scorso fu la volta di Carlotta del Belgio, ex-imperatrice del Messico, spentasi in età di 87 anni nel castello di Bouchout.
La sua storia è di quelle che non si dimenticano facilmente poiché destinate a risorgere sempre pietose dall’ombra. Mai forse il fato fu tanto crudele con una coppia di giovani sposi che dalla nascita avevano avuto tutti i favori, tutto ciò che può procurare l’illusione della felicità. Mai forse sogno di gloria ed ambizione di donna furono duramente pagati a più caro prezzo.
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Nacque la principessa Carlotta — unica figlia di Leopoldo I di Coburgo-Gotha, re del Belgio — nel 1840. In un giorno del luglio del 1857, andò sposa all’arciduca Massimiliano d’Austria, fratello dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Aveva allora 17 anni.
Il matrimonio, nato da ragioni politiche, strinse le due anime in una dolcezza di passione e di sogni; e divenne ben presto un matrimonio d’amore.
Lei bella, delicata, gaia, innamorata di ciò che era poesia: lui biondo, cavalleresco, mente aperta alle nuove idee, sensibilità di artista.
Per la nobilissima fanciulla, rappresentava il vero principe azzurro della vecchia e malinconica fiaba. Andarono a trascorrere la luna di miele nell’incantevole castello di Miramare. Le cronache dell’epoca narrano, come per un’ironia atroce, le feste chiassose a cui si abbandonarono i paesi vicini.
“....e si ballò, si cantò, si mangiò per tre giorni.... Tutti i fiori dei giardini furono colti per lei.... E dovunque passava l’acclamavano e dovunque dicevano: Come è buona e come è bella la figlia del re....”
Che mancava a quella coppia fortunata? La vita non aveva ad essa elargiti a piene mani i suoi seducenti doni perché maggiormente voluttuosi fossero i baci e più profonde le notti d’amore?
Ma c’è un tormento nel cuore degli uomini, che è come una condanna: andare sempre più oltre, per sciupare ciò che si aveva ieri e non trovare più pace. Anche per Carlotta e Massimiliano, la felicità non fu che una fiammata. In poco tempo si spense e lasciò negli occhi rimasti al buio, la disperazione della luce fuggita.
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Incominciarono gli intrighi e gli errori. Francesco Giuseppe odiava cordialmente il fratello, temendo in lui un probabile competitore nell’impero. Nel suo cervello losco e vile sorse un pensiero preciso: allontanarlo. Erano quelli i tempi di gravi agitazioni nel Messico. Appoggiato dall’Inghilterra e dalla Spagna, Napoleone III tentava di portarvi l’impero. Se non che, qualche tempo dopo l’occupazione di Vera Cruz, queste due nazioni si ritirarono dall’impresa e la Francia rimase sola a lottare contro le truppe di Benito Juarez, di professione avvocato, indiano di nascita, spirito nobile e forte, coraggiosissimo, intelligente, al quale si doveva la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici e la separazione della Chiesa dallo Stato. Eletto dal popolo alla presidenza della Repubblica Messicana, Juarez si riteneva giustamente il legittimo governante del Messico. Entrò — a questo punto — in scena Francesco Giuseppe. Egli riuscì a convincere Napoleone III ad offrire la corona del Messico al fratello Massimiliano e farlo partire. Tutti e due sapevano il pericolo dell’impresa pazzesca.
Solo, senza dei buoni consiglieri, giovane ed anche sollecitato da Carlotta che sentiva nella sua femminilità il fascino e l’ambizione d’una Corte propria, Massimiliano si lasciò trascinare ed acconsentì. Gli spiegarono: — Con il tuo nome, con la tua abilità, potrai calmare le lotte, riunire i partiti e, lusingato dal prestigio e dal fasto d’una Corte, attirare tutto il popolo a te.
Partì seguito da Carlotta. La loro andata al Messico fu un viaggio di scolari in vacanza. Facevano mille sogni, mille progetti. Carlotta disegnò perfino le uniformi di gala per le dame e per i funzionari di Corte, le decorazioni, le medaglie.
Ma la realtà era un’altra. Il Messico accolse i nuovi sovrani come stranieri e tutti gli sforzi per pacificare il paese riuscirono vani. Le truppe francesi erano fiaccate. Si aveva bisogno di nuove forze poiché il pericolo ed il movimento insurrezionale si dileguavano sempre più vasti. Allora Carlotta ripartì per l’Europa, onde implorare soccorsi presso Napoleone III, contando sulla parola di questi che aveva promesso a Massimiliano il suo potente appoggio. Venne accolta male; il “fosco figlio di Ortensia” le fece freddamente comprendere di non poterla secondare. Con l'animo pieno di angoscia e di disperazione, si recò allora da suo cognato, l'Imperatore d'Austria; ma anche qui appena appena le diedero ascolto. Più tragica, più sola, corse a Roma per scongiurare il Papa di venirle in aiuto. Era questa l'ultima sua speranza. Le disillusioni patite, i dolori, l'ansia, le notti insonni, il pensiero del povero marito lontano ed in pericolo, avevano già incominciato a scuotere la sua ragione.
Fu ricevuta in Vaticano il mattino del 26 settembre 1866. L'udienza durò oltre un'ora. Quando ne uscì, Carlotta era più oscura e più taciturna. Si avvicinava la follia. Non volle abbandonare il Vaticano e le si dovette preparare un letto nella casa d'una guardia svizzera. La stessa sera immerse una mano nella pentola dove bolliva il brodo, scottandosi orribilmente.
A stento fu possibile indurla a tornare nel Belgio. Una sera ella sedeva in una camera del castello di Chouchoute. Era l'estate del 1867. Giunse un corriere cercando suo padre, re Leopoldo. Questi accorse, lesse il messaggio che il corriere gli porse ed impallidì. Carlotta gli strappò di mano il foglio e lesse a sua volta. Uno scoppio di pianto seguito da un riso stridulo. Due volte la povertà portò le mani ai capelli, strappandoli: poi incominciò a correre per le sale ed i corridoi del castello: fatto prigioniero di guerra Massimiliano era stato fucilato a Queretaro e Carlotta era impazzita. Quella sera, ella aveva 27 anni.
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Fu chiusa nel castello di Turvueren. Per sessant'anni rimase fuori del tempo, lontana e straniera alla vita, figura tragica d'una grande storia d'amore, di dolore e di morte. Per sessant'anni si aggirò sperduta, senza voce — come un'ombra nell'ombra — in mezzo ai fermi silenzii del maniero antico.
Qualche servo ha narrato d'una camera grande e strana che era da lei prediletta e dove passava — nell'ebetudine della sua sciagura — lunghissime ore. Ad una parete di questa stanza era appeso un abito nuziale, un mazzo di vecchi fiori e delle armi. In un angolo vi era un fantoccio, rappresentante un uomo di grandezza naturale, in costume imperiale, un viso bello e sereno di fanciullo, gli occhi celesti e una fluente barba bionda: Massimiliano. A quei fiori secchi ed a quel fantoccio immobile era trafitta l'innamorata anima demente.
Durante la grande guerra, il castello fu occupato dalle truppe bavaresi al comando del principe Rupprecht. La bandiera tedesca venne innalzata sulla torre centrale. Ma Carlotta continuò a vivere là, insensibile e taciturna. Poi i tedeschi andarono via e venne il re suo nipote, Alberto del Belgio, e venne la pronipote Maria Josè. Lei sorrideva. Sorrideva sempre. Un debole sorriso che era come un singhiozzo, fermo agli angoli della bocca. La donna che un tempo era stata la più bella sovrana del mondo, era diventata una scarna vecchia cadente e canuta.
Poi venne la morte. E con la morte la pace. Finalmente! La pace per questa povera creatura dolorosa, vittima di complotti oscuri e di lotte politiche. Ma se qualcuno racconterà un giorno l'urlante martirio del suo dramma, dirà che una stupenda gioia ella ebbe in realtà dalla vita: portare con sè nella tomba, come il primo giorno: vivo, inquieto, profondo, l'innazzurrato sogno del suo dolcissimo amore.
FRANCO LALLI


