Text  ·  July 1927  ·  Italian

L'uomo che non voleva morire


CreatorFranco Lalli
DateJuly 1927
SourceIl Carroccio
TypeText
LanguageItalian
Sommario / Synopsis

“The Man Who No Longer Wanted to Die” is a satirical, metafictional novella narrated by a self-conscious storyteller who repeatedly comments on his own digressions and even stages interruptions from “bored readers.” The tale centers on three figures: Andrea Pier Luigi Valeri, a timid, mediocre forty-year-old bachelor from the petty bourgeoisie; Nanette Nanò, a modest, pianistic young woman from a well-off provincial family in the town of Chessoio; and an unnamed man bent on suicide.

After Nanette’s father dies (Death appears as an unexpected visitor who “comes by itself”), Andrea begins courting Nanette, entranced by her respectability and her sentimental piano pieces. Their routine visits lead to a quiet engagement, symbolized by Nanette sewing an idealized trousseau and by Andrea ordering an expensive, fashionable ash-colored suit for the formal betrothal—an emblem of his vanity and desire to rise socially.

On the morning of the ceremony Andrea encounters a desperate man about to jump from a bridge. He tackles him to prevent the suicide, but their struggle ruins Andrea’s new suit with mud. Overcome by rage and humiliation, Andrea abruptly reverses roles: he lifts the man—now begging to live—and throws him into the river, then stays behind adjusting his trousers. Themes include bourgeois emptiness, the cruelty beneath propriety, and death treated with grotesque irony.

Il Testo / Full Text

NOVELLA

Il seguente racconto potrebbe anche non essere accaduto. Ma potrebbe benissimo accadere. E ciò interessa maggiormente. Non potendo fare in esso sfoggio di eleganza di stile o di armonia nel bel narrare, ve lo dirò con semplicità, alla buona, cercando di essere preciso e chiaro, senza stare a scegliere — giacchè si fa per mestiere l’arte di infilzare le lettere dell’alfabeto — immagini e parole per maggiormente colpire l’ignoto lettore.

È però necessario dividere la novella a capitoli, essendo ciò più riposante e corrispondente alle regole che una volta reggevano i vari componimenti letterari. Giunto a questo punto, incomincio. Anche perchè tutto quello che ho da dire, viene dopo.

*

La novella ha tre personaggi. Ne potrebbe avere molti altri ma l’autore — temendo di non potersene alla fine liberare col farli scomparire in un modo logico, come conviene ad ogni scrittore che ami e rispetti la sua opera — ha pensato bene di non presentarli addirittura. In tutto, quindi, essi si riducono a tre: numero perfetto, come sanno anche gli scienziati. E sono, per essere precisi, un uomo, una donna ed un suicida.

*

Le rigide regole della cavalleria m’impongono di presentarvi prima l’uomo (e vi prego di fargli un’ottima accoglienza): Andrea Pier Luigi Valeri. Quarant’anni, celibe, incipiente calvizie. Testa piccolissima — da microcefalo — appiccicata ad un collo sottilissimo, da trampoliere. Il resto del corpo basso e piatto: figura a penna di mandolino, come le sogliole.

*

Un mio amico umorista e paradossale chiama gli uomini bassi “i cannocchiali richiusi”. Delle due similitudini mi piace di più la prima, anche perchè è la mia.
Vi ho detto che Andrea Pier Luigi Valeri era celibe ed aveva quarant’anni; ma non vi ho detto che apparteneva alla categoria di quegli esseri semplici e pacifici che sfiorano tutti gli avvenimenti senza mai comprendere nulla, senza mai leggere nel valore reale del tempo la saggezza pratica della vita. Tipi indefinibili, imprecisi, insipidi come la nebbia nella pioggia e pazienti come i mendicanti nel sole. Formano il cerchio di magra borghesia che va dall’impiegato al piccolo possidente di provincia: la catena che ribadisce la miseria e la schiavitù della gente infelice.
Il nostro autorevole uomo — oltre alle ottime qualità accennate — aveva i baffi di pelo corto e gli occhi nuotanti in un principio d’albugine dietro gli occhiali cerchiati di tartaruga nera. Parlava raramente e molto più raramente rideva. Era stato così da ragazzo. Timido ed appartato. Camminava sempre in punta di piedi, rasente ai muri, come se avesse paura di fare troppo rumore nel mondo. Amava la quiete e l’ordine, gli amori sterili e le cose passate di moda. Unico segno di vita, era il fiore che ogni mattina metteva all’occhiello della giacca con compiacente vanità.

Con questa modesta descrizione di trecento parole su Andrea Pier Luigi Valeri, si chiude in santa pace il terzo capitolo per fare immediatamente posto all’altro — il quarto — che si inizia, per non guastare il necessario ordine cronologico, con un’altra presentazione.

***

Quella della donna: signorina Nanette Nanò. Non vi posso dire il colore dei suoi occhi che erano di velluto nero nè la forma della sua piccola bocca di velluto rosso, essendomi stato recisamente proibito. Ho però la libertà d’informarvi che la signorina Nanette Nanò viveva con il padre e la madre, onesti sì ma ricchi genitori. Il padre era un commerciante in oli e salumi: grosso, autoritario, faccia porosa e sanguigna. A chi gli diceva: “I suoi prodotti sono eccellenti”, rispondeva arrabbiato: “Non lo dica a me, lo dica agli altri”.
La madre, invece era una di quelle pie donne caritatevoli dalle ghiandole lacrimogene continuamente in funzione e le sottovesti piene di spille di sicurezza.

***

Questa famiglia esemplare che sembrava scappata fuori da un quadro del Norselius, passava serenamente i suoi giorni nel lontano paese di Chessoio. Un paese dalle mura merlate che cantavano epopee e lotte feudali, dove gli abitanti avevano tutti la stessa faccia, la stessa salute, le stesse abitudini e dove la signorina Nanette Nanò godeva l’onorifica fama di essere l’unica suonatrice di pianoforte. Fama degna della sua risonanza poichè la bruna vergine appassionata allo strumento che fu caro a Chopin, conosceva sulla punta delle dita gli accordi, le armonie, le fughe e le più delicate tonalità della scala musicale. Davanti al piano aperto assumeva spesso delle pose proclivi a mancar di giudizio. Ma questa è un’altra musica.
Bisognava pregarla, è vero. Pregrarla per fare udire “qualcosa” ogni volta che capitavano in casa degli amici. Lei diventava rossa come è di dovere, si schermiva, diceva: “No..... Non mi va.... Sono stanca..... Un’altra volta.....” Poi si avvicinava al piano, metteva un ginocchio sullo sgabello, allungava una mano, toccava un tasto, faceva udire una nota, due note, tre note.....
— Vi suono?
— Un capriccio di Mozart. (L’amico di famiglia).
Lei:
— Oh, troppo difficile..... E’ da tanto che non prendo più lezioni. Ho perduta l’agilità....
— Una polka (Il padre).
— Funiculì Funiculà. (La madre).
— Esitation di Murel. (L’amica intellettuale e bobbed-hair).
Silenzio. Gambe che si accavallano nell’attesa. Sguardi che s’incrociano e mani che fanno lo stesso sui rispettivi ventri. Ci siamo. Un mazzo di note pallide si scioglie nella camera. Cos’è?.... Ah.... La Preghiera d’una Vergine. Che musica!

***

Al sesto capitolo interviene la Morte. Veramente qualcuno potrebbe con ragione farmi osservare che fra i miei personaggi annunziati non figurava la “crudele falciatrice nei campi della vita”. (Lo scultoreo pensiero che ho posto fra virgolette, è dell’indimenticabile Gerolamo. Tutti avranno compreso, spero, che intendo parlare di Rovetta. Sì, Gerolamo Rovetta.) Rispondo a quel qualcuno dicendo che la Morte non figurava appunto perchè, come sanno anche i fabbricanti di cioccolata, la Morte si presenta da sè, senza bisogno di intermediari: E neanch’io, parola d’onore, me l’attendevо. Di botto mi è comparsa davanti. L’ho riconosciuta e son rimasto inchiodato alla sedia, davanti al tavolo dove stavo scrivendo solo e calmo.
— Cosa vorrà mai — ho pensato — con questo tempaccio (perchè non ve l’ho detto, ma fuori pioveva a catinelle ed i tuoni bombardavano la prima linea dell’orizzonte come se vomitassero fuoco tutti i grossi pezzi di un’artiglieria aerea).
La terribile Visitatrice attendeva in un angolo. Muta. Senz’occhi, il mantello bianco, alta alta.
— Desidera, bellissima Signora? — ho chiesto facendomi piccolò come il vecchio della favola che viveva in una noce.
— Il padre di Nanette Nanò.
— Il commerciante in oli e salumi?
— Appunto.
Glie l’ho immediatamente consegnato. Ed ora, dell’onesto Dionisio (si chiamava così il povero padre di Nanette) i lettori non ne sentiranno più parlare in questo dolorosissimo racconto. Invito i buoni ad una prece.

*

Gli avvenimenti incalzano e passa il tempo che non torna più. Mai più. La signorina Nanette Nanò, non potendone fare assolutamente a meno, compì ventisei anni. Lei però ne dimostrava trenta e ne rivelava venti: le donne sono sempre timide.
Nella casa vi erano tre pesci che dalla mattina alla sera si affannavano in misteriose ricerche oceanografiche, un gatto afflitto d’apatia e di sonnolenza cronica ed un gargarizzante canarino giallo come un tuorlo d’uovo, equilibrista e dal nevrastenico nome di Tic.

*

Calda e gonfia di profumi era scesa la sera. Nel deserto del cielo apparivano le prime carovane di stelle. Dalla terra, da tutte le cose sulle quali gravava il peso dell’ombra, saliva il respiro del Nulla: il Silenzio.
Lontano, quasi al limite estremo dell’orizzonte, la notte.....

(Mi giungono delle voci:
— Basta. Basta, Perdincibacco.
— Non ho più tabacco.....
— Non ho la pipa per fumar.....)

— Chi parla? Chi si permette d’interrompere?
— Dei lettori annoiatissimi.
— Oh.... Scusino tanto.... Desiderano?.....
— Come? Siamo al trentesimo capitolo e di questa benedetta novella non si vede nè la testa e nè la coda.....
— Ma....
— Non v’è ma che regga. Siamo stanchi delle vostre descrizioni e delle vostre insulsaggini....
— Ecco.... Ecco....
— Un ficosecco! Le spiegazioni non ci occorrono e noi non siamo tipi da essere burlati. Dov’è il racconto?....
— Incomincio subito.

*

In che modo il signor Andrea Valeri fosse giunto a conoscere con la sua figura a penna di mandolino la bella Nanette Nanò, non ve lo saprei dire perchè non lo so nemmeno io. Ma so con sicurezza indiscutibile che egli ascoltò una certa sera, in un atteggiamento estatico — palpebre socchiuse, labbro inferiore penzolante, i due pollici nei taschini del gilè — tutta la Preghiera d’una Vergine, preceduta e seguita da due canzonette napoletane.
L’esemplare madre sedeva in un’ampia poltrona. Stanca dalle fatiche della giornata e cullata dalle note patetiche, un po’ alla volta, sorridendo e sbadigliando, si era placidamente assopita. Si svegliò d’incanto, all’ultimo accordo, e con un ineffabile sguardo allacciò le immacolate mani di Nanette con gli stranulati occhi del Valeri come a significare: “Che ve ne pare?”

*

Che gliene pareva? Un capolavoro. Prima di tutto egli pensò che Nanette Nanò era il tipo ideale della fanciulla da tanti anni sognata e cercata per moglie: graziosa, buona, ottimi costumi. Una di quelle ragazze dall’aspetto semplice come certi fiorellini di campagna, sperduti, da pochi colti e che da soli bastano a riempire di profumo tutta una casa.
In secondo luogo Nanette aveva una bocca di fragola. Una piccola bocca di fragola.

E si era nel mese di maggio.

*

Ne parlò con un amico che spesso gli domandava denaro e gli dava consigli.
— Vorrei prendere moglie. Cosa ne dici?
— Che fai male. Ricordati che le donne sono come le scarpe: quando incominciano ad andare bene, si devono buttar via.
Le parole e l’ironia dell’amico non ebbero però alcun effetto. Tutti i fornelli della passione si erano accesi per bruciare la testa di Andrea Pier Luigi Valeri.
Tornò egli, pochi giorni dopo il primo incontro, a visitare Nanette. E la “sorprese” con un grembiule dalle ampie maniche monacali mentre fettava una cipolla e leggeva, nello stesso tempo, un libro aperto che aveva accanto sul tavolo. I suoi occhi erano arrossati. Sulla copertina del libro si leggeva il titolo: Storia d’una capinera di Giovanni Verga.
Valeri non riuscì mai a comprendere, né quel giorno né gli altri, se Nanette piangesse quella sera per la cipolla o per Verga.
Si seguitarono a vedere tre volte alla settimana: i martedì, mercoledì e venerdì. I giorni con l’erre che, come sanno anche i superstiziosi, sono quelli che portano fortuna.
Nanette si sedeva in un angolo, nell’alone bianco della lampada, intenta alla manifattura del proprio corredo. Sulle lenzuola ricamava le lettere: “Sempre Uniti”; sugli asciugamani l’augurio: “Buon Giorno” e sulle camicioleine l’invocazione: “Amore Mio”. Uccelli e fiori in tutti gli angoli. Non bisognava chiederle per chi fossero destinate le camicioleine, altrimenti diventava rossa e le uscivano le lagrime come ad un contagocce premuto. I motti arditi e le allusioni licenziose la facevano così subitamente arrossire, che si sarebbe potuta soprannominare “il termometro del pudore”.
Taceva sempre: la testa china sul ricamo e le mani affaccendate, svelte, in un prodigio di attività. Sembrava una macchina da cucire. Ognuno avrebbe visto in lei una creatura destinata a “fare” un’ottima compagnia.
La “Compagnia Fabbricante Singer”.

Una sera si presero le mani ed insieme, con un fil di voce, commossi, dissero “Sì”.
(Qui mi si presenterebbe l’opportunità di scrivere un paio di pagine d’amore con l’incarico di gettare in una crisi di sospiri tutte le ragazze da marito e mandare in fregola tutti i Senatori del Regno d’Italia. Preferisco tacere — considerando i malanni che potrei arrecare — e passare oltre anche perchè siamo ad una svolta della storia. Della storia che vi narro.)

*

Nell’amenо paese di Chessоio vi erano due sarti: uno cieco da un occhio — il sinistro — e l’altro sordo da un orecchio — il destro. Ognuno di essi era difettoso. Accoppiati, formavano una testa completa. Perciò da molti anni lavoravano assieme.
I due sarti ebbero il delicatissimo ordine di confezionare un abito per il signor Andrea Pier Luigi Valeri. In seguito a lunghe e laboriose discussioni si raggiunse l’accordo intorno ad una stoffa color cenere. Taglio modernissimo, ultimo figurino della “Ville de Paris”. Questo figurino era capitato per un disguido postale nel delizioso paese di Chessоio.
Il prezzo costituiva una fortuna: 1500 lire compresi i bottoni e l’occhiello al lato sinistro della giacca: indispensabile per accogliere il fiore della vanità.
I due sarti si divisero il lavoro — uno pantaloni e gilè, l’altro giacca e stiratura — e si misero all’opera.
Quello sordo sapeva cantare e quello cieco sapeva fischiare. Cantando e fischiando, tutti e due mandavano avanti l’onорabilità della Casa.
Dopo quindici giorni di prove, riprove, accomodamenti e aggiunte, l’abito fu pronto. Una meraviglia mai vista, a memoria dei più vecchi residenti dell’incantevole e montano paese. Il calzone aveva una piega così rigida che sembrava inamidato. Si sarebbe potuto benissimo reggere in piedi anche senza l’aiuto delle gambe.
Andrea Pier Luigi Valeri l’indossò nella stessa sartoria e si vide nello specchio. Poi sorrise, si fregò le mani e disse, soddisfatto:
— Va bene.
A passeggio in compagnia di quell’abito, gli sarebbe caduta fra le braccia anche una principessa reale. Si sentì egli all’altezza della situazione, un conquistatore di donne di alto lignaggio e pensò alla bocca di fragola della suonatrice di pianoforte. La lingua gli scivolò fra i denti. Giacchè l’abito nuovo — per chi non l’avesse ancora compreso — occorreva al nostro illustre personaggio per la cerimonia del fidanzamento ufficiale con la signorina Nanette Nanò.
— Va tutto bene — tornò a ripetere assumendo un altro tono ed un’altra espressione. Ed aggiunse:
— Solo mi sento un po’, come dire, legato nei movimenti.
— Nelle cose nuove — sentenziò il Sordo che conosceva il suo mestiere ed i suoi clienti — bisogna starci dentro.
— Già, per l’affiatamento — rispose il collega cieco.

*

Il giorno del lieto avvenimento, alle cinque del mattino, Andrea Pier Luigi Valeri era in piedi. La notte non aveva potuto dormire. Si vestì. Mise il famoso abito, impeccabile in tutte le sue linee, un paio di scarpe Hurley, un cappello Stetson, una cravatta degna dell’ora che stava per scoccare. Sembrava, con tutte quelle cose nuove, uscito da una vetrina. Lo tormentava l’impazienza dell’attesa. Si avviò lentamente per una strada solitaria.
— Farò una passeggiata — disse con una certa compiacenza nel rivolgersi la parola — e passerà il tempo.
Il mattino era caldo e popolato dal grido delle rondini. Perchè si era nella primavera — precisamente il mese di aprile — e vi erano, di conseguenza, le rondini.
Ad un tratto spuntò il sole e tutte le fontane della via risero oro.

***

Camminava da qualche mezz’ora, quando alla metà d’un ponte che stava per attraversare, scorse un uomo il quale, gettato il cappello, si toglieva la giacca. Nessun dubbio: doveva trattarsi d’uno dei soliti disgraziati che domandano la morte ad un’arma oppure alle acque d’un fiume: che fuggono la vita non perchè l’odiino ma perchè l’amano più degli altri, con frenesia.

Andrea Pier Luigi Valeri si scagliò in avanti senza esitare, deciso ad impedire l’atto tragico. Giunse ad afferrare le gambe dell’uomo che era già salito sulla ringhiera e stava per spiccare il salto. Lo tirò violentemente indietro. Lottarono. Caddero. L’altro era piccolo, muscoloso e rude. Egli gli vide la faccia livida e gli occhi cerchiati da un segno di blù. Vide anche gli abiti strappati e poveri.

— Chi sei? Cosa vuoi? — gridava quegli con una voce dannata.

— Non ti muovere. Stati zitto. Perchè vuoi ucciderti?

Ancora si batterono, rotolandosi, mordendosi, bestemmiando. Accanto vi era una pozzanghera. Vi caddero. Si udivano i due respiri affannati. Il ponte era deserto. Alla fine la voce del cencioso volontario della morte, implorò:

— Lasciami: non mi fare più male. E’ stata una follia. Ora è tutto passato.... Prima non ragionavo.... Ero pazzo.

Rimasero — stanchi — seduti per terra, di fronte. Un pensiero fulmineo attraversò il cervello di Andrea Pier Luigi Valeri: l’abito. Si passò una mano sulla faccia sudata; si vide le braccia, i pantaloni, la giacca. Era coperto di fango fino alle orecchie. Sembrava un motociclista in una giornata di pioggia.

Dietro agli occhiali, due occhi iniettati di sangue gli si dilatarono spaventosamente. Non udì le parole che gli diceva lo sconosciuto, tendendogli la mano:
— Grazie. Mi hai salvato. Ti devo la vita.
D’un tratto egli allungò le due braccia, prese l’altro per la cintura, lo sollevò in aria, si avvicinò alla ringhiera del fiume.
— Che fai? Perchè?..... Maledizione..... — gridava spaventato l’uomo che non voleva più morire.
Il salvatore dannato non rispose: avanzò ancora e disperatamente scagliò nel vuoto il peso umano.
Si udì un tonfo e poi il festoso gorgoglio dell’acqua che si richiudeva.

***

Sul ponte fatale, Andrea Pier Luigi Valeri rimase ad accomodare la piega dei calzoni che ora non stavano più in piedi nemmeno con l’aiuto delle gambe.

New York

FRANCO LALLI

I Manoscritti / Original Typescripts · 6 fogli