Angolo Nord del Caffè. Ombra. Una lunga ombra che s'addossa contro il muro rigidamente, come un personaggio simbolico evaso da un dramma torbido dell'Andrieiff. La mia anima si forze dentro la mia carne come un fascio di luce sacrificata dentro un blocco di ghiaccio. Perchè? Non sono forse una creatura e, quindi, una punizione?
Davanti a me, a un altro tavolo in fondo, una figura indefinibile di pittore trasandato in compagnia d'una quindicenne abbastanza carina: cappellino di velluto nero, due lunghe trecce bionde che le scendono lungo le guancie e giù per le spalle, davanti, passando a lato dei seni che si indovinano raccolti come due mezzi limoni miracolosi. Due grandi fiocchi d'un bel rosso veronese, traboccano di sotto le tese del cappellino annodati alle trecce, con l'apparenza di farfalloni posatisi lì per bearsi di chi sa quale dolcezza che non conoscono. Vestito color cinabrese. Aria di bambola seria. Mangia un grosso pasticcio. Non sorride.
Alla mia destra, una donnina (o piuttosto una creatura: mi sembra più umano!) d'età e di condizione indefinibili. Pare che abbia molto vissuto e molto sofferto, ma potrebbe anche essere una di quelle intellettualoidi trascurate e sciupate, coi vestiti sempre malmessi, con uno di quei visi pallidi come la salma di un sogno. Legge un giornale arretrato. Perchè? E' forse “una convalescente”? Guardo il titolo di ciò che legge: “La relazione alla Camera Francese”. Tristezza!
All'altro tavolo in fila, nell'angolo: due amanti o due fidanzati? Lei: delicata, d'una delicatezza che sembra resistere appena alla rigidezza del pomeriggio; con un visino umile e dolce; un viso quasi di sacrificio. Lui; pare un commerciante o una bestia. Perchè sono insieme? Certo, una dissonanza drammatica della vita.
A un altro tavolo, situato di fronte ai due fidanzati, siedono quattro vecchiotti. Uno è cieco.
In fondo al caffè, nel lontano nord-sud, una vecchia signora in compagnia d'una ragazza. Vestito e cappello rigido, azzurri; moda di non so quale collegio. Ha davanti una coppa piena di panna e si prepara alla bellissima festa della ghiottoneria. Appena affonda il cucchiaino in quella morbidezza di piuma, di neve, di luce, sorride con una magnificenza segreta, indovinata soltanto dalla mia attenzione fantasticante. Penso con una certa malinconia a quella sua gioia che io — “l'uomo grande” — non sarei più capace di avere per una coppa di panna o per una scatola di confetti come quando ero bimbo, “l'uomo piccolo”, “l'incosciente”, che si riconsolava con un nonnulla che parresse appena qualcosa. Ma ora che vedo rivivere una gioia lontana ch'io pure vissi, illuso di poterla risuscitare in me limpida come un tempo, urlo: — Cameriere, una panna!
Inutilmente! Ho mangiato la panna, ma senza nessun godimento, e m'è rimasta qui dentro, ora, una sensazione di pesantezza, come se fossi stato due ore in compagnia d'una bellissima donna noiosa. Quale sarebbe, dunque, la coppa di panna meravigliosa, adatta per far felice anche per un momento soltanto quel bimbo grande che sono ora? Tristezza!
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Credevo d'essere affetto da mania, tanto m'accadeva spesso d'incontrare a spasso su parecchi volti il medesimo naso o quel paio di baffi così e così o quel sorrisetto formato fra occhi e bocca come una farfalluccia inflata ad uno spillo. M'affibbiavo tutta la colpa come se non mi riuscisse più di togliere un paio d'occhiali che avessero la virtù di sovrapporre fisionomie. Diamine: il mondo è grande e, senza tirare in ballo il globo terrestre, questa città non è un picciolo orto. Eppure quel neo a cavaturacciolo intravisto a spasso lungo Broadway e ritrovato in un viale del Bronx, era ben lo stesso che attirò la mia attenzione giorni addietro in una strada di Brooklyn.
Era logico che mi accusassi di mania. Gira e rigira, tutte le fisionomie mai si confondevano, si sommavano a comporre un tipo astratto come se ne vedono confezionati in cera dipinta. “Possibile, mi dicevo, che gli uomini mi sembrin tutti d'una famiglia, come i gatti soriani?” E disperavo di potermi levare gli occhiali eguagliatori.
Senonchè giorni sono mi vien l'idea d'andare a teatro per assistere ad un drammonne di quelli che finiscono col morto. Incomincio a guardare i volti delle comparse. Dapprincipio resto soddisfatto; poi, quando vedo sfilare una specie di corte trionfale, mi piglia il dubbio di avere le travegole.
Sfilavano a coppie ben distanziate dragoni imponenti; uscivan dalla quinta di sinistra e sparivano dietro al fondale. Come una coppia era appunto sparita, compariva l'altra. Inesplicabile sembrava l'affanno ed il sudore che scendeva dai volti avvampati delle comparse le quali camminavano a passo marziale ma non forzato. Cercai, e meravigliosamente spiegai. Prima di tutto riconobbi un paio di baffi alla cinese; infine li ravvisai bene i quattro uomini. Eran sempre gli stessi: in quattro, sopportavan le fatiche di uno squadrone appiedato.
Così è tutto il mondo. Quattro comparse di un dramma che escono da destra e ricompaiono da sinistra. Poche strade ci sono sulla terra: poche per far perdere di vista un neo col pelo a cavaturaccioli. La natura è stanca; non vuol più affaticare troppo la fantasia, perchè una faccia umana l'inciami oggi al polo e domani all'equatore. E a teatro mi persuasi di non essere maniaco.
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Debbo premettere che io non ho mai creduto agli orologi; anzi ho sempre ritenuto che essi, nella migliore delle ipotesi, ci forniscono soltanto un'opinione sull'ora. E non ho mai osato di segregare nel taschino del panciotto il meccanismo di un modesto sistema Roskoff, poichè non saprei essere tanto preciso da ricordarmi di caricare la molla ogni giorno.
Insomma, io non saprei essere il regolatore del mio orologio e non vorrei condannare due lancette a ritrovarsi quotidianamente puntuali a mezzogiorno. Difatti, in casa mia c'è appena una sveglia vecchia che cammina poco e non suona quasi mai.
Stasera sono uscito quando nove tocchi stanchi erano già caduti pigramente da una chiesa vicina. Mi sono avviato verso il centro della città.
Nella bottega di un tabaccaio, illuminata in pieno dalla lampada, un orologio imperturbabile segnava le sette e dieci spaccate a capello. Opinione valeva opinione, tanto più che io mi trovavo in anticipo sul conto della mia vita: una caparra di un'ora e cinquanta minuti. Prima però di concedermi il gusto di questo ringiovanimento, ho proseguito a passo di bersagliere. In un bar, valendosi della conferma dello specchio, un altro orologio dava per sicurissimo le sei e trentuno. Il credito della mia giovinezza aumentava: il tempo, stanco di andare, tornava sui propri passi ragomitolandosi; indietreggiava per essere riammesso nel paradiso terrestre, prima del peccato, nell'eternità senza albe e tramonti, senza nascita e morte. Il tempo cercava, risalendo, di rimettersi accucciato nell'ombra dell'albero del bene e del male. Ho capito che se avessi continuato ad interrogare un nuovo orologio, avrei avuto ancora una benevola spinta verso l'infanzia. Allora, prima di ricominciare il balbettio infantile, mi sono attaccato alla mia opinione sul tempo, la mia vera, anche se non comprovata dalle sfere di nessun cronometro. E' l'ora della digestione, mi son detto.
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Da un pezzo per me l'amore è come un profumo che sa di bottiglia; io voglio un profumo che sappia di fiore. Per questo odio l'ombra che si forma da sè, in qualsiasi ora del giorno, appena una donna entra nella mia stanza. Ecco: il meriggio è chiaro, le tende sono alzate, le persiane aperte e la luce si disfà così gioiosamente attorno a me che la bianchezza della carta sul tavolino appare d'una crudità mordente. Ma come una donna si fa avanti, l'ombra s'addensa su tutte le cose, rapidamente. Avvolge anche le parole, stagna sulle nostre mani in cui s'agita appena il presentimento e il tentativo di un gesto. E quest'oscurità è tremante come se le nostre pupille vi avessero strutta tutta la loro inquietitudine.
Allora spunta in me un don Giovannino imprevedibile; non un seduttore, ma un sedotto dall'ambiente, meschinissima vittima d'un silenzio che è come lo strascico notturno d'una divinità dal viso coperto.
Il don Giovannino è soltanto una maschera ubbidiente a un invito di morbidezze; ha ritrovato il filo d'una vecchia favola e lo spezza per avere ragione di riannodarlo domani. Io lo guardo, ne seguo ogni gesto, ne denudo tutta l'elegante miseria. Ma ho trovata la beffa. Comprerò un pappagallo, un grande pappagallo così vivace da sembrare saltato fuori dalla tavolozza di un pittore impazzito. Lo metterò su un'alta gruccia, dietro al divano scarlatto perchè possa tutelare ogni probabile abbandono. Insegnerò al pappagallo una sola parola: Amore. E gli dirò di gridarla forte questa parola, durante tutte le nostre pause...
Colei che il nostro cuore proclama regina, ha due paggi che la seguono e le rendono onore.
E' fulvo l'uno, ardente ed impetuoso, e nei suoi begli occhi talora guizza la fiamma d'una subitanea ebrezza, tal'altra passano, come nubifogne di pioggia, le lagrime d'una pena soave. Quando la sera scioglie i suoi veli e il cuore degli uomini par che sussulti e si torca sotto la carezza d'una mano furtiva, è lui che viene a cercarmi e che mi guida, a grandi passi, per le vie imbiancate dalla luna, fino alla soglia della camera ove Ella, al mio apparire, sorride e chiude gli occhi.
Ma l'altro paggio, ahimè, somiglia al primo come la torpida talpa alla falena irrequieta. Il suo farsetto color di cenere è più gaio del suo umore. Sbadiglia alla primavera e sbuffa all'autunno, e la piuma del suo berretto pende come l'ala d'un uccello morto. Non parla; scuote la testa; non
