Giorno: mercoledì, 4 marzo
Scena: un ristorante
Tempo: 2 pomeridiane
Ho fatto colazione con Reinhard, uno degli ingegneri del «Rockefeller Center». Abbiamo chiacchierato a lungo dell’America. Ed in ultimo egli mi ha detto:
— Gli uomini e le donne di questo paese sono come gli uomini e le donne di tutti gli altri paesi del mondo. Gli stessi difetti e lo stesso destino. V’è una sola differenza tra l’umanità che vive sotto il Governo di Roosevelt e quella che vive sotto il Governo di Sua Maestà Britannica o sotto il comando augusto di Re Faruk. In questa differenza sta nascosta la forza della Nazione in cui ti trovi. È un segreto e credo che pochi l’abbiano compreso.
— Quale?
— Te lo dico subito: il popolo americano non sa mangiare. La ghiotta e saporita arte gastronomica è ancora ignorata nelle cucine d’America. La gente mangia male, mangia in fretta, mangia in piedi cavando da scatole ornate come stemmi gentilizi mummie di cibi che furono imbalsamati il mese o l’anno prima. La mensa doviziosa di cento leccornie, di vini giocondi, di pietanze che rappresentano sinfonie deliziose per i palati, qui manca. Di conseguenza manca anche quel torpore dolce, quell’atmosfera che scende come una beatitudine alla fine di ogni buon pranzo e che dura ogni volta, in tutte le mense della terra, almeno un’ora. È durante quest’ora che i popoli incominciarono a conoscere l’abbandono, l’inerzia, le voluttà della pigrizia e del piacevole conversare. Tutte forze passive, queste, che il popolo americano non subisce. Il suo linguaggio, sappi, è ancora un linguaggio primitivo: fatto di immagini e di suoni brevi, gutturali, da gente affaticata. Allo stesso modo com’è semplice e puerile, qui, la concezione che si ha di tante cose. Guarda intorno e l’inaudito che vedi è dovuto esclusivamente al fatto che lo stomaco americano può fare a meno d’un piatto di maccheroni avvolti in una rossa risata di pomodoro o dei cibi prelibati della vecchia Europa. Se conoscesse il paradiso della tavola, l’opera di questi giganti si interromperebbe perchè con lo stomaco pieno non si crea: si digerisce solo.
Giorno: venerdì, 6 marzo
Scena: un tram
Tempo: 3 pomeridiane
Due uomini seduti accanto a me: uno dalla barba rettangolare, tipo egizio, e l’altro roseo, grasso e biondo. Dirimpetto, lungo il sedile, stanno: un signore dal volto solenne come un «requiem aeternam» che legge l’«Herald Tribune», una donna d’età e di condizioni indefinibili, un negro, un cinese ed una ragazza che continuamente si guarda in uno specchietto e si incipria con le stesse mosse dei gatti quando con una zampa si lavano la faccia.
Ogni nuovo passeggero che sale, paga cinque soldi ed il tranviere suona il campanello.
I due uomini che mi seggono accanto parlano dei nostri tempi e della crisi. Domanda quello con la barba:
— E come hai risolto la situazione?
Risponde l’altro: — Ho mandato mia moglie a vivere con i suoi, ho messo un figlio in un istituto di beneficenza, ho ammazzato il gatto e vivo col sussidio della città. Se continua di questo passo, però, sarò costretto a vendermi l’automobile.
Giorno: domenica, 8 marzo
Scena: Chiesa di San Francesco Saverio
Tempo: 11 antimeridiane
Questa mattina ho ascoltato la messa nella Chiesa dei sordomuti. In verità dovrei dire «ho visto la messa» perchè la funzione si è svolta col silenzioso linguaggio delle mani ed è stata udita con gli occhi. Una visione commovente. Il linguaggio è spesso la musica con cui noi incantiamo i serpenti che guardano i tesori degli altri; ma molto più spesso è sciocco, fastidioso, falso, pesante, inutile. Solo il silenzio può star vicino alle grandi cose ed ai grandi amori. Come questi poveri infelici colpiti dalla sventura, stamani stavano vicino al loro Dio.
Dopo l’Evangelo, un frate dell’Ordine dei Gesuiti è salito sul pergamo ed ha predicato. Aveva occhi intensi e pensosi, una bella testa pallida da sognatore e le mani scarne che si muovevano bianche e tragiche nell’ombra del tempio.
Come la voce ha delle pause e si raccoglie e si ferma, così le mani del monaco avevano una loro armonia ed un loro ritmo e parlavano avvicinandosi o separandosi, aumentando o diminuendo la ragnatela dei gesti che le dita tessevano.
Quando mi son trovato nella via, la prima voce riudita è stata quella d’una donna che mi passava accanto e che diceva ad una sua compagna: — Wat upsets me most is that he never talks. (Quel che più mi urta è che lui non parli mai...).
Ecco un’altra che non sa quel che possiede.
Giorno: lunedì, 9 marzo
Scena: Union Square
Tempo: 8 pomeridiane
Questa è la piazza rossa. Se in America vi sarà un giorno la rivoluzione che sognano Stalin ed il «Daily Worker», è da questa piazza che partiranno le orde dei Giacobini dietro i vessilli del «Terrore».
Venticinque anni fa vi pulsava il cuore della metropoli, era il centro dove l’orchestra di Satana iniziava i suoi concerti di fiamma delle allucinanti notti di New York. Oggi, sporca, oscura, angusta, è la Times Square dei poveri che vi sboccano dai carni dell’East Side per invadere i cinematografi da venti soldi ed i ristoranti senza camerieri. Accanto sta la dimenticata Accademia di Musica e, poco lontano, il famoso Luchow’s che continua ad importare dalla Germania piedi di maiale lardosi e saporiti come le pere di San Giovanni: l’unica cosa tedesca che resti di buono in America e l’unico prodotto che alimenti ancora il commercio con il Paese di Hitler.
In questa piazza giungono tutte le sere degli accesi propagandisti politici i quali si fermano nei punti più strategici, salgono sopra una sedia e dalla polveriera della loro oratoria incominciano a lanciare le bombe della rivolta sociale.
La gente accorre ed ascolta in silenzio. Poi, di tanto in tanto, si sposta e passa nel gruppo accanto per sentire l’altra campana. Continua il giro, orecchia, scruta le facce, fiuta ed assapora le idee. Dopo di che, va via, annoiata o soddisfatta dello spettacolo. L’oratore, allora, ripiega il cartellone che s’era messo accanto come una bandiera, discende, ripiglia la sedia e se ne torna a casa. Ancora una volta, la rivoluzione è stata rinviata di ventiquattr’ore.
Alto, solenne, fiero, nel centro della piazza sta il monumento d’un Generale a cavallo che, simile a quelle facce conosciute, riconosco ogni volta che lo incontro, ma ne dimentico sempre il nome.
***
Ad un lato — e precisamente al numero 1 Union Square — si trovano gli uffici di Fernando Pettinella, uno fra i più abili e attivi agenti italiani di pubblicità e l’unico, credo, che abbia nella sua anticamera uno scaffale con opere di filosofia. Possiede le più belle cravatte di New York e le accomoda in un modo suo particolare formandone dei nodi da serpente boa che occupano tutta la V del panciotto. Un giorno era un poeta ed un buongustaio dell’arte; ma adesso ha fatto fortuna e s’è immalinconito come un gatto sazio. Se gli parlate di affari, alza le braccia e scuote la testa sotto certi cappelli un po’ all’antica, fatti a tuba, che porta con quell’andatura e quel passo acquistati in guerra e non ancora dimenticati entro le cateratte delle vie di New York.
È dalle ampie finestre dei suoi uffici che ho guardato spesso la piazza rossa ed ho visto i negozi, la folla, i solitari oratori che di giorno vendono callifughi e di sera programmi politici. E poi il Generale... Quel benedetto Generale di cui mi sfugge il nome...
Giorno: mercoledì, 11 marzo
Scena: Madison Square Garden
Tempo: 3 pomeridiane
I dieci animali più intelligenti — in termini di pensiero, memoria, facoltà riflessiva e capacità di azione — sono, secondo il Dr. Reid Blair: lo scimpanzè, l’orangutan, l’elefante, il gorilla, il cane, il castoro, il cavallo, la foca, l’orso ed il gatto.
I tre animali che a me più piacciono — il cane, il cavallo ed il gatto — occupano quindi, rispettivamente, il quinto, settimo e decimo posto. Il Dr. Blair aggiunge che «se lo scimpanzè avesse avuto i vantaggi della cultura usufruiti dai cane durante migliaia d’anni d’associazione con l’uomo, oggi la scimmia antropomorfa...». Cosa farebbe? Passeggerebbe per le vie di New York fumando un sigaro? L’illustre scienziato non lo spiega bene, ma lascia comprendere che un intero ciclo di civiltà è andato perduto. Non se ne addolori il Dr. Blair e vada piuttosto a vedere — come ho fatto io — la mostra del Madison Square Garden. Vi sono 2.920 rappresentanti della razza canina giunti da tutta l’America e da numerosi Paesi europei. San Bernardi, levrieri, danesi, «irish setters», «Boston terriers», «samoyedes», «bulldogs». Alcuni famosi, altri sconosciuti ed anelanti alla gloria; ma tutti di natali illustri e di nobile aspetto.
A gruppi, i cani sono condotti nell’arena dai proprietari ed incominciano a girare intorno alla giuria che assegna i premi procedendo per eliminazione. Giungono i San Bernardi velloso e mansueti, dai dolci occhi umani; i cani lupo scaltri ed agili; i danesi forti, imponenti, statuari; i levrieri snelli, dal passo di danza. Non ho mai visto in nessun concorso di bellezza una maggiore seduzione.
Lungo uno dei corridoi ho incontrato il Marchese Caradonna che con i cani ha costruito e disperso intere fortune. È giunto espressamente dalla California per assistere alla mostra. Magro e nervoso come il naso d’un coniglio, quando ti stringe la mano te la porta all’altezza della fronte.
Mi annunzia di aver comperato il più puro «irish setter» esistente al mondo. Non termina di parlare perché ha ascoltato un fischio — segnale d’un nuovo gruppo che avanza nell’arena — ha alzato gli orecchi ed è fugito come il coniglio di cui vi parlavo prima.
Giorno: giovedì, 12 marzo
Scena: Roxy
Tempo: 11.30 pomeridiane
In questo cinematografo che il povero Roxy inaugurò dieci anni or sono e dove Maria Gambarelli rivelò al pubblico l’alchimia della sua arte, si trova, al quarto piano, un ospedale con un corpo completo di medici, assistenti ed infermieri. L’ospedale è a disposizione degli spettatori. Quando una signora è presa da una crisi di isterismo o sviene durante la proiezione di qualche film pieno di brividi, è qui che la trasportano e che riceve le prime cure.
Ma che gaio e divertente Paese, l’America! Costruisce un cinematografo e ti ci mette dentro l’ospedale. M’è venuta la voglia di chiedere ad uno degli impiegati: — E il cimitero? Non si trova, per caso, anche il cimitero in qualche altro piano? O magari nascosto nella cantina?
Giorno: venerdì, 13 marzo
Scena: Wall Street
Tempo: 12,15 pomeridiane
Numero 23 Wall Street. È qui che sette anni or sono giungeva tutte le mattine, alle 9,45 in punto, con una grande e nera automobile cardinalizia, un uomo che Morgan chiamava «l’audace ribelle». Un
gruppo di impiegati accorreva e si inchinava al suo passaggio. Egli saliva, si chiudeva nel suo studio ed ascoltava i rapporti d’una dozzina di segretari e di esperti che gli si disponevano intorno, a semicerchio. Quindi leggeva i cablogrammi con le quotazioni di Londra, Liverpool, Parigi, Roma, Berlino, Bruxelles. Dopo pochi minuti incominciava a giocare in Borsa. Dieci, venti, cinquanta, cento milioni di dollari.
Tra il 1927-1929 la follia dell’oro gli fece gettare nelle fauci del mostro insaziabile oltre un miliardo di dollari. Era un colosso seduto sopra un’alta montagna e si divertiva a tenere tutta l’America legata al suo capriccio di pazzo. « Cosa ha fatto oggi? Cosa ha comperato? » E quel che egli aveva fatto e quel che egli aveva comperato, gli altri facevano e comperavano.
Giunse l’uragano della crisi. 1936. Nei giorni scorsi quello stesso uomo ha dichiarato bancarotta e, apparso davanti ad un magistrato, ha detto: — Posseggo soltanto 250 dollari.
Questa è la storia di William Durant.
Non ricordo chi affermò, tempo fa, che i ricchi avevano sentito le conseguenze della crisi più dei poveri. Ed un feroce umorista rispose: — È vero. I poveri possono, al massimo, morire di fame. Ma i ricchi possono diventare poveri!
Giorno: lunedì, 16 marzo
Scena: Dunhill
Tempo: 11 antimeridiane
Il più grande negozio di pipe e di tabacchi di New York. Al primo piano si trova l’occorrente per i fumatori: bocchini, borse, astucci, ceneriere. Al secondo piano sta quel che dicono « the humidor » e che io non so come chiamare in italiano. Si tratta d’una grande camera dove i clienti tengono in deposito i sigari ed il tabacco già comperati per farli restare freschi e mantenerne l’aroma. Ogni cliente ha una sua cassetta, come quelle di sicurezza nelle banche. Qualcuno compera dieci o dodicimila sigari e li lascia qui dentro. Così fanno Douglas Fairbanks, B. Taylor e molti altri. Taylor ne ha comperati duemila ad un dollaro l’uno.
Molte signore, mi rivela uno degli impiegati, fumano i sigari Dunnill e fanno frequenti visite al negozio.
« Gente ricca, gente infelice » — dicono i libri dei vecchi savi. Sarà. Ma credo che sia preferibile essere infelici sprofondati in una poltrona e con uno di questi sigari in bocca, anzichè allungati sopra un marciapiede e con un mozzicone spento tra le labbra, raccolto all’angolo della strada e nella impossibilità di accenderlo perchè non si possiede un fiammifero.
Giorno: martedì, 17 marzo
Scena: Delman
Tempo: 12 antimeridiane
Ieri i sigari; oggi le scarpe. Dicono che questa sia la più grande calzoleria del mondo. Certo è la più famosa; e gli impiegati sono quasi tutti italiani. Calzolai? Ah, no! Artefici superbi che hanno tra le mani i più illustri piedi d’America e d’Europa. Piedi femminili, perchè fanno solo scarpe da donne. Una Contessa italiana ne ha comperate due paia per mille dollari: avevano i bottoni di zaffiro. Il loro uso è per le grandi serate, per ricevimenti in Corte.
Non mi stanco di guardarle. Sono queste le scarpe che — secondo le favole inventate per riempire di meraviglia e di malinconia i begli occhi delle fanciulle povere — ad un certo punto delle scapigliate cene gli ubbriachi cavalieri tolgono alle sciocche dame per versarvi e ber-vi, come coppe, il biondo champagne.
Hanno quasi tutte il tacco altissimo, puntello di atroce tortura che fu inventato — se non lo sapete — da una donna bassa la quale aveva un fidanzato alto che la baciava sempre sulla fronte. E allora il diavolo disse alla donna bassa: — Metti i tacchi alle scarpe...
Giorno: sabato, 14 marzo
Scena: Columbus Circle
Tempo: 3 pomeridiane
I pacifisti si sono riuniti in questa piazza, che porta il nome di Colombo, per far leggere ai passanti un enorme cartellone nel quale son segnati i prezzi della gloria secondo le tariffe 1914-18. Il cartellone dice:
« Il costo della guerra mondiale — senza tener conto di trenta milioni di morti e di invalidi — fu di quattrocento miliardi di dollari. Con questa somma avremmo potuto costruire tante case quante sono le famiglie d’America, del Canadà, dell’Australia, dell’Inghilterra, dell’Irlanda, della Scozia, dell’Italia, della Francia, della Germania e della Russia: case al costo di 2.500 dollari l’una, con mille dollari di mobilia ed un terreno, intorno, del valore di cinquecento dollari. Ogni città di oltre ventimila abitanti dei Paesi su menzionati avrebbe potuto avere una biblioteca di cinque milioni di dollari ed una università di dieci milioni. Con la somma rimasta avremmo infine potuto creare un fondo pubblico che, investito ad un interesse del cinque per cento, avrebbe provveduto un salario di mille dollari annui ad una armata di 125.000 insegnanti e 125.000 infermiere ».
Pratici ma illogici, come sempre, gli americani prendono l’eroismo, la gloria e la storia, fanno i conti sulla carta e fissano i prezzi.
Quel che non comprendo, però, è perchè si affliggano tanto, se sono gli altri che han pagato e perduta la casa, la biblioteca, l’università, la calma, la pazienza e la voglia di fare i pacifisti.
Giorno: sabato, 14 marzo
Scena: un pensiero nella scatola cranica
Tempo: 11 pomeridiane
Tutti i malanni del mondo sono stati sempre curati con l’acqua salata: sudore e lacrime.
Giorno: domenica, 15 marzo
Scena: Gioielleria Tiffany
Tempo: 5 pomeridiane
Tiffany ha messo, in una delle sue vetrine, un « set » da nozze: anelli, orecchini ed una collana di perle. Prezzo: quattrocentomila dollari. È il dono che, oggi o domani, qualcuno degli infelici eredi dei patriarchi dell’oro in America farà alla sua giovane sposa. Quattrocentomila dollari di gioielli e pochi soldi d’amore.
Tra i poveri, queste cose non avvengono. I poveri non comperano, alle loro spose, che un piccolo anelluccio. Piccolo, ma pesante come una disgrazia...
Giorno: mercoledì, 18 marzo
Scena: un pensiero nella scatola cranica
Tempo: 6,32 pomeridiane
Un uomo calvo è un individuo il quale ha meno capelli da pettinare, ma più faccia da lavare. E non ho compreso ancora se si tratti d’un vantaggio o d’un inconveniente.
Giorno: giovedì, 19 marzo
Scena: un cinematografo
Tempo: 9 pomeridiane
Rivedo un vecchio film: «Hold Your Man» con Jean Harlow e Clark Gable come protagonisti. Pochi sanno, credo, che molti film sono eseguiti ad Hollywood in tre versioni, l’una ben diversa dalle altre. In «Hold Your Man» v’è una scena: Jean Harlow si trova nell’appartamento di Clark Gable. Nella prima versione ella appare sdraiata su un divano. Abbandono languido. La veste è alzata come un sipario sulle ardite gambe. Occhi pieni di peccato. Questa scena è per quasi tutti i cinematografi d’America.
Nella seconda versione l’attrice giace sullo stesso divano ma in una posa assai più composta. La bocca sorride, ma calma. Questa scena è per i cinematografi dell’Ohio e della Pennsylvania.
Nella terza versione Jean Harlow ha un abito lungo, tutto chiuso, e sta seduta su una sedia. Questa scena è esclusivamente per uso dei cinematografi d’Inghilterra.
Giorno: venerdì 20 marzo
Scena: un negozio
Tempo: 5 pomeridiane
Vi sono a New York dei negozi dove tutti gli oggetti si vendono all’incanto. Dietro un lungo banco sta il banditore che, simile ad un giocoliere, cava fuori da un mucchio di scatole una gran quantità di cose diverse e quasi sempre inutili: l’accendisigaro, la borsetta, la spilla da cravatta, un giocattolo, il rasoiò di sicurezza, una macchina fotografica, un gioiello. La gente, in piedi, aggruppata, ascolta le offerte e partecipa alla gara che si basa su una speranza e su un imbroglio: origine di tutti i commerci.
Queste sale sono quasi sempre calde, anguste e piene di fumo. La più grande si trova in Fulton Street. Vi sono entrato.
Il banditore è un uomo con la faccia piena di visibili segni di violazione di tutti e dieci i Comandamenti. È scamicato e con un paio di bretelle così massicce che potrebbero reggere benissimo i pantaloni dell’ingegnere Giulio Gatti Casazza. Accanto — e precisamente al lato sinistro — gli sta, snella e dritta come la fiamma d’una candela, una fanciulla bionda e fra tanto ciarpame è certo l’unica cosa degna d’osservazione e di valutazione. La forte luce d’una lampada le batte sul volto.
Dice l’uomo: — Ecco un’offerta eccezionale che mi farà fallire il negozio. Aprite bene gli occhi e riflettete che se fra chi vende e chi compera c’è uno che deve perdere, quell’uno, oggi, sarò proprio io. — E si curva col busto, poggia le grosse mani sul banco e guarda fisso nel serraglio delle mute facce che ha davanti.
S’ode una voce: — Dieci dollari...
Un bell’uomo con un’aria di giovinezza ben conservata nella ghiacciaia del tempo, interviene: — Tredici...
— Quindici — dice un altro...
— Quindici dollari — esclama il banditore. — Quindici dollari mi sono stati offerti dal signore — e punta con un dito un omaccione con un paio di baffi simili all’ombra d’un inesorabile evento che avanzi. — Andiamo! Non v’è tempo da perdere! — E torna a rivolgersi verso la fanciulla che resta immobile, muta, assente con quella gran luce che le batte sul viso.
— Ventitrè dollari — risponde un’altra voce.
— Ventiquattro...
— Venticinque...
— Bravi! — commenta il ciarlatano. — Il buon gusto aumenta di prezzo. Venticinque dollari. La vendita sta per concludersi! Venticinque dollari... Vi sono altri? E uno... Venticinque dollari... E due... Ricordatevi che giungere tardi significa perdere un buon affare... Venticinque dollari... E tre... Venduto!
Il banditore si avvicina alla ragazza bionda, la fa sedere, le toglie dal collo una collanina d’oro che chiude in un astuccio, avvolge questo in un foglio di carta e poi consegna al compratore le tre cose: la carta, l’astuccio e la collana.
Esco nella via. Piove. Sotto l’arco d’un portone un ragazzo vende i giornali della sera e grida ai passanti: — Oggi piove; ma leggete il New York Journal per sapere il tempo che farà domani...
New York, maggio XIV
Franco Lalli



