Giorno: lunedì 6 aprile
Scena: redazione del « New York American »
Tempo: 11,20 antimeridiane
Un vecchio dai capelli candidi e finissimi, il volto roseo soffuso di una incantevole bontà provinciale. Ha settantadue anni e da cinquantaquattro anni fa il giornalista. Fra gli interpreti delle notizie, egli è il più famoso ed il più ricco in tutto il mondo. Riceve 250.000 dollari l’anno, ha un seguito di milioni di lettori, si chiama Arthur Brisbane.
Quando sono entrato nel suo ufficio, stava correggendo le bozze di un articolo. Mi ha pregato di sedere, stare zitto, attendere. Ha sul tavolo una montagna di giornali. Sopra i giornali ha messo il bastone, sul bastone il cappello, sul cappello i guanti.
Appena termina di leggere, toglie gli occhiali, si gira con la sedia, incomincia a parlare. Parla con un occhio chiuso, quello sinistro, il busto inclinato indietro, le mani — grasse e bianche — raccolte sul ventre. Vuol sapere moltissime cose. Son contenti gli italiani di New York degli articoli che egli scrive a favore della nostra campagna in Africa? Sì, ed anche molto riconoscenti. È vero che Barzini Sr. si trova al fronte? No, non è vero. E dove scrive, adesso? Sul « Popolo d’Italia ». Il Generale Graziani non è lo stesso che venne a New York nel 1925? No, Graziani non è stato mai in America.
Sempre così. È lui che intervista chi va ad intervistarlo ed è lui che riesce a sapere più dell’altro. Ma io cambio le carte. Cosa pensa della situazione politica in Europa? Vi sarà la guerra? No, non vi sarà la guerra e quel che è peggio non vi sarà nemmeno la pace... E cosa accade in America? Nulla. I candidati elettorali incominciano ad esercitare la loro vecchia arte di ottenere denaro dai ricchi e voti dai poveri con la pretesa di proteggere gli uni dagli altri...
Sorride e riapre, a metà, quell’occhio nascosto come una finestra dietro la tenda delle palpebre. È trascurato nel vestire, ha le tasche gonfie di carte, lettere, ritagli di stampe. Gli chiedo: « Qual è il segreto per essere un grande giornalista? ». Mi risponde subito: « Vedere le cose chiaramente e narrarle con semplicità ». Gli domando ancora: « E cos’è, fondamentalmente, un giornale? ».
Prende l’orologio che ha nel panciotto e lo mette sul tavolo. Vi si curva sopra. Dice:
— Noi qui abbiamo tre lancette: quella delle ore, quella dei minuti primi e quella dei minuti secondi. Tutte tre camminano; però non vediamo spostarsi la lancetta delle ore perchè essa si muove lentissimamente. E questa è la Storia che viene scritta molto tempo dopo. Nemmeno la seconda vediamo camminare benchè ad osservarla con lo sguardo fisso si possano notare le sue piccole tappe. E questa rappresenta l’ordine sociale, le leggi, i Governi dei nostri giorni. La terza, invece, gira rapidamente e noi la vediamo spostarsi ed avanzare. Ebbene, la parte che questa lancetta ha in relazione al Tempo, il giornale l’ha in relazione alla storia degli eventi.
Seguito da un segretario e da due stenografe, gira continuamente l’America in automobile, in aeroplano, in treno. Alle cinque del pomeriggio, dovunque si trovi, scende a terra, entra nell’ufficio telegrafico d’un villaggio o di una città, scrive in piedi quei brevi commenti, quei brani di articoli che il giorno dopo appaiono in una colonna, sotto il titolo di « Today », in duecento giornali negli Stati Uniti ed all’estero. Poi consegna i fogli ad un impiegato e riparte. Va spesso a visitare il suo capo, Hearst, che vive come un Pascià in una favolosa tenuta della California. Brisbane ripete:
— Ebbi dalla natura il dono di poter scrivere con la massima facilità, delle volte in pochi minuti, un articolo dopo l’altro. Perciò non sono mai stato un grande artista. Per scrivere bene bisogna penare, struggersi, perdere sopra venti fogli di carta almeno due chili di peso. Io dico sempre ai miei ragazzi: « Scrivete con ardore e con sofferenza se volete far fremere chi vi legge ».
Il segreto del suo successo sta nel lato umano che egli sa vedere in tutte le notizie e nelle « piccole cose » che il pubblico vuole e trova sempre nei suoi articoli. Come erano grandi i piedi di George Washington. Cosa mangiava Lincoln. I sommi uomini, i giganti del pensiero, avevano tutti il naso grande e gli occhi blu: Copernico, Brahe, Kepler, Galileo, Descartes, Newton. « Ma intendiamoci bene: non è il naso che produce il genio. È il genio che fa sviluppare il naso ».
A ventidue anni egli era redattore capo del « New York Evening Sun » ed a ventitrè del « New York Evening World ». William Randolph Hearst — giunto dalla California carico di sogni e di milioni — lo mandò a chiamare. « Quanto vuoi? ». « Quello che prendo adesso: 250 dollari per settimana ». « È poco: ti offro il doppio ». « Non posso accettare ». « Allora fissa le condizioni ». « Duecentocinquanta dollari più un dollaro per ogni mille copie di circolazione che il giornale acquisterà ». Firmarono un contratto. Dopo pochi anni egli era milionario.
« Brisbane scrive male... », dicono i giovani. « È un uomo fortunato... », dicono i vecchi rimasti sepolti vivi in fondo alle redazioni dei giornali: tempii dove è facile entrare, difficilissimo avanzare, impossibile uscirne più.
E qualcosa, lo confesso, turba anche il mio spirito andando via e pensando ai suoi duecentocinquantamila dollari ed alla mia dannazione con le bozze, alla febbre delle notizie, alla bianca vampa del piombo fuso, alle accecanti luci delle lampade, agli angoli delle due scrivanie ed al peso di questa benedetta penna che la Somma Provvidenza ci ha messo tra le mani per farci sporcare perfino l’anima d’inchiostro...
Giorno: martedì 7 aprile
Scena: uno schermo cinematografico
Tempo: 9 pomeridiane
Mentre i cuochi della felicità umana si affannano a trovare una ricetta che dia ai popoli pace e benessere, un raggio di speranza giunge al mondo attraverso i calcoli d’uno statista del quale non ho compreso bene il nome, ma che dalla faccia mi sembra tedesco. Lo studioso è apparso in immagine sullo schermo di questo cinematografo ed ha annunziato agli spettatori che tutti i malanni dei nostri giorni non hanno, in verità, alcuna importanza davanti al nostro destino in quanto che fra due secoli non vi sarà più un solo essere umano sulla terra in possesso della ragione. E, per meglio convincere, ha tirato fuori le cifre. Nel 1859 v’era un pazzo su ogni 535 individui. Nel 1897 ve n’era uno su ogni 312. Nel 1926 uno su ogni 150. Nel 1977 ve ne sarà uno su ogni 100 e infine, nel 2139, uno su ogni uno. In altre parole, un mondo senza più ragione, con la demenza come stato normale, pieno di gente che leggerà la storia e frugherà nel passato e penserà ai giorni quando tutti erano pazzi sulla terra.
Giorno: giovedì, 9 aprile
Scena: uno studio
Tempo: 10 pomeridiane
In America esistono oggi venti milioni di donne nubili. Quattro milioni sono delle vecchie zitelle ognuna delle quali ha del tutto perduto la speranza e l’opportunità di rendere infelice un uomo. Contro questa armata di donne senza marito, si trovano, nell’altro campo, le forze nemiche: quindici milioni di scapoli; vale a dire di individui i quali vogliono continuare a mangiare senza assumere l’obbligo — terminato il pasto — di doversi portare dietro il piatto... L’offensiva continua. Assedi da una parte, ed eroica resistenza dall’altra. Ogni tanto le donne fanno qualche prigioniero, ma il quadro generale della situazione non muta. Perciò nessun Paese al mondo si annoia più di questo; e nessun altro popolo, più dell’americano, si accanisce a distruggere oggi quel che ha costruito ieri. Manca la casa. Mancano le radici.
Giorno: venerdì, 10 aprile
Scena: un ristorante
Tempo: 12,30 pomeridiane
L’anno scorso, il giorno della vigilia di Natale, la Western Union trasmise il più lungo cablogramma personale che si ricordi nella storia della telegrafia: ventinovemila parole. Il cablogramma era diretto al Duke e lo spediva un connazionale di Boston: Luigi di Fant.
«Gli italiani del Massachusetts, spiritualmente uniti nell’orgoglio e nell’amore della Patria lontana, inviano a Vostra Eccellenza i loro auguri natalizi e pregano Id dio che coroni di vittorie la forza ed il cammino dell’eroico popolo italiano». Seguivano quattordicimilacinquecento firme: nomi e cognomi. La Compagnia impiegò una notte intera per trasmettere il cablogramma.
Di Fant si trova a New York e facciamo colazione assieme. Se avesse la barba, sarebbe una copia perfetta di Lenin. Ha la stessa testa mongolica, calva, con lo spazio frontale ampio come una piazza d’armi. Dentro questa testa devono passare reggimenti di idee, progetti, riforme, programmi, appelli perchè non termina un pensiero che ne presenta subito un altro ed a seguirli ti stanchi di fantasia e di pazienza. È nato nel Friuli, ma è un cittadino del mondo. In Russia, in Polonia, in Germania, in Francia, in Isvizzera, in Egitto, dovunque ha lasciato qualcosa della sua vita errante e disordinata. L’anno scorso sposò un’ereditiera americana ed è oggi uno dei più fortunati organizzatori di programmi radio.
Un giorno la sua voce, condotta dalle onde hertziane, entrò nella piccola bottega d’un vecchio sarto. «Di Fant... Di Fant... — pensava il sarto. — Dove mai ho udito questo nome?». Si alzò, prese un registro di quelli con l’indice e lo aprì alla lettera D. Lesse: «16 luglio 1923: Luigi Di Fant. - Una giacca e due paia di calzoni: trentasette dollari». Prese subito carta, calamaio e penna. «Egregio signor Di Fant - Come lei ben ricorderà, nel 1923...».
Due giorni dopo ricevette una amichevole lettera con uno chèque che saldava il conto; e adesso il vecchio sarto sta mattina e sera accanto alla radio ad ascoltare nomi, con quel librone aperto sulle ginocchia...
Giorno: sabato, 11 aprile
Scena: un cimitero
Tempo: 2 pomeridiane
Uno dei due miliardi di vivi che, secondo le ultime statistiche, camminano sopra la terra, è andato ad unirsi ai diciotto miliardi di morti che, secondo le stesse statistiche, si trovano sotto la terra. Carlo De Giovanni.
Ma il nome non ha alcuna importanza. Era un piccolo nome, il suo, in un piccolo mondo proprio. Alla gente egli era del tutto sconosciuto benchè la sua opera fosse più importante di quella dell’intera famiglia di Rothschild: faceva il profumiere. Aveva un misterioso negozietto, una strana fucina come usavano una volta gli alchimisti, alla Ventiquattresima Strada. Dalla sua Sicilia riceveva delle erbe assai rare che trasformava, assieme ai fiori, in azzurre fialette di profumo. Non volle mai commercializzare la sua arte ed è morto solo e povero come tutti i poeti. Negli ultimi anni, gli occhi lo tormentavano: non vedeva quasi più. Alcune signore dell’alta società gli diedero per lungo tempo di che vivere. Rodolfo Valentino fu il suo cliente più assiduo e più munifico.
Il profumiere è un fabbricante di sogni, di visioni. È un musicista la cui musica passa e vibra sulle onde della memoria. È anche un pittore che sa compiere miracoli: aprite una delle sue magiche fiale e vedete uscirne i dolci occhi d’una fanciulla, l’incanto d’un giardino,
il messaggio d’una rosa.
Perciò oggi ho seguito — io che non vado mai ai fu-
nerali — la bara di questo ignoto italiano che molto mi
piaceva essendo stato, durante tutta la sua vita, una gran-
de stonatura.
Giorno: domenica, 12 aprile
Scena: Long Island
Tempo: 3 pomeridiane
Un famoso avvocato di New York, Paul D. Cravath, ha speso, per una villa nei pressi della metropoli, una somma imponente. Quando l’edificio ed il parco erano pronti, l’avvocato disse all’architetto:
— Desidero ancora una cosa: un ruscello.
L’architetto rispose: — Possiamo crearlo, però costa.
— Questo non m’interessa. Quel che domando: Si può ottenere un ruscello di prima classe, poetico e ben disposto, con un artistico paesaggio intorno?
— Certo che si può.
— E allora si metta all’opera.
— Benissimo. Mi dica come lo vuole. Un ruscello col murmure, con una cascata o che serpeggi?
— Tutte e tre le cose — esclamò l’avvocato naturalista.
Ed oggi, premendo un bottone, il ruscello si mette in cammino, passa tra gli alberi, gira intorno al parco e, giulivo, spensierato, vagabondo, rotola nei fossi, giuoca col vento, canta ed allieta i nostalgici ozi dell’avvocato Paul D. Cravath.
Giorno: martedì, 14 aprile
Scena: una barberia
Tempo: 11 antimeridiane
Curvo sulla mia faccia insaponata, l’eloquente barbiere ha detto: «In questa terra famosa della libertà, la libertà non è esistita mai. L’hanno messa in mezzo ad un fiume, con la fiaccola in mano, perchè qualcuno la veda. Ma è un imbroglio. Non esiste».
Sono stato zitto; poi ho riflettuto sulle parole udite. Parole ingrate.
Nessun popolo della terra mi sembra che possegga la libertà e la sovranità del popolo americano. Anni or sono, una pia e zelante signora di Atlantic City mise a subbuglio prima il suo simile e poi le Corti col sollevare la grave questione delle ostriche. Ella descrisse con parole di fuoco la crudeltà dei venditori ambulanti che uccidono le povere ostriche senza alcun anestetico e sollecitò l’intervento e la cooperazione della legge per porre fine a tanta infamia. Ottenne l’uno e l’altra.
Una moglie è stanca del marito perchè il coniuge la sera, quando si mette a letto, toglie prima la scarpa destra invece della scarpa sinistra? Semplicissimo. Si presenta in Corte ed ottiene il divorzio. Molti hanno la vocazione di abbracciare la carriera del milionario? Sta bene. Vi sono numerosi sistemi e tutti ottimi. Basta sceglierne uno — il ladro, il racketeer, il gangster — e non sarà disturbato.
Ebbene, tutto questo cos’è se non la più completa libertà? Mai visse al mondo un monarca assoluto con autorità veramente assoluta. Anche quando il popolo era debole, non scomparivano altre forze di controllo: i Pontefici, i soldati, le donne.
Nulla di ciò turba o oscura la sovrana indipendenza del popolo americano. Lo stesso mio barbiere che chiacchiera tanto, cosa ha fatto? Mi ha tagliato male i capelli e s’è fatto pagare di più. Cioè un altro abuso. O meglio, in linguaggio costituzionale, un’altra libertà...
Giorno: mercoledì, 15 aprile
Scena: un ufficio
Tempo: 2,30 pomeridiane
Nel 1934 un italiano — Mario De Filippo — si presentò da «Lord and Thomas», agenti di pubblicità dell’American Tobacco Company, e chiese di parlare al capo del reparto delle sigarette «Lucky Strike». Fu ammesso in un ufficio, mostrò una busta chiusa e disse con gran calma ad un signore che, seduto dietro una tavola, lo guardava e l’ascoltava: «Qui dentro si trovano quattro parole per una nuova réclame delle vostre sigarette. Se le accettate mi darete venticinquemila dollari. Se le rifiutate, non ne parleremo più e finirà così».
Il signore prese la busta, l’aprì, tirò fuori un foglio di carta, lesse: «Be Happy-Go Lucky».
(La frase è intraducibile e l’aggettivo «Lucky» — fortunato — giuoca col nome delle sigarette).
Mezz’ora più tardi, Mario De Filippo usciva nella via con un assegno di venticinquemila dollari in tasca.
Nessun scrittore al mondo, dai tempi del savio Lao Tze ai giorni nostri, ebbe successo maggiore. Quattro parole, venticinquemila dollari. Davanti a sodisfazioni simili, viene davvero la voglia di prendere la penna in mano.
— Ma non furono le parole che pagarono — mi dice Andrea Nardi, uno sciupone dell’intelligenza che dieci anni fa fece ridere tutta New York proponendo alla ditta Colgate, la quale fabbrica dentifrici, di adoperare lo spazio disponibile nelle teste calve della gente per stamparvi sopra, con un timbro in rosso o in nero, un nuovo tipo di réclame innovatrice. — Non furono le parole: pagarono l’idea. Perchè in questo Paese sono le idee che valgono. Tu ne hai qualcuna nella mente? Ebbene, ti presenti e la tiri fuori. Se va, sei ricco. Hai fatto l’America.
Accende una sigaretta, si distende nella poltrona, continua: — La settimana scorsa ho ascoltato una dotta conferenza di Roger W. Babson. Restano ancora sette cose da scoprire per diventare milionari in un giorno. Dopo di che gli uomini dovranno aspettare almeno cinquant’anni per avere altre opportunità.
— Quali sono queste sette scoperte? — io gli chiedo.
— Te le dico subito. Le case non infiammabili, il concime in pillole, una luce che disperda la nebbia, un aeroplano-giocattolo che possa volare in un cortile, un ascensore che vada in linea orizzontale...
— Non potrà chiamarsi «ascensore» perchè non salirà...
— Lascia stare. Trova l’ascensore chè poi gli altri penseranno a dargli un nome. Le altre due: una luce fredda come l’hanno le lucciole. Sai quella goccia di luce che le lucciole hanno sotto l’addome? È fredda. Ed infine un libro che parli.
— Cosa?
— È molto semplice. Lo stesso principio del fonografo. Metti un disco in una macchina ed ascolti i «Promessi Sposi». Due inventori, un tedesco ed un americano, stanno in questi giorni lavorando, contemporaneamente, sulla scoperta. E pare che stia per giungere prima l'americano.
Giorno: venerdì, 17 aprile
Scena: un ristorante
Tempo: 11,52 pomeridiane
Secondo i calcoli ufficiali, in una sola sezione di New York — e precisamente Manhattan, che è il cuore della metropoli — vi sono 19.716 ritrovi per mangiare: «eating places». Ristoranti in tutte le lingue del mondo: italiana, francese, inglese, cinese, giapponese, ungherese, russa, tedesca, spagnuola; ed infine anche ristoranti americani. A qualsiasi ora del giorno o della notte è possibile offrire allo stomaco l'omaggio e la digestione d'un piatto famoso in qualche Paese della terra: una zuppa di «borscht and Pirojok» in una taverna russa; una frittura di «tamales» in una hacienda messicana; una porzione di «crispy egg rolls» in una pagoda cinese; un «chicken paprika» in una house slovacca; un saporito piatto di «smorgasbord» in una valhalla svedese.
In molti di questi ritrovi giungono, dopo la mezzanotte, «le camminanti»: donne che gli uomini prendono in affitto per poche ore, per il capriccio ed il vizio d'una serata. Tali avventurose creature hanno un campo che va dalla Trentaquattresima alla Cinquantasettesima Strada. La stazione di Grand Central è il loro punto di concentramento. Salgono Fifth Avenue, girano per Madison Avenue, ridiscendono Lexington Avenue e ripuntano sulla Grand Central Station. Camminano quasi correndo: con un passo ritmico, sonante e rapido. Vanno sole nella folla, altere, senza — apparentemente — curare gli avidi sguardi che convergono, calamitati, sui loro corpi insidiosi. Eppure sono tutt'occhi chè, se muovì un dito, vedono il gesto a mezzo miglio di distanza. Hanno una paura maledetta dei poliziotti, come i bimbi han paura dell'orco. Quando un bel signore col bastone, gardenia all'occhiello, piedi piatti come li aveva Platone e cappello Stetson le avvicina, non c'è caso che gli diano confidenza. Perchè il signore potrebbe essere un ricco banchiere dell'Oklahoma giunto nella metropoli con un programma di «good time» (divertirsi) — ma potrebbe anche essere un poliziotto travestito che, dopo la presentazione ed i successivi accordi, le conduce in camera. Di sicurezza.
Veder passare le camminanti è spettacolo gaio, ricco di colore e di pittoresca psicologia. Alcune hanno la trappola nascosta nel passo che è molle ed infido come quello dei felini; altre nelle anche; e chi negli occhi e chi nelle mani e chi nel profumo reca la promessa di una soave perfidia femminile.
Ve n'era una, tempo fa, che camminava con un bacio sulla bocca. Una polacca. La sera, prima di uscire di casa, prendeva il bacio — piccolo, timido, ingenuo — e davanti allo specchio se lo accomodava così bene, come un ricciolo, tra le labbra dipinte di rosso. Dopo di che usciva nella strada e gli uomini seguivano silenziosi — il volto del Desiderio è sempre fatto di tristezza — la ragazza col bacio sulla bocca. Ed il bacio era un sorriso come io non ne ho mai visto l'uguale nelle collezioni dei grandi gioiellieri.
Le camminanti entrano nei ritrovi di New York verso la mezzanotte e da quel momento, fino alle quattro del mattino, l'allegria salta fuori come un rosso diavoletto dalle bottiglie che giungono dai castelli di Bordeaux, dalle cantine del Reno, dal paradiso di Capri, dai vigneti di Bilbao e dai porti della California.
Giorno: sabato, 18 aprile
Scena: una banca
Tempo: 10 antimeridiane
Visito il museo più brutto e più affascinante del mondo: il Museo del Denaro. Si trova nel grande edificio della «Chase National Bank», a Pine Street.
La «Yap» è la valuta più strana. Una ruota di pietra con un buco nel centro. Il diametro varia dai sei ai quindici centimetri ed il peso dalle quattordici alle centosettanta libbre. Con una sola potreste comperare diecimila noci di cocco o una moglie se foste un residente della lontana isola di Yap e vi prendesse il desiderio di una delle due cose. La più piccola moneta è d'oro: ha la grandezza della testa d'uno spillo o, se più vi piace, dell'occhio d'un canarino. La più grande è un pezzo svedese, di rame.
Altre curiosità: una piastra di platino una volta in uso in Russia, un dollaro americano di stagno, del denaro di legno o di velluto emesso in Europa, un cono di terracotta del 3000 a. C. Infine, il più piccolo chèque esistente al mondo: il chèque di un soldo, con la firma di Henry Ford, pagabile a certo signor Edward A. Huebener.
In questo museo v'è tutta la storia dell'umanità: odi, lotte, delitti, tradimenti, follie.
E vi è anche tutto il ridicolo dramma degli uomini che si dannano a scavare l'oro in fondo alle tombe delle miniere per poi tornare a nasconderlo in fondo ai sotterranei delle banche.
Giorno: venerdì, 24 aprile
Scena: un ufficio
Tempo: 1 pomeridiane
Nino Martini, dalla voce d'oro antico, oro giallo, narra agli amici le noie che deve spesso subire la vita di un uomo molto noto, giacchè la fama è un ponte ed a passarlo si paga il dazio. Sembra dunque che nelle settimane scorse egli viaggiasse in uno dei treni del mattino alla volta di New York. Spinto dal desiderio di far colazione, entrò nel vagone-restaurant.
«Non mi ero nemmeno messo a sedere che una giovane signora — la quale stava ad un tavolino poco lontano — mi mandò per un cameriere un biscotto sopra un piatto pregandomi di autografarlo. Cosa potevo fare? Presi il biscotto, vi diedi un morso e lo rimandai indietro alla proprietaria che mi parve assai lieta del pensiero e con la testa leggermente s'inchinò spedendomi il biglietto d'un sorriso-ringraziamento».
New York, giugno XIV.
Franco Lalli



