Giorno: lunedì, 7 Giugno
Scena: Rector Street
Tempo: 8 p.m.
New York ha bisogno di oltre 600.000 case per dormire, di 48.000 ristoranti per mangiare, di 3200 cinematografi e teatri per divertirsi, di 290 ospedali per curarsi, di 2700 chiese per pregare e di 60 cimiteri per morire.
Se questa collezione di cifre solletica la fantasia e la curiosità dei lettori che amano i lati positivi della vita — e quindi credono più ai numeri che alle parole — allora possiamo proseguire dicendo che a New York vi sono: 12.563 portinai e 7331 portinaie; 105.749 autisti maschi e 85 femmine. Una persona, su ogni quattordici, viene arrestata una volta l’anno. Gli uffici postali ricevono, in media, quarantaduemila lettere o cartoline al giorno senza indirizzo e circa 70 individui si uccidono, ogni mese, col gas.
Ma ben altro volevamo dirvi. Volevamo dirvi che ora che si sono riaperti i forni dell’estate e nelle case si soffoca e nelle vie si suda e negli uffici si sbadiglia, la più bella passeggiata che a nostro avviso si possa fare la sera, verso l’ora del tramonto, è quella lungo Oliver Street, nei pressi di Chatham Square, all’inizio di Bowery. I fumatori di pipa e di sigari, naturalmente, hanno maggiori vantaggi che non ne abbiano i fumatori di sigarette poiché essi camminano con passo lento e sicuro ed ogni tanto si fermano per sputare a terra e dare uno sguardo, amabile o critico, allo scenario della via: tutte cose, queste, che ben s’addicono al colore ed al godimento d’una vera passeggiata.
Scendendo per Oliver Street si incontra, sul lato destro, una bassa casa dal tetto rosso. Si gira e si trova uno dei più vecchi cimiteri, quello dove riposano i morti più antichi della città. Duecento cinquantacinque anni or sono, questo era il secondo luogo di sepoltura nella metropoli ed aveva attorno alberi ombrosi e viali deserti e pace. La furia devastatrice delle battaglie edilizie l’ha distrutto e del secolare camposanto non resta che un breve recinto, misero e dimenticato.
Se si hanno buone gambe e desiderio di contemplazione, si può risalire verso City Hall, sboccare in Broadway, discendere e trovare, tra Fulton e Vesey Streets, un altro cimitero: quello di San Paolo con il tempio che fu costruito nel 1754 ed è oggi il più vecchio edificio esistente a New York.
Pochi passi ancora, ed ecco una terza residenza di morti: il cimitero della Trinità, nel centro di Wall Street, dove più urla la tempesta dell’oro.
Sta in questo cimitero la tomba più antica di New York, con un morto che fu il primo ad avere il suo nome inciso su di una lapide. La tomba di Richard Churcher, sepolto nel 1681.
E per una passeggiata basta. Si può continuare nei giorni successivi visitando altri vecchi e famosi cimiteri di New York: quello alla seconda avenue e seconda strada, quello in Prince Street e l’altro alla Sesta Avenue. Luoghi di silenzio e di riposo, tra ombre di gente la quale non possiede più l’orologio e, di conseguenza, ha perduto il tempo. Gente felice.
Giorno: venerdì, 11 Giugno
Scena: Plaza Hotel
Tempo: 3 p.m.
Non ricordiamo in quale libro leggemmo, anni or sono, che uno dei Padri della Chiesa, con molta severità, chiamava la poesia vino dei demoni. Da moltissime mense questo vino è scomparso. I demoni si son messi a fabbricare pillole per la tosse. La poesia è morta.
Alla scopo di piangerne l’irreparabile fine, i poeti d’America hanno indetto un Congresso. Il venerdì, il sabato e la domenica, i delegati si raccolgono in una sala del Plaza Hotel e si scagliano contro i giornali che ritengono responsabili del misfatto. Il Times, il Sun, l’Herald Tribune e tutti gli altri grandi quotidiani d’America, dedicano intere colonne a qualsiasi evento, ma non trovano lo spazio per pubblicare i quattordici versi d’un sonetto o una parola di conforto per l’inferma che piange nell’ombra.
Scultori, pittori, esploratori, musicisti, si alternano alla presidenza del Congresso che si chiuderà in ottobre. È anima del movimento Mario Terenzio Enrico Casalengo, un torinese dall’attività multiforme ed instancabile, collezionista di pregevoli opere d’arte.
Casalengo si è rivolto a tutti i Governatori degli Stati Uniti urgendoli a mandare delle rappresentanze al Congresso. Molti han risposto con entusiasmo. Il Governatore del Michigan, che in materia d’arte non bada a spese, ha spedito 128 delegati. Così — si sarà detto — diamo una mano alla poesia ed un’altra ad alleviare il problema della disoccupazione.
Ora si tratta di stabilire come e dove far nascere i poeti. Perchè questo è l’altro punto (e forse la causa maggiore per la morte della poesia). Ma a ciò penserà il Congresso.
Giorno: mercoledì, 16 Giugno
Scena: un giorno
Tempo: 16 ore e 15 minuti
Cronistoria di uno sbadiglio.
Sveglia alle 8. Colazione alle 8,40. Ufficio alle 9,25. Lunch all’una. Ufficio alle 2. Casa alle 7. Pranzo alle 7,30. Cine: 8,45; letto alle 12,15.
Giorno: giovedì, 17 Giugno
Scena: Rockefeller Center
Tempo: 11,10 a.m.
In un ascensore del Rockefeller Center abbiamo incontrato Kata Ragoso, un figlio delle lontane e misteriose Isole di Salomone dove ancora vige l’antica consuetudine di tagliare al prossimo le teste e farne delle macabre collezioni che donano al proprietario rispetto e privilegio di comando. Colui il quale possiede il numero maggiore di teschi, può aspirare alla bocca della più bella fanciulla del luogo e condurla a nozze.
Kata Ragoso è giunto in America per partecipare al Congresso degli «Adventists» che dovrà svolgersi in California. È egli un bell’uomo alto e bronzee, ancora nel pieno vigore della vita, con i denti bianchi e puliti come quelli delle capre.
Il suo nome significa: «Senza la corda del Diavolo»; e noi non sappiamo quale benefica o malefica influenza abbia la corda del diavolo sul destino dell’umanità vagante nelle Isole di Salomone.
Kata Ragoso è rimasto assai impressionato dall’infernale baccano che gli uomini, le donne e le macchine fanno a New York e «per nessuna ragione al mondo» trascorrerebbe i suoi giorni in questa metropoli. «È una città terribile» — ci ha detto il selvaggio che ne capisce. Gli abbiamo chiesto cosa intenda portare al suo paese, al ritorno, quale ricordo dell’America. Ed egli ci ha risposto in modo che non avremmo mai atteso, con delle parole tristi e profonde: — «Porterò con me ciò che racchiude tutta la storia della vostra dannazione: un soldo».
Giorno: sabato, 19 Giugno
Scena: Ritz Carlton
Tempo: 4,30 p.m.
Oreste Ferrara non aveva ancora venti anni quando ebbe il suo primo appuntamento col Destino. L’incontro avvenne a Cuba. Egli era studente universitario a Napoli mentre nella «Perla delle Antille» si lanciava l’ultimo vigoroso assalto contro la tirannide spagnuola. Spirito ribelle ed aperto ad alti ideali, Oreste Ferrara partì e fu l’eroe della rivoluzione. La giovane Repubblica non lo dimenticò mai più: gli vuole ancora bene.
Nel 1901 aprì uno studio di avvocato all’Avana e divenne famoso per dottrina giuridica e per magistrale oratoria; nel 1905 ebbe la cattedra di diritto pubblico all’Università Habanera; nel 1908 fu eletto Deputato al Parlamento e poi chiamato alla Presidenza della Camera; nel 1912 andò a Washington in qualità di Ambasciatore in missione straordinaria. L’America minacciava, in quei giorni, un nuovo intervento nell’isola. Ferrara apparve davanti alla Camera degli Stati Uniti, espose la causa di Cuba e fermò la minaccia. Egli era il primo straniero al quale si concedeva il privilegio di parlare in seno al Congresso americano.
Quando te lo trovi davanti, pensi ai quadri del Rembrandt con quei gentiluomini alti, dignitosi e solenni come i secoli. Lo stesso. Nè io so quel che avrebbe potuto fare nella vita questo signore dell’intelligenza e dell’accortezza se non avesse scelto il campo diplomatico. Forse il Cardinale. Una croce o una bandiera. Con ognuna delle due, avrebbe parlato agli uomini ed avrebbe vinto.
La sua casa è prodiga di ospitalità e di raffinatezza. Ama la buona mensa e perciò ha sempre avuto i migliori cuochi che ottiene dai grandi alberghi o dalle grandi case patrizie d’Europa.
È autore di pregevoli opere di politica e di filosofia: Machiavelli, Problemi della Pace, L’Europa e l’America, Cause e pretesti della guerra europea.
È un divoratore di carta stampata: legge sempre. Per molti anni fu proprietario e direttore d’un diffuso quotidiano: l’Heraldo de Cuba. Questa è l’altra sua passione: il giornalismo. Si è battuto quattordici volte in duello.
In un libro di recente pubblicazione — Notes as Vice-President — Charles G. Dawes, ex-Ambasciatore alla Corte di San Giacomo e Vice-Presidente durante il Governo di Hoover, dedica un cordiale capitolo alla figura, all’opera ed all’ingegno di Oreste Ferrara. Ma un capitolo è piccola cosa. Per uomini simili occorrono libri a serie.
Giorno: martedì, 22 Giugno
Scena: un treno
Tempo: 9,10 a.m.
Mai come in questi giorni l’umanità ha tanto bisogno e tanto desiderio di fortuna.
Ce ne siamo convinti osservando una strana scena che si svolgeva nel subway. Alla stazione di Union Square è entrato nel nostro vagone un gobbo reale. Cioè un individuo che, come i cammelli, recava con sè il disegno ed il peso d’una doppia gobba: una davanti, sul petto; e una dietro, sulla schiena. Tutti han tentato di fargli posto e farselo sedere accanto per avere l’opportunità di toccarlo e tastarlo a bell’agio chè lasciare e palpare un gobbo porta fortuna. Per qualche minuto i tentativi sono rimasti isolati; ma poi la voce s’è sparsa come quando si scopre una miniera d’oro ed a gruppi i passeggeri sono accorsi — anche dalle altre vetture — attorno al gobbo benigno; e chi manovrava per allungare una mano e chi un braccio e chi una spalla e chi magari un piede chè dei gobbi — come dei maiali — tutto è buono e non v’è nulla da buttar via.
Ad un certo punto enorme è stata la confusione e sfrenata la ressa. Il pensiero che l’impaziente calca schiacciasse il misero ometto — e quindi uccidesse la Fortuna — ci è balenato nelle menti lasciandoci inquieti. Le donne — creature più impressionabili e, di conseguenza, più superstiziose — erano quelle che maggiormente cercavano un pretesto per gettarsi addosso al paziente passeggero. Nessuno usciva più alle stazioni dove il treno fermava. Tutti avevano dimenticato l’itinerario e la missione della loro giornata. Perfino gli impiegati del treno, presi della febbre comune, partecipavano all’assalto.
Alla stazione di Grand Central, il gobbo si è alzato per uscire. Ce lo siamo visto davanti all’improvviso ed avremmo potuto facilmente toccarlo anche noi; ma non l’abbiamo fatto perchè sappiamo che i gobbi non sono altro che degli umoristi.
Deve aver egli compreso che qualcosa ci univa poichè, passando, ha alzato gli occhi e ci ha sorriso.
Giorno: sabato, 26 Giugno
Scena: una finestra
Tempo: 9 a.m.
le vesti di seta delle nostre nonne — tutto il colore e tutto il profumo delle epoche passate. Basta sentirle perchè dalla magica scatola della memoria rinasca l’incanto delle cose che furono.
Ricordiamo — per esempio — un suonatore ambulante che ogni mattina giungeva sotto la nostra finestra. Era così puntuale che non preparavamo più la sveglia, la sera, e ci si lasciava destare dal suo pianino. Egli conosceva le canzoni che ci piacevano e con quelle veniva a portarci il suo musicale buongiorno.
Sempre lo stesso. Con una mano girava la manovella e con l’altra si grattava la testa per significare che l’aveva zeppa di pensieri e di tormenti. Gli occhi erano rivolti, pieni di speranza, alla finestra che stava chiusa. E tutte le volte la finestra si apriva.
Dopo dieci anni il suonatore è tornato. Fedele lui e fedeli noi che stavamo ad attenderlo allo stesso posto. Ma non è tornato alla stessa ora: è giunto in anticipo, di buon mattino, ben sapendo, forse, che la lotta per la vita si è fatta assai più lunga e adesso bisogna uscir presto dal letto. Nè aveva il giocondo pianino d’una volta, bensì una vecchia e ronzante chitarra. Ma la canzone era la stessa: «Funiculì, Funicolà». E noi gliene siamo infinitamente grati.
All’onda dell’armonia che nasceva nella strada, si è unita un’onda di gioia che nasceva nei nostri cuori. «Ecco Beppe!» — abbiamo esclamato confusi e quasi increduli, precipitandoci alla finestra. Ci ha riconosciuti? Crediamo di sì. O almeno lasciatecelo sperare. Anche noi abbiamo riconosciuto lui, sebbene quasi con fatica. Ci è apparso sparuto e povero come un sorcio di chiesa. Non aveva nemmeno il cappello per salutarci nel ceremonioso gesto che usava una volta. Allora gli abbiamo gettato dalla finestra prima un cappello vecchio e poi dieci soldi perchè col cappello li raccogliesse.
Li ha raccolti ed ha sorriso; ma con che pena!
Abbiamo richiusa la finestra. E adesso stiamo pensando di cambiar casa.
Giorno: mercoledì, 30 Giugno
Scena: la strada
Tempo: 7 p.m.
Più vediamo per le vie, nei ristoranti, negli alberghi, nelle case, coppie di innamorati che si contemplano e si carezzano in un’estasi di rammollimento, più ci convinciamo che Iddio fece la donna negandole quel che comunemente si chiama «sense of humor». Infatti, è solo in base a questa mancanza di spirito che le donne possono amare gli uomini invece di mettersi a ridere a crepapelle.
Giorno: giovedì, 1° Luglio
Scena: un giornale
Tempo: 9 a.m.
Ci fa molto piacere apprendere che Mickey Mouse è divenuto un cittadino del mondo. Tra le deità dell’Olimpo di Hollywood è il più degno. In Francia lo chiamano Michel Souris; in Germania, Michael Maus; in Italia, Michele Topolino; in Grecia, Mikel Mus; nella Spagna, Miguel Ratoncito e nel Giappone, Miki Kuchi.
In Russia non lo vogliono. Dicono che bastano i baffi di Stalin.
Giorno: venerdì, 2 Luglio
Scena: Park Avenue
Tempo: 3,45 p.m.
Questa è la strada della ricchezza: vi abitano i dignitari di Wall Street, i cardinali dell’alta banca, i magnati dell’industria in America. Park Avenue è una continuazione di Bowery, che è la via dei poveri, dei vagabondi e della gente spaiata: una sola camicia, una sola cravatta, un solo cappello, un solo calzone, un solo paio di scarpe. Senza moglie, se sono uomini. Senza mariti, se sono donne. Bowery finisce ad Astor Place e ad Astor Place incomincia la Fourth Avenue. Questa termina alla 34.ma strada e qui nasce Park Avenue. La via dei milionari non è lunga: alla 97.ma strada sbocca nel Ghetto dell’«uptown» e si smarrisce tra i carretti dei venditori ambulanti, le basse e vecchie case dei quartieri popolari, l’oscura folla senza volti.
Così il ciclo di questa strada famosa è completo: dalla miseria alla ricchezza e dalla ricchezza alla miseria. Forse perciò chi vi abita è sempre triste. Sa dove finisce la sua via.
Giorno: sabato, 3 Luglio
Scena: una sala da ballo
Tempo: 10 p.m.
Subito dopo i cinematografi, i ristoranti e gli uffici della pubblica carità, le sale da ballo sono i ritrovi più frequentati di New York. Le donne pagano, per entrarvi, meno degli uomini. Il biglietto d’ingresso varia — secondo il nome e l’eleganza del luogo — dai trentacinque soldi ai due dollari. I più rinomati si trovano in Broadway. Per andare a fare un po’ di poesia con le scarpe e girare intorno ad una sala abbracciati a 120 o 160 libbre di carne (e ossa) gli uomini non han bisogno di recare una dama e le donne un cavaliere: l’occorrente si trova sul posto.
I proprietari mettono infatti a disposizione del pubblico un gruppo di ballerine: belle ragazze dai corpi snelli e flessuosi che seggono in fila proprio all’ingresso della sala di modo che quando arrivi te le trovi improvvisamente davanti e lì per lì resti confuso e disorientato perchè ti chiamano e ti sorridono e ti invitano strizzando l’occhio proprio come fanno le astute odalische con l’ingordo sultano. Se vuoi sceglierne una, devi pagare. Ed ecco l’imbroglio. Ogni ballo è composto di cinque minuscole danze che durano due minuti l’una: per ogni danza devi consegnare alla ragazza un biglietto che costa dieci soldi. L’orchestra si interrompe per un attimo e cambia il motivo del ballabile: allora tu subito tiri fuori dalla tasca il biglietto, lo presenti alla ballerina che se lo infila nelle calze, te la riabbracci e continuate il giro della sala. Conclusione: cinquanta soldi per dieci minuti di musica, di sudore e di sogno.
Prima della crisi, gli affari di queste danzatrici andavano bene. Ve ne erano di quelle che guadagnavano da settantacinque a cento dollari alla settimana. Ora non
ricavano nemmeno l’indispensabile per vivere: prima perchè pochi uomini possono, ogni dieci minuti, separarsi senza un sospiro da cinquanta soldi e poi perchè altre donne — avventuriere o ragazze della media borghesia in cerca di svago — si offrono di ballare gratis e rubano quasi tutti i possibili clienti. Ragione per cui le vittime si sono unite e, minacciando lo sciopero, han reclamato uno stipendio minimo settimanale di venticinque dollari.
Il sindaco La Guardia è intervenuto nella vertenza. Il Sindaco — che noi si sappia — non balla; ma fa ballare. Ha fatto ballare tanta gente, a New York, che certo farà ballare anche gli avidi proprietari delle sale da ballo.
Giorno: sabato, 10 Luglio
Scena: Times Square
Tempo: 9 p.m.
Per comprendere New York bisogna pensare al teatro. Al colore, alla finzione ed all’atmosfera teatrale. Times Square di giorno: un palcoscenico abbandonato con le luci spente, le scene vuote, le impalcature, le insegne, i cartelloni, i telai, i drappi che pendono freddi, morti. Manca la scintilla di Edison. La sera si accendono i lumi, si alza il sipario: di botto tutto ciò che prima era brutto e inerte, si desta, si anima, splende, vive. Incomincia allora il primo atto. Il pubblico, come nelle commedie di Pirandello, funziona da attore e da spettatore. E ci capisce ben poco.
Giacchè questa è la vera differenza tra la città ed il paese. Nei paesi gli uomini assistono alle placide e belle rappresentazioni dei giorni; nelle città assistono alle febbrili e fiammanti rappresentazioni delle notti.
Tutte le sere, verso le nove, New York cade nelle mani delle donne che la posseggono e la governano fino alle quattro del mattino. I giganti, che durante il giorno han lavorato e sudato a costruire scenari e movimenti di masse, la sera, stanchi, chiedono di essere distratti e ristorati dalla loro pesante fatica.
È così che la città cambia sesso e diventa femmina acquistando la vanità, il fascino, il languore, l’abbandono, il capriccio, l’inutile sciupìo e tutte le altre cose tipicamente femminili.
Ma sia di giorno che di notte, la vita nella metropoli è sempre intensa e si svolge su tre strati: in alto, alla superficie e sotto terra. Si può percorrere tutta la città ed entrare nei paesi limitrofi senza mai uscire alla superficie. Le talpe e le volpi hanno qualcosa di simile: un mondo sotterraneo.
Oggi il traffico verticale supera quello orizzontale: il che significa che trasportano più passeggeri gli ascensori che non tutti i treni, le automobili ed i tram messi assieme. Infatti 15.000.000 di individui quotidianamente salgono e scendono con i 41.470 ascensori che la metropoli possiede.
La lotta di tenere continuamente in moto gli uomini e le cose senza farli incontrare e fracassare fra di loro, non ha mai tregua: è il problema più grave e più preoccupante di New York.
Giorno: mercoledì, 15 Luglio
Scena: The Red Devil
Tempo: 2,45 p.m.
Il suo nome è assai strano. Si chiama Dorel. Ha i capelli arruffati, ride forte, va sempre in giro. Le piacciono i grandi negozi, i grandi alberghi ed i grandi ristoranti dove ama farsi ammirare mentre alza con gesto stanco il bicchiere e beve come se avesse paura di bagnarsi le labbra. Tutti la corteggiano ed a tutti sorride; ma nessuno può veramente dire d’essere stato amato da lei.
La sua passione è il cinematografo. Conosce le pose di tutte le dive di Hollywood e tenta di imitarle. Spesso è stanca del mondo, delusa e vorrebbe morire. Ma poi si ferma davanti alla vetrina d’una modista, vede un cappello nuovo, si sente riafferrare dalle seduzioni della vita e passa la crisi. Passa la crisi e ricompone un nuovo Ministero democratico-liberale con un largo seguito di cascamorti.
Ha pochissime amiche poichè vive, quasi sempre, in mezzo agli uomini. È la disperazione della famiglia, l’incubo delle mogli. Quando passa, tutti si girano a guardarla perchè tutti riconoscono il suo profumo. Concepisce la vita come una festa continua e dove v’è più baccano, più si diverte. La sua conversazione è come una pianura senz’alberi: monotona. Proclama che «il matrimonio è la tomba dell’amore».
Gli artisti non hanno fortuna con lei. Non li comprende, si annoia. Ad un poeta preferisce un ballerino, ad un pittore un commerciante, ad un musicista un atleta. È pigra.
Incomincia a flirtare con te dopo il secondo cocktail. Al quarto flirta col cameriere. Al quinto ride ed ha sonno. E vuol tornare a casa.
Giorno: mercoledì, 22 Luglio
Scena: la strada
Tempo: 1 p.m.
Ho visto uscire da una casa di Riverside Drive un cane. Dietro al cane un signore. Il signore gli ha detto: — Dove vuoi andare, adesso? — Il cane ha prima dimenato la coda, ha poi fatto quattro salti e quindi si è avviato, lemme lemme, verso l’angolo della strada. Il signore l’ha seguito. Subito dopo ho visto uscire dalla stessa casa una donna con un altro cane: un fox-terrier bianco. E più tardi una vecchia con un libro nero in mano — la Bibbia? — un uomo con un bastone, una cameriera con una borsa, una signora con una gabbia coperta da un giornale.
Nelle case di New York si trova tutto: cani, uccelli, scimmie, coccodrilli, gatti.
Quel che manca è una famiglia.
Giorno: giovedì, 23 Luglio
Scena: Fifth Avenue
Tempo: 3 p.m.
Fifth Avenue è sempre bella di giorno; ma particolarmente bella è in una stagione dell’anno: nella primavera. I suoi negozi, le sue vetrine, i suoi ritrovi si animano allora d’una luce di gaiezza e di seduzione.
Guardando in giro ho oggi pensato che luglio è un cattivo mese per fare la corte alle donne di New York.
Han bisogno di molte cose nuove: abiti, cappelli, borse, guanti. Gli altri mesi infausti sono: agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio e giugno.
Giorno: venerdì, 31 Luglio
Scena: una casa
Tempo: 8 p.m.
Noi possediamo l’amicizia d’un autorevole signore americano il quale ha avuto oggi prima la bontà di offrirci un pranzo e poi l’ingrata iniziativa di amareggiarcelo. È egli un ghiotto e robusto mangiatore di broccoli di rape e perciò ne fa uso generoso durante tutti i pasti. I broccoli piacciono anche a noi, specialmente quando sono teneri e si mangiano con l’olio crudo ed un profumo di gocce di limone. Però, come tante altre cose che ci piacciono nella vita, non siamo mai andati in fondo alla loro origine.
Quando la cameriera ha portato a tavola della carne e dei broccoli, abbiamo subito avuto il presagio che stava per turbarsi la pace della mensa. Il nostro amabile anfitrione non desiderava delle superficiali e vaghe notizie: voleva addirittura una lezione sugli ortaggi e, in particolar modo, su questo che è il suo preferito. È vero che i broccoli furono per la prima volta piantati in Calabria? Lo ignoravamo completamente; ma fummo costretti a rispondere di sì. E l’autentica famiglia «del broccolo» qual’è? Il cavolfiore o la rapa?
Le domande non ci venivano mica rivolte ad un orecchio, bensì ad alta voce, in mezzo al profondo silenzio ed alla visibile attesa di tutti gli altri commensali. Tentammo varie volte, con le risorse che ci suggeriva la gravità del momento, di sviare la conversazione ed aggrapparci a qualcosa di più resistente; ma il benedetto uomo era tutto raccolto nell’argomento che aveva sotto la forchetta e non voleva sentire parlar d’altro. Sapevamo — ci chiedeva — che i broccoli furono piantati in Brooklyn da agricoltori italiani e solo nel 1918 incominciarono ad essere conosciuti in America? Sapevamo che oggi la maggiore produzione si trova in California e nel Texas? E che una famiglia piemontese, residente a Boston, ha nelle sue mani circa la metà di questo commercio? Ed era mai venuto a nostra conoscenza che gli americani incominciano ad essere ghiotti anche dei finocchi? A proposito: i finocchi a quale famiglia appartengono?
Allora l’augurio che qualche boccone gli andasse di «traverso» e gli chiudesse per sempre la bocca, è nato sincero nei nostri animi timorati da Dio.
Giorno: martedì, 4 Agosto
Scena: Eaves Costume Co.
Tempo: 3 p.m.
Lessi, alcuni anni or sono, un divertente romanzo. Il protagonista, un tedesco, aveva degli occhiali prodigiosi: li metteva e vedeva tutto quel che avveniva nelle case, tutto quel che si trovava nascosto al di là delle mura. Se con quegli occhiali terribili si camminasse per le vie di New York, quante cose si vedrebbero! Si vedrebbe la più strana collezione di pesci esistente al mondo, in un appartamento di Madison Avenue, di proprietà del dr. George Handy; si vedrebbe una mummia egiziana che la signora De Lee tiene nella sua casa di Riverside; Charles Strand — uno degli eredi della fortuna di Schwab — che possiede delle camere piene di farfalle. Ogni tanto una farfalla muore ed egli ne sostituisce delle altre che ottiene dalle campagne di New Jersey e del Long Island. Si vedrebbero gli uccelli del paradiso che l’attore Colborne comperò l’anno scorso da un mercante argentino pagandoli cinquecento dollari l’uno. Si vedrebbero poi tante altre cose che si sanno: come gli uomini e le donne mangiano, dormono, amano, si lavano la faccia, cercano un bottone sotto al letto, ridono, ballano, piangono, si carezzano o si tirano calci.
Ma la cosa più strana e più impressionante potresti vederla solo in un palazzo della 46.ma strada, all’angolo di Broadway, dove un bel vecchio vive tra migliaia e migliaia di vestiti — per uomini e per donne — di tutte le epoche e di tutti i paesi della terra. Costumi orientali, del Medioevo e della Rinascenza, dell’era napoleonica e della guerra civile; in seta ed in broccato, in velluto o in chiffon; con arabeschi di oro e di argento, pieni di merletti e di nastri. La vanità, il capriccio, il lusso e l’eleganza di popoli morti e di periodi scomparsi per sempre dalla storia degli uomini, sono adunati dentro certi armadi antichi come le memorie che conservano. Questo interessante collezionista dei colori e delle mode dei secoli, è un italiano. Si chiama Carlo Gioeli.
Ho trascorso parte del pomeriggio guardando le meraviglie che egli possiede ed ascoltandolo parlare. È siciliano. Venne in America che era un ragazzo di pochi anni. Dopo un inquieto vagabondaggio da un mestiere all’altro, si fermò nel campo che gli diede nome e benessere: fornire alle compagnie teatrali i costumi per qualsiasi genere di spettacolo: dal dramma all’operetta, dalle rappresentazioni sacre alla tragedia greca, dallo spettacolo classico alle riviste di Ziegfeld. La sua ditta è quella maggiormente autorevole e nota in tutta l’America. Non v’è teatro, in Broadway, al quale non abbia fornito i suoi costumi, non v’è attore (o attrice) che non abbia, almeno una volta, avuto bisogno di lui.
Il lato più impressionante è la varietà e la ricchezza della sua immensa collezione. Quando occorre un abito di una data epoca, non si trova da Gioeli soltanto l’abito, ma il cappello, le scarpe, la cravatta, le calze, i gioielli, il bastone, l’orologio e perfino la camicia di quell’epoca! E tutto si confeziona nella ditta: dal ventaglio di Madame Butterfly all’elegante giacca del Caballero Español, dall’elmo dei soldati romani alla fascia che regge i calzoni d’uno zingaro, dagli stivali degli usseri al giardino d’uno scialle veneziano. Chissà come si divertirebbero, qui dentro, i pazzi ed i fanciulli a vestirsi e spogliarsi tutto il giorno.
Al quinto piano vi sono i costumi per gli uomini ed al quarto quelli per le donne. Come erano buffe, le donne, con gli abiti che usavano una volta. Erano quasi buffe come oggi.
Franco Lalli




