feuilleton  ·  1937-03-15  ·  Italian

n. 306 · 15 marzo 1937


CreatorFranco Lalli
Date1937-03-15
SourceLe Grandi Firme, n. 306
Typefeuilleton
LanguageItalian
Il Testo / Full Text

Giorno: mercoledì, 6 gennaio
Scena: uno studio
Tempo: 11 p.m.

I tempi sono mutati davvero. Leggo nel «New York Sun» che nel 1834 — come passano i secoli! — gli americani avevano, in media, sei figli ed una moglie.
Oggi hanno, in media, sei mogli e qualche volta anche un figlio.

Giorno: giovedì, 7 gennaio
Scena: un negozio
Tempo: 10.15 a.m.

«The Riversibl Collar Co». È questo un negozio dove si vendono colletti per i morti, di carta, a tre soldi l’uno. I clienti sono quasi tutti impresari di pompe funebri che ne ordinano a dozzine o a migliaia, secondo le epidemie. La ditta fu fondata durante la Guerra Civile, quando era difficilissimo trovare il cotone. Fece prima affari con i vivi. Poi il mondo progredì e conobbe più fortunati periodi di benessere e di eleganze.
Oggi il commercio si regge in piedi solo con coloro che del colletto — come del resto — non ne hanno più bisogno.
Ve ne sono di tutte le misure e di tutti i disegni. I più richiesti sono però quelli a punte. I morti amano le formalità.

Giorno: sabato, 9 gennaio
Scena: Enit
Tempo: 4 p.m.

Conte Goffredo Pantaleoni. Alto e magro di una magrezza sana e vigorosa. Ha lunghe braccia e lunghe gambe; e quando parla si muove e gestiche che ti sembra di vedere un acrobata. Egli è il capo dell’Italian Tourist Information Office che in pochi anni ha allacciato una rete di informazioni e di rapporti in tutta l’America allo scopo di promuovere il turismo verso l’Italia.
Ricordo una vecchia gentildonna di Park Avenue — di quelle che vengono a trovarlo in questi elegantissimi uffici del Palazzo d’Italia e, stupite e ammirate, se lo riguardano con l’occhialino — la quale mi diceva, un giorno: — Avere visitato anno ultimo tutta Italia e visto Venezia, Vaticano and Napoli. Ed alla domanda: — Che cosa le è piaciuto di più del mio Paese? — mi rispose subito, serissima: — Conte Pantaleoni.

Giorno: lunedì, 11 gennaio
Scena: un giornale
Tempo: 7 p.m.

Una sera dell’autunno scorso noi camminavamo, nei pressi del Central Park, con Rosa Ponselle. La cantatrice famosa ci parlava del suo passato e della sua arte. «Il canto è per me una condizione indispensabile di vita, un’espressione naturale. Cantavo, credo, fin dagli ozi della culla: cioè prima ancora che potessi parlare. Mi è spesso mancata una parola per esprimermi; ma mai una nota per andare avanti. Avevo dieci anni quando la mia sorella maggiore, Carmela, mi condusse nel Coro della Chiesa della Madonna del Rosario nel paesucolo di Connecticut dove son nata: Meriden. Lì cantai le prime volte non davanti al pubblico delle grandi serate, ma davanti a dell’umile gente che stava in ginocchio ed ascoltava la mia voce e quella dell’organo, in mezzo al profumo dell’incenso».
Vi fu una lunga pausa. Poi noi le chiedemmo: — E l’amore?...». Ella rise. Alta, bruna, con dei grandi occhi, piantata sulle linee fisiche di quelle poderose cantanti che mandavano in visibilio i nostri nonni, comprese il significato della domanda, ma tentò di evadere la risposta, di richiudere la porta come fa Eden alla Camera dei Comuni. «L’amore? — rispose — Oh, l’amore è un personaggio che può ancora attendere nell’anticamera dei miei giorni».
Ora apprendiamo che il personaggio è stato finalmente ricevuto: Rosa Ponselle ha preso marito.

Giorno: giovedì, 14 gennaio
Scena: R. C. A.
Tempo: 11 a.m.

Spesso la nostra vita è senza direzione ed invece di aprire una porta ne apriamo un’altra. Questa mattina noi andavamo in cerca d’un amico che ha i suoi uffici in qualche parte della «R. C. A.». Giunti al decimo piano — come appunto ci avevano indicato — invece di girare a sinistra abbiamo girato a destra ed invece di entrare dalla porta vera siamo entrati dalla porta che il caso ci poneva davanti.
Ci siamo così trovati in una sala piena di donne vezzose e leggiadre, vestite in un modo strano: alcune piene di colori, altre con abiti antichi; e chi recava la cuffia e chi un berretto e chi sembrava una principessa e chi una campagnola. Ma tutte giovani e tutte piccole come nane. Dieci, venti, cinquanta, cento. Capelli d’oro, occhi azzurri. Come le fate? Sì, come le fate.
Una giunse in America nel 1724. Il capitano Gamaliel Hodges la comperò in Francia e la portò nella cittadina di Salem per farle tenere compagnia alla figlia. Un’altra figurò in un processo celebre del secolo scorso. Una terza ha fatto per lunghi anni la modella e la spola sui mari recando addosso da Parigi e Newport i figurini di moda. Una quarta conobbe gli ozi e gli splendori del Kremlino. Una quinta giunge dalla Corte d’Inghilterra. Famosse, insomma. E così belle da dare serio affidamento per la rinascita della poesia in America.
In silenzio, piano piano, siamo usciti dalla sala dove

si svolge la Mostra delle Bambole e ci siamo ritrovati nel corridoio. Abbiamo ripreso la paziente ricerca dell’ufficio dell’amico.

Perchè spesso la nostra vita è senza direzione ed invece di aprire una porta ne apriamo un’altra.

Giorno: sabato, 16 gennaio
Scena: Capitol Theatre
Tempo: 4.45 p.m.

Sulla scena: Greta Garbo e Robert Taylor nella Signora dalle Camelie. Nel teatro: cinque o sei mila occhi che guardano intenti, affascinati.

La Metro-Goldwyn-Mayer ha preso questa vecchia storia che fece disperatamente piangere le nostre nonne e l’ha affidata a due grandi attori pregandoli di compiere una specie di miracolo: farla rivivere. E la storia rivive con tutto il profumo e tutto quel romanticismo che così bene rimbambì gli uomini e le donne del secolo scorso.

Greta Garbo è a posto. Sebbene non raggiunge le sommità eccelse delle tragiche famose che la precedettero sulla scena, pure riesce a fare del personaggio del Dumas una creatura quanto mai amabile. Nessun film, più di questo, è adatto per la sfinge svedese. Sembra fatto su misura. Può recare gli abiti che più le si addicono, può piangere, guardare, amare, baciare, abbracciare ed infine morire nel modo che a lei è sempre piaciuto: con una dolcezza malinconica ferma negli occhi che guardano lontano.

A metà dello spettacolo — e precisamente quando arriva il padre di Armand Duval — piano piano le donne che stanno nel teatro (e sono quasi tutte donne) aprono le borse, tirano fuori quei minuscoli fazzoletti che sembrano tele di ragno ed incominciano a soffiarsi il naso. S’ode un colpo a destra ed un altro a sinistra; alle spalle, davanti; più in su, più in giù. I primi colpi sono esitanti, timidi, quasi vergognosi. Poi aumentano di intensità e di frequenza, finchè verso la fine — quando la povera Marguerite muore — il pianto è generale, convulso, ampio come un coro e non vi è un naso libero nell’intero teatro: tutti ficcati nei fazzoletti.

Una singora accanto a me, alta e possente, versa in uno stato tale di angoscia, che si fa prestare d’urgenza il fazzoletto del marito. E comprenderete bene che con un fazzoletto da uomo ci possono piangere comodamente quattro donne: una per ogni punta.

Questo film della «Metro-Goldwyn-Mayer» va oltre una finzione scenica: crea un’atmosfera benefica. Perchè, di tanto in tanto, un bel pianto fatto proprio di gusto, col cuore aperto, fa bene alla salute, ripulisce. Ed è un piacere vedere le donne abbandonarsi alle lagrime e tornare ad essere quel che furono una volta: creature di passione e di sentimento.

Oggi tutti han paura di piangere; tutti temono di essere osservati mentre piangono. Per la strada non si può perchè v’è la gente; a casa non si può perchè non ci si deve mostrare deboli; in ufficio non si può perchè bisogna lavorare; nei ritrovi pubblici non si può perchè bisogna ridere. Ma allora quando è che un poveretto può abbandonarsi a se stesso e raccogliersi in un bel pianto, magari con la testa fra le mani? La notte, sotto le coperte, quando nessuno lo vede e nessuno lo sente? Ma la notte non si ha quasi mai voglia di piangere. Si ha voglia di dormire.

Ed ecco che la Signora dalle Camelie viene ad offrire una rara opportunità agli assetati di lagrime, ai bisognosi di singhiozzi. Il prezzo è bassissimo: pagando la modesta somma di un dollaro si può piangere da una comoda poltrona di orchestra. Con la scusa di vedere il film, si entra e ci si sfoga per tutto l’anno.

Giorno: martedì, 19 gennaio
Scena: una tabaccheria
Tempo: 10.30 p.m.

L’anno scorso i cittadini della Repubblica di America, pagando dieci, quindici, venti o trenta soldi ogni giorno, contribuirono a formare un fondo di 854.000.000 di dollari. Dopo di che, con un fiammifero, diedero fuoco a tutta questa ricchezza. E la montagna bruciò non lasciando altro che la traccia di un po’ di cenere — e d’un po’ di noia. V’erano anche dei sogni: ma i sogni arsero e disparvero con la fiamma dell’incendio.

Questi sono i fumatori di sigarette, cioè i legionari d’un vizio che, dopo quello del bere e dopo l’altro della prostituzione, è il più diffuso, il più popolare ed il più autorevole in tutto il mondo.

L’anno scorso furono fumati in America, 140.000.000.000 di sigarette ed i fumatori pagarono, per fumarle, la somma che vi ho detto sopra: 845.000.000 di dollari che andò metà al Governo (sotto forma di tasse) e metà ai produttori.

Accanto al campo di questa immensa armata di individui che — nessuno riesce a comprenderne il perchè — mettono in bocca un po’ di fumo e poi lo fanno riuscire (vi sono di quelli che lo fanno uscire dal naso e alcuni, ancora più pazzi, dalle orecchie) v’è il campo degli adoratori dell’arresto: le formiche che mettono da parte quel che possono e quel che trovano. Ci comunicano infatti che il totale dei depositi nelle 15.750 banche commerciali esistenti negli Stati Uniti ammontava, alla fine del 1936, a 50.500.000.000 di dollari.

Giorno: lunedì, 25 gennaio
Scena: Pennsylvania Station
Tempo: 10 p.m.

Le porte sono il simbolo del mistero, del segreto e dell’ignoto. Davanti ad ogni porta sta il Fato: dietro ogni porta sta tutta la vita degli uomini. Lo stesso Futuro non è altro che il Passato il quale esce da una porta, rientra da un’altra e ti si rimette davanti. Perciò nel mondo si vede sempre la stessa gente e si ripetono sempre le stesse cose.

Alla stazione della Pennsylvania v’è una grande porta di vetro che si apre da sè. Appena tu ti avvicini, mossa da un congegno elettrico, la porta si spalanca. Ma ciò avviene in un modo così improvviso e così inatteso, che la gente si ferma impaurita, come davanti, ad una trappola, e poi fugge cercando un altro ingresso.

Fra tutte le invenzioni moderne, questa è stata la più utile perchè chi viaggia è sempre carico di valigie e non ha mai le mani libere per spingere o tirare maniglie. Eppure nessuno se ne serve.

Lo stesso avviene con la porta della Fortuna. Si apre da sè e la gente esita, si ferma. Solo i coraggiosi vi passano. E gli scemi.

Franco Lalli

I Manoscritti / Original Typescripts · 2 fogli