Giorno: mercoledì, 27 gennaio
Scena: la strada
Tempo: 2.17 p.m.
delle sue mani, dovrebbe cedere uno dei due pezzi in cambio di un fiore perchè anche lo spirito ha bisogno di mangiare».
Oggi abbiamo incontrato, alla 44th Street e 6th Avenue, l’attore Jimmy Savo con due fiori in mano. Una rosa bianca nella sinistra ed una rosa rossa nella destra. Usciva da un ristorante.
Giorno: sabato, 30 gennaio
Scena: Central Park
Tempo: 8 p.m.
loro mogli, l’infallibilità dei loro orologi e l’intelligenza dei loro cani. Tutti gli uomini che hanno una moglie dicono: — Una donna rara! — Tutti gli uomini che hanno un orologio dicono: — Spacca il minuto! — Tutti gli uomini che hanno un cane dicono: — Non gli manca che la parola! — Anche quando sanno che la moglie è piena di difetti, l’orologio non è mai preciso ed il cane è stupido come un’ostrica.
Ciò premesso, eccovi una bella storia.
Tutte le sere, verso le otto, appare in uno dei viali del Central Park un vecchio signore in compagnia d’un cane. Il cane porta in bocca il cappello del signore e gli cammina accanto, passo passo, dandogli la destra. Tre sere di seguito li abbiamo attesi allo stesso posto e tre sere di seguito li abbiamo visti passare, puntualissimi, alla stessa ora. Il caso ci ha interessati.
Il signore veste di nero, cammina con la testa alta della gente di dominio, ha una grossa spilla alla cravatta ed un bastone, col manico d’argento, appeso al braccio. Il cane è vecchio, di razza comune, senza alcuna aristocrazia di linee o d’aspetto. Il pelo è rossiccio, e gli arde negli occhi una strana fiamma gialla come quella che hanno i gatti dopo il sonno. Sarà certo nato da un incrocio, da un’avventura stradale.
Passano tutti e due silenziosi ed indifferenti in mezzo alla curiosità del pubblico. Sono avvezzi alla notorietà. Non curano la massa.
Questa sera il signore s’è improvvisamente fermato davanti al nostro sedile ed ha detto al cane: — Dammi il cappello! — Il cane s’è girato col muso, lui ha preso il cappello, se l’è subito messo in testa, ha un po’ accomodato la cravatta, ha fatto passare il bastone dal braccio alla mano, ha ripreso il cammino. Avanzava sola, dall’altra parte del viale, una vecchia signora tipica nel suo abbigliamento antico, con uno di quei cappelli a cuffia dell’ottocento legati sotto la gola da un nastro nero. Si sono incontrati. Lui le ha fatto un profondo saluto scoprendosi ed inchinandosi. Lei ha sorriso. Nulla più. Tutte due han proseguito per la loro via. Dopo dieci passi, il signore s’è ritolto il cappello e l’ha rimesso in bocca al cane. Il muto e fedele cameriere l’ha accolto imperturbato, senza muovere coda.
È solo allora che la storia è nata nei nostri cervelli, nel lieto giuoco della fantasia.
Egli è certo un nobile decaduto che vive in una vecchia casa di New York, nei pressi del Central Park. Tutto il giorno se ne sta solo, chiuso, lontano dal frastuono e dalle cose della metropoli che più non gli appartiene e più non comprende. La sera, dopo il pranzo, chiama il cane — l’unico servitore che gli resti — esce e si incontra con lei nei viali del Central Park. Con lei che è della stessa razza, della stessa epoca e dello stesso mondo che fu suo.
Due vecchi amici? Due vecchi amanti? E quell’incontro è casuale oppure voluto e preparato per rimettere in is cena le dolci memorie del tempo antico?
Il cane, certo, lo saprà. Ma gli uomini dicono che ai cani intelligenti manca appunto la parola!
Giorno: domenica, 31 gennaio
Scena: Harlem
Tempo: 11 a.m.
I negri di New York hanno un vantaggio sugli emigranti degli altri Paesi. Il vantaggio che si son creato un Dio, se lo tengono caro e lo vanno a vedere quando vogliono, ad ogni bisogno. «È in casa l’Onnipotente?». «Sì, si è alzato proprio adesso». «Sta bene?». «Non c’è male». «Vorrei dirgli quattro parole». «S’accomodi». L’ospite entra e si trova alla presenza della divinità: nera — un uomo basso, pingue, calvo — che gli va incontro con una mano alzata e gli porge il rituale saluto di: «Pace».
Lo chiamano «Padre Divino» e come tale è conosciuto in tutta l’America; ma nei registri dello Stato Civile di Baltimore, dove l’idolo nacque circa sessant’anni fa, il suo nome appare modesto e comune: George Baker.
Confuse e vaghe sono le notizie che si conoscono sulla sua infanzia e sulla fondazione della sua dinastia. Quel che si sa è che nel 1912 George Baker «rinacque», lasciò Baltimore, assunse il nome di «Messaggero» e partì «per il mondo» in cerca di fedeli. Nel 1915 lo troviamo in un quartiere popolare di Brooklyn, in un povero appartamento di quattro camere, in compagnia di sei o sette discepoli che ogni settimana gli consegnavano fino all’ultimo soldo tutto quel che guadagnavano. Il «Messaggero» amministrava il denaro, pagava la pigione, comperava i cibi, provvedeva al necessario. Nel 1920 George Baker «rinacque» una seconda volta, si chiamò «Father Divine» ed andò a vivere nel Long Island dove prese in affitto non più un appartamento, ma una intera casa. I discepoli erano aumentati a venti. Gli anni che seguirono rimasero, come i precedenti, fasciati dall’ombra. Padre Divino offriva la domenica pranzi gratis, predicava il Vangelo ed annunziava ai popoli della terra di «possedere la verità».
Nel 1930 prima i giornalisti e poi la polizia incominciarono ad occuparsi di lui. Rapidamente la sua fama si diffuse. Da molte parti d’America accorsero uomini e donne — anche di razza bianca — a chiedere asilo e pace entro il recinto della sua casa miracolosa. Un venditore di automobili di Boston, certo Maynard Matthews, gli offrì in dono una fiammante macchina «Cadillac», si affrettò a «rinascere» pure lui, prese il nome di «Lamb» (agnello) e divenne il primo segretario dell’Incarnato.
pitigrilli
le amanti
L. 5,50
la decadenza
del paradosso
L. 5,50
usciranno in
aprile e maggio
L’anno seguente il «Rettore Magnifico dell’Universo» — come lo chiamano spesso i seguaci — portò il suo quartiere generale a New York ed aprì il «Nostro Paradiso Numero Uno» seguito, dopo, da succursali che sorsero a Newark, Jersey City e Bridgeport. A migliaia i discepoli furono ammessi al nuovo culto, sempre col sistema comunista del deposito, nel fondo cassa, dei guadagni individuali. Nel 1933 Padre Divino apparve per le vie di Harlem in una Rolls Royce. Nel 1934 si era affermato dovunque, non temeva più nessuna concorrenza ed era diventato «Dio di tutti, di qua, di là, ed anche nel mezzo».
Nelle settimane scorse il Segretario del «Paradiso Numero Uno» dichiarò il boicottaggio contro la Stampa che osa trattare con poco rispetto questa armata in marcia di anime sitibonde. Il segretario contempla, anzi,
Giorno: lunedì, 1º febbraio
Scena: Museo di Scienza e Industria
Tempo: 11 a.m.
In questo Museo dove nelle settimane scorse venne ad abitare la Donna di Vetro, si trova adesso esposta una casetta così piccina che è una meraviglia di disegno, di costruzione e di armonia. Gli innamorati del minuscolo, del gingillo e delle cose che per essere fatte richiedono una infinita pazienza, dovrebbero andare a vederla. È una casa in miniatura di otto camere. Vi potrebbe vivere comodamente una famiglia di sei persone se ogni membro di questa famiglia non fosse più alto di un palmo. Tutto è perfetto e completo; tutto è stato curato nella complessa varietà dei dettagli. Le sedie, i tavoli, le finestre con le tende, i letti, i mobili del salotto, i tappeti, i quadri, il bagno, la stufa e perfino i libri sono in rapporto ideale con due rigide leggi: le proporzioni e lo spazio.
Che delizia se il mondo fosse pieno di queste case! E se gli uomini e le donne fossero tutti nani e vi potessero vivere dentro come quel mago che viveva in una noce. Quanto chiasso di meno vi sarebbe sulla terra! E quanta pace di più! Con un fazzoletto ci si potrebbe fare un paio di lenzuola o almeno mezza dozzina di camicie. Con una pentola di ceci o con una cassa di maccheroni, la cucina funzionerebbe tutto l’anno. Dei grandi vantaggi economici, quindi. Giacchè siamo convinti che il disordine ed il dolore che l’umanità sta conoscendo nella nostra epoca, dipendano dal fatto che gli uomini e le donne sono troppo grandi. Troppo grandi di corpo, intendiamoci.
È vero che se fossimo così piccoli da poter passeggiare sotto ai letti i gatti ci mangerebbero come topi. Ma allora il buon Dio dovrebbe fare i gatti grandi come le pulci e le pulci farle scomparire del tutto perchè non servono a niente. Per pizzicare vi sono altre cose più adatte.
Giorno: mercoledì, 3 febbraio
Scena: R. C. A.
Tempo: 11 a.m.
James Bestor della W. A. B. C. Lo incontriamo per caso nel Rockefeller Center. È pieno di fretta perchè in ritardo con l’orario di ufficio, di fame perchè non ha fatto ancora colazione e di desiderio di parlarci perchè non ci vedeva da mesi. Tre cose irrinconciliabili e nemiche davanti al tempo. Si cerca una via di mezzo e lo accompagniamo in un vicino ristorante. Siede. Toglie gli occhiali e si passa una mano sopra gli occhi che sono stanchi. Incomincia a mangiare.
Per mesi, ci dice, quelli della W. A. B. C. sono stati occupati a scoprire un segreto.
Cosa fa in America un uomo (o una donna) il quale possiede un apparecchio radio? Quali sono i rapporti tra il cervello di quell’uomo e la voce di quella radio? A che ora si incontrano? Quanto tempo, in media, restano assieme?
Uno studio di abitudini, di gusti e di psicologia. Dopo strane indagini svolte, nella grande maggioranza, per mezzo del telefono, incomincia oggi a delinearsi qualcosa di preciso.
Vi sono ventidue milioni di apparecchi radio negli Stati Uniti. Un programma comune trova ospitalità in un milione di questi apparecchi ed un programma eccezionale in quattro milioni.
Su ogni tre persone che ascoltano, due fanno, contemporaneamente, qualche altra cosa: giocano a carte, leggono, parlano, accudiscono alle faccende domestiche.
Febbraio è il mese in cui le case sono maggiormente piene di voci, di suoni e di canti. Agosto quello in cui gli apparecchi restano più silenziosi.
Giorno: giovedì, 4 febbraio
Scena: un ristorante
Tempo: 8 p.m.
I proprietari di ristoranti sono i migliori interpreti dei nostri giorni. Dallo stomaco dei clienti essi analizzano la situazione e vi precisano a che punto ci troviamo. Perciò quando vi dicono che la crisi è finita ed il benessere ha fatto ritorno in America, bisogna crederli. Bisogna crederli e celebrare l’evento, se è possibile, con un banchetto.
Nel biennio 1928-29 le tovaglie che stavano sui tavoli dei ristoranti di New York erano piene di cifre scritte a lapis.
Il cliente entrava, ordinava una zuppa e, nell’attesa, incominciava a fare conti ed a riempire di numeri tutto lo spazio disponibile che aveva tra il piatto, il bicchiere e la bottiglia.
Erano cifre delle volte fantastiche, seguite da un plotone di zeri. Nelle magiche zone di Wall Street, per comodità degli avventori, il proprietario metteva accanto alla forchetta ed al coltello anche una matita con la punta sottile e pungente come uno spillo. Ci potevi cacciare un occhio ad un banchiere.
Dopo il terremoto della Borsa, i mangiatori di bistecche e di carne umana sedettero muti, immobili, pensosi, ai tavoli dei ristoranti. E il biancore della tovaglia non fu più violato da nessuna delle quattro operazioni matematiche. In molti tavoli, anzi, le sedie restarono vuote.
Negli ultimi mesi, nei ristoranti di New York sono riapparsi gli allucinati delle cifre e con le teste basse, con quella cupa fiamma che essi hanno negli occhi, in attesa che il cameriere recasse la zuppa, si son rimessi a scrivere numeri ed a farc conti.
La prosperità è quindi tornata.
Giorno: venerdì, 5 febbraio
Scena: un giornale
Tempo: 9 a.m.
La Lega delle Nazioni, non potendo riformare il mondo, ha deciso di riformare il calendario. Ragione cui i nostri amici sono inquieti.
Sembra dunque che la Lega stia esaminando uno schema per una nuova divisione arbitraria del Tempo. L’anno rimarrebbe di 365 giorni con otto mesi di trenta e quattro di trentuno. Febbraio sarebbe elevato alla dignità dei mesi con trenta giorni. E questo non ci piace. Perchè febbraio stava così bene — piccolino, di gamba corta — tra i bianchi e lunghi silenzi dell’austero gennaio e le prime teneri e verdi promesse dello stravagante marzo. Ora gli metteranno i tacchi di gomma alle scarpe, lo
raddrizzeranno, lo allungheranno, gli faranno perdere quel che aveva di simpatico: la nessuna importanza.
Un’altra innovazione: fra il 30 di dicembre ed il primo di gennaio vi sarà un giorno senza data, per conto suo, staccato dal calendario. Si chiamerà: «Giorno di fine d’Anno». E questo ci piace. Ci piace come tutte le cose che ci liberano della monotonia dei ritmi uniformi, immutabili, ed acquistano sapore di grazia e di freschezza. Durante questo giorno senza catene — e perciò senza peso — le signore non invecchieranno, non scadranno le cambiali, non saranno conclusi affari, si fermeranno gli orologi e noi ci troveremo liberi, senza tempo: il che è il principio dell’eternità.
È un dono bellissimo. Oh, thank you.
A qualcosa di simile pensò anche un monaco: l’abate Mastrofini che oltre un secolo fa, nel 1834, presentò al Vaticano una Riforma del Calendario concepita sulle stesse linee di quella ora in esame presso la Lega delle Nazioni.
Ma il pio abate era ben lontano dai foschi propositi del consesso ginevrino sempre pronto a gettare allarme e confusione nelle cose del mondo. Infatti tre mesi che oggi hanno trentun giorni — marzo, maggio ed agosto — ne avranno invece trenta, secondo lo schema già in parte approvato. E qui si entra nel dramma. Perchè come faranno quei poveretti che son nati il 31 marzo, il 31 maggio o il 31 agosto a celebrare il loro compleanno se domani sarà tolto dal calendario il loro giorno? Come verranno a trovarsi? Senza età, tagliati fuori e sospesi tra il passato ed il futuro? Sarebbe come dire: «Tu non hai più Patria. Il Paese dove nascesti è scomparso, non esiste più». Ma è terribile!
Già davanti ai nostri occhi passa, con una cupa luce, la visione dell’infinita carovana di uomini e di donne che saranno derubati di un giorno e perciò formeranno — staccati dal resto dell’umanità — una tragica legione smarrita e travolta, nella marcia del tempo!
Giorno: sabato, 6 febbraio
Scena: The Savoy Ballroom
Tempo: 11.45 a.m.
Non v’è nulla che la distingua o che la faccia più interessante delle altre migliaia di sale da ballo sparse nella metropoli: luoghi di piacere e di baccano, di stanchezza e di noia. Qui varia solo la clientela; e varia il tumulto giacchè i negri, quando ballano, sembrano invasi da una specie di furore diabolico, come quello che fece conquistare a Joséphine Backer le platee europee.
La danza di moda, in questi giorni, è «The Lindy Hop» — una miscela acrobatica nata qui dentro ed offerta chissà perchè, al colonnello Lindbergh dal quale ha preso il nome.
È impossibile descriverla come è impossibile seguirla con gli occhi: si tratta d’un figlio scemo d’un padre degenerato: Mr. Jazz.
Noi non siamo mai riusciti a comprendere come lo jazz abbia potuto crearsi la leggenda di essere musica voluttuosa ed afrodisiaca se il suo ritmo monotono e le sue variazioni infantili lo rendono un calmante come un principio di Pitagora. Forse v’è del lascivo nel modo come vien ballato — il che è ben diverso — ma non nella musica; che se vi è dell’erotico nella musica, cosa mai si dovrebbe dire, allora, di alcuni brani di Chopin; o di Salomè o di Elettra che furono proibiti in quasi tutti i paesi del mondo? E certi inni mistici cosa contengono? Dopo che fu ascoltata la prima parte dell’Eroica, Beethoven dovette fuggire da Vienna perchè gli uomini videro una strana fiamma che bruciava negli occhi delle loro donne.
Ad Atlanta, nella Georgia, è ancora proibita la Bohème.
Siamo usciti dalla «Casa dei piedi felici» con la testa piena di sonno.
Franco Lalli



