HA SENTITO questa notte dei colpi di rivoltella?
— Ma lei sogna!
— Le pare? Se non dormo quasi mai.
— A che ora?
— Alle due.
— Ma come può averli sentiti se è stata una notte tranquilla?
— Semplicissimo: lei prende una rivoltella carica, preme il grilletto tre volte e — se non è sordo — sente tre colpi.
— Lei ha sparato? Contro chi?
— Contro un sorcio. Ah, dottore, se non mi libera da quel sorcio, io divento matto. Lei sa che soffro come un dannato ad ogni scricchiolio. Pensi, dunque, un sorcio che... crrr crrr tutta la notte, nell'interstizio di due tavole. Ho gridato, ho fatto ruzzolare le scarpe attraverso la camera, ho impiorato, ho bestemmiato, ho pianto... Finalmente, al colmo della disperazione...
— E lo ha ucciso?
— Non so; era buio. Bisognerà mettere una trappola nella mia stanza, perchè assolutamente io non posso...
Non terminò di parlare. Scappò via così come era venuto: pulito, calvo, sferico, agile, dal passo di merlo.
Il D.rettore spiegò:
— Vede? Quello è un caso molto grave. Ci sono dei momenti in cui dubito financo di poterlo guarire. Ha soprattutto, acutissima, la malattia dello scricchiolio. Ogni rumore un po' aspro, stridulo, gli da una sovreccitazione quasi pazzesca. Per non sentir scricchiolare il letto, quando vi sale, dorme in un'amaca. Si è separato dalla moglie il giorno dopo le nozze. Vuol vestire sempre in frak. Era un violinista molto noto ma — principalmente — un signore.
Salimmo al secondo piano. In fondo ad una specie di lungo corridoio si trovava la sala da lettura. Una camera vastissima, laccata di bianco. Tutte le finestre erano aperte ed il sole entrava col vento, a fasci. Intorno otto o dieci individui. Qualcuno sedeva davanti ai tavoli, gli altri stavano sdraiati su d'vani carichi di cuscini. Appariva evidente che nessuno dava un'eccessiva importanza all'altro. Forse non si conoscevano nemmeno. Vi era un giovane biondo che scriveva — o meglio faceva finta di scrivere — sporcando uno dopo l'altro, con una celerità fantastica, meccanica, affannosa, una quantità enorme di piccoli fogli. Nello sforzo di far presto, di dare alla mano la sveltezza massima, stringeva le labbra e gli occhi mentre i muscoli facciali gli si contraevano quasi con un oscuro dolore.
Partendo da un angolo in fondo alla sala, dove sembrava che si fosse appartato, un signore vestito tutto di nero, con un cappello duro, il bavero della giacca alzato, mi venne incontro fissandomi stranamente. Il Direttore mi aveva proprio allora lasciato per seguire un suo assistente. Quando fu a breve distanza, lo sconosciuto salutò con un inchino esagerato e buffissimo. Aveva negli occhi uno sguardo violento.
— Lei non è un poeta, vero?
— No, non sono un poeta.
— Benone. Allora possiamo andare d'accordo. I poeti sono bugiardi e rubano i versi ai morti e le donne ai vivi. Tipi disordinati, scavezzacolli. Io, invece, preferisco i matematici perchè amo la calma, l'ordine, la riflessione. Rifletto su tutto. Lei, per esempio, quanti bottoni ha nel gilè? Perchè ciò è molto importante sapere.
Rimasi confuso. Non sapevo cosa rispondere, che fare.
Allora l'uomo dal cappello duro mi sbottonò la giacca e contò i bottoni. Lo lasciai fare poichè mi era stato avvertito che non bisognava contraddire o rifiutarsi ai desideri innocui di quei poveri malati.
Lo sconosciuto disse, raggiante:
— Sei. Il sei è un buon numero perchè multiplo di tre. Tre è il numero perfetto uscito dalla monade che è la unità che tutto abbraccia: Dio. Anche sette è un buon numero. Perchè abbiamo sette buchi in faccia: due orecchie, due occhi, due fosse nasali, la bocca. Io ho l’abitudine di numerare tutto. E mi trovo molto bene. Ho soltanto una paura maledetta dei tredici. Anche lei, forse?
— Veramente, io....
— Ho compreso: lei no. Ma dipende dal fatto che è ancora troppo giovane. Più in là, oh vedrà più in là come questo bisogno si farà sentire imperioso. Io tutte le notti mi addormento contando. Ed indovino la buona o cattiva sorte del giorno seguente dall’ultimo numero pronunziato.
Però non bisogna raccontare queste cose al Direttore perchè il Direttore dice che quello dei numeri è una malattia. Capisce, la chiama malattia. Ma se tutta la vita è formata sui numeri. Se tutto è catalogato, valorizzato, disciplinato dall’arida filosofia delle cifre. Perfino il tempo e la distanza... la vita e la morte. Io sono nato il 27 febbraio del 1878. E la mia esistenza è legata, chiusa, irrigidita in queste due date terribili che la spingono verso altri due numeri fatali: cioè il giorno e l’anno che segneranno la mia fine. Lei arriva a concepire la tragedia del calendario? Le date che tornano? I mesi? I giorni della settimana? Le ore del giorno? I minuti delle ore? E dire che con tutto ciò non si riesce mai a distanziare, nemmeno d’un passo, l’ombra del becchino.
Quest’ultima frase mi scosse. Guardai attentamente lo strano individuo ma compresi che nulla avrebbe potuto o saputo spiegarmi — ne’ i suoi occhi freddi ne’ le sue parole concitate — il buio mistero di quella calma follia.
Chiesi:
— Avete il bavero della giacca alzato, sentite forse freddo?
Il demente rise. Solo allora — in quel riso che gli arricciò la faccia pallida e magra — vidi la pazzia.
Rispose:
— Alzo il bavero per non fare la doccia fredda. Tutte le mattine dico di essere ammalato e batto i denti, fingendo il ribrezzo della febbre ed il freddo. Bisogna essere furbi, qui dentro. Oh, che orrore quel brivido dell’acqua gelata lungo la spina dorsale.
Parlava in fretta con quella familiarità comune ai pazzi che vi rivelano subito, dal primo istante, i confusi tormenti e gli assurdi desideri dei loro malati cervelli. Lo guardavo. Il naso gli si distaccava con un largo labbro da una bocca pressochè femminea, tenuta socchiusa da una perpetua tendenza all’irrisione. La mascella era modellata con una scarsità d’animale da preda. Aveva le mani grandi, aperte, con poca carne, intramate di tendini asciutti.
Riprese:
— Se vuol sapere il mio nome, eccolo: Olindo dei Marchesi d’Avola. Olindo è un nome brutto, sembra quello d’un vecchio cameriere di famiglia patrizia. Ed i nomi, come i numeri, hanno una grande influenza sulla vita d’una persona. Perciò dovrò cambiarlo. Ho già scelto quello nuovo; mi chiamerò Damiano. Nome bellissimo, robusto. Lo griderò forte a tutti, lo farò stampare sui muri, in mezzo alle vie, che non mi chiamo più Olindo. E se non lo vorranno credere, se seguiranno a dire “Olindo”, farò una cosa semplicissima: mi ucciderò sparandomi una rivoltellata. Così non mi chiameranno più in nessun modo.
Ci eravamo fermati presso una delle finestre. Il giovane biondo malato di grafomania non scriveva più ed ora era intento a raccogliere i fogli che aveva gettato un po’ dappertutto: per terra e sul tavolo.
Entrò nella sala un vecchio con i capelli e la barba d’un candore purissimo, vivo come un sesto senso più fine. Andò a sedere su una poltrona, aprì un giornale, lo buttò con uno scatto, guardò intorno minaccioso. Poi unì le mani, intrecciò le dita. Rimase fermo, assorto, in una rigidità quasi inanimata di espressione e di forme.
Chi era quel vecchio così bianco? Lo domandai al mio amico dal cappello duro, ma questi rispose:
— Un Papa. Un Papa con la barba. O almeno così dice lui. Io però non lo credo in quanto che il Papa vero sta sopra, in una camera al terzo piano.
E poichè continuavo a guardare il vecchio, aggiunse:
— Ma lo lasci stare..... Non vede come è buffo con quella lunga barba? Venga piuttosto a conoscere l’Astronomo. E’ vicino alla mia stanza e siamo buoni amici.
— L’Astronomo?
— Sì. Un uomo che conosce tutti i segreti del cielo, e le comete dalle folli capigliature. Ora sta preparando un grande apparecchio per rubare una stella. Ci siamo messi d’accordo e faremo insieme la scatola dove chiudere l’astro.
La curiosità mi vinse. Dissi:
— Andiamo.
Riatraversammo il corridoio. Il demente imboccò una larga gradinata. Si fermò due volte e due volte mi prese un braccio. Al terzo piano la disposizione delle camere variava. V’era più luce ed un senso di frescura. Dietro una bassa porta vidi una testa che si affacciava e ritirava come impaurita. Era la testa d’un uomo dall’età indefinibile ficcata nel cappuccio d’un accappatoio. Quando passammo, l’uomo rise e sbattè fortemente l’uscio.
Il demente esclamò:
— Ha osservato quel lumacone? Qualche volta lo prenderò per il collo. Fa’ sempre così: si affaccia, ride e chiude la porta in faccia alle persone che passano. Quando sono giunto in questo albergo, c’era. E qualche giorno dopo mi confidò che il suo piacere prediletto è di farsi il solletico sotto ai piedi con un bastoncino sottile di salice piangente a cui toglie tutte le foglie fuorchè le più piccine che sono sulla cima. Che idio!......
Il pazzo che aveva ereditato dalla nascita una co rona nobile, parlava sempre gesticolando, con ampi movimenti delle mani. L’ascoltavo interrompendolo raramente e quasi sempre per acconsentire. Ciò lo rallegrava molto. Una compassionevole bontà, una infinita tristezza nasceva a poco a poco nel mio animo per quell’infelice che non conoscevo, per quell’essere isolato dalla vita, sperduto, senza cervello, vivente come un’ombra accanto alla sua disperata follia.
Olindo dei Marchesi d’Avola. Era davvero questo il suo nome? Chi piangeva per lui, lontano nel mondo, la sua tragedia?
Ora un suono improvviso ci colpì. Un violino. Le note si sparsero, empirono tutta la casa con una fuga di motivi salienti. Formarono una melodia appassionata, piena di pause.
Il pazzo si fermò davanti una porta. Mi disse piano, quasi soffiando le parole:
— È un’anima dannata. Tutto il giorno sta in questa camera dall’uscio sempre chiuso e suona suona suona fino a lacerare i nervi. Nessuno di noi sa chi sia. Le notti di luna si mette alla finestra. Ed allora quel violino sembra che pianga. Io non posso dormire. L’ho detto anche al Direttore che non posso dormire e che proibisca una buona volta a questo signore di rompere qualcosa più del sonno alle persone che la sera hanno l’abitudine di mettersi a letto per riposare. In questo albergo — del resto, come già le ho detto — sono tutti così: pazzi, pazzi da legare. Qualche giorno — vedrà — preparerò la valigie ed andrò via.
D’un tratto — dimenticando tutto quello che aveva detto e senza alcuna analogia di pensiero — esclamò:
— Devo comperare una scimmia dalla faccia grinzosa e dai piccolissimi occhi, perchè la scimmia somiglia all’uomo.
— E cosa ne farete?
— La terrò con me, per un pò di compagnia. Questa solitudine in cui si dibatte la mia vita è esasperante.
Anche quel pazzo, dunque, sentiva il tormento di “essere solo”? Tornarono nella mia mente le parole d’un vecchio savio. L’uomo ha bisogno — nel dolore — di un essere debole che lo ami sinceramente, che si raccolga sotto la sua forza e la sua forza adopri. Perciò cerca un fanciullo o un cane.
Eravamo arrivati. Olindo dei Marchesi d’Avola bussò ad una porta. Ci aprì un individuo lungo lungo, magro e giallognolo che presentava — così al primo vedersi — un aspetto confortevole d’etisia. I due amici si salutarono senza parlare, stringendosi le mani. Fui presentato. L’“astronomo” però mi guardò male, quasi con diffidenza. E disse al compagno sottovoce, ma non tanto piano perchè io non udissi: “Sei sicuro che non è una spia?” L’altro ebbe negli occhi uno sguardo torvo e rispose: “No. Io non lo conosco ma non mi inganno mai. Puoi fidarti.”
Allora l’“astronomo” chiuse con infinite precauzioni la porta, tornò indietro, aprì un grosso armadio e ne prese un oggetto stranissimo che aveva nascosto. Era un lungo cono di latta girevole su una rotellina e con la base chiusa da un pezzo di vetro massiccio. Compresi. Per il pazzo doveva rappresentare un cannocchiale. La camera era quadrata, con pochi mobili. Nel centro, un tavolo pieno di carte.
L’“astronomo” disse:
— Ora non posso farvi osservare nulla. Questa notte ho guardato la costellazione del Cigno. Bellissima. Domani costruirò uno spettroscopio e poi un potente ago magnetico.
Sedemmo. Olindo si era appartato, intento a sfogliare un enorme libro sull’astronomia, ricco di illustrazioni a colori.
L’individuo lungo lungo fece un gesto vago con le braccia senza esprimere nulla. Non aveva un capello; la corporatura da cavallerizzo, le mandibole forti, il labbro inferiore un po’ pendulo. Dalle sue prime parole compresi che era un pazzo tranquillo, un pazzo formidabilmente logico; ossia di quelli che sono davvero pericolosi.
Mi chiese di botto:
— Avete un’amante?
— No.
— Ebbene, se l’avrete e se questa amante sarà molto bella e vi vorrà molto bene, voi la dovrete uccidere. Così ho fatto io. Per questo magnifico gesto gli uomini mi condannarono prima alla galera e poi dissero che ero pazzo. Non importa. Non importa essere chiamati pazzi se la pazzia è davvero uno sublime stato irregolare della sensibilità e della logica umana. Statemi a sentire.
Si curvò come se avesse voluto guardarmi dentro agli occhi.
— … Ogni uomo dovrebbe uccidere la donna che ama. Non per liberarsene, non per paura che ella si doni corpo ed anima alla contaminazione di un altro, no! Ma per sottrarre questa creatura che noi adoriamo alle devastazioni del tempo; per renderla eterna nel suo momento più meraviglioso; per poterne piangere per sempre, infinitamente, la perdita; per poterne comprendere tutto il valore ed il significato; per soffrirne la privazione; per tener viva, drammatica, con un gran fuoco, la nostra anima; per poter rispondere a chi ci domanda dov’è, dove abita: “È lassù” — ed indicare il punto più puro dell’universo: le costellazioni. Soltanto così l’amore può diventare unico, assoluto, riempire tutta l’esistenza, sottrarsi al destino comune, alla inevitabile decadenza che svalorizza ed abbruttisce ogni cosa terrena. Ma l’uomo non ama mai abbastanza per avere la forza di commettere questo divino delitto e perciò si rassegna a vedere la metamorfosi zoologica degli ideali: la donna che amò partorire, fare tre o quattro figli, scendere vittima volontaria nella prigione della vecchiezza, ed assistere alla nascita della morte su quel viso che un giorno l’innamorò.
Io uccisi la mia amante in una voluttuosa sera del mese di maggio. La sera in cui compresi che era interamente mia, che m’apparteneva come nessun’altra cosa al mondo. Una dedizione completa, massima. Una passione folle. Una vita sola in due. Era una creatura tra i viventi in quanto che io vivevo. Re spirava sulla mia bocca con la mia bocca. L’idea era già da qualche tempo nata nel cervello e mi ossessionava. Avevo deciso che l’avrei messa in atto solo quando avessi avuto di quell’amore una convinzione assoluta, senza l’ombra d’un dubbio. E fu in una sera di maggio. Lei era nel turbine della giovinezza: ventidue anni. La feci spogliare tutta. Rimase nuda davanti un grande specchio dove la luce delle lampadine si infrangeva violenta. Le sciolsi i capelli. Nello specchio brillò la sua bellezza quasi miracolosa, la sua stupenda nudità. Non aveva che un paio di pantofole di raso, con il tacco alto, con due grosse pallottole, su lo scollo, in piuma d’ marabù. Eravamo nella camera da letto al secondo piano e dal giardino saliva a vampate l’odore bianco dei tigli. Stavo fermo pochi passi dopo di lei ed avevo le mani dietro la schiena. In una mano — che non tremava — stringevo un piccolo revolver. Le dissi: “Non vedi come sei bella? Sorridi, dunque.....” E lei rise, felice, buttando leggermente la testa indietro, guardandosi. Sparai un colpo. Cadde di peso, con un rumore sordo, in mezzo alla camera. Disse una sola parola — nell’attimo dell’agonia — e fu una domanda. Cadendo, guardandomi con i suoi grandi occhi dove già fuggiva la vita, chiese: “Perchè?” Povera cara! Nemmeno lei sapeva. Mi arrestarono, e risi. Mi processarono, e risi. Mi condannarono, e risi. Rido anche adesso. Quale uomo, quale essere umano, infatti, ebbe mai interamente una donna come la mia? Chi portò nel cuore la musica di un ricordo più bello, d’una passione più grande?
Tornò presso il tavolo, prese il cono di latta.
— Vedete questo strumento? È un cannocchiale. Un cannocchiale col quale guardo tutte le notti — fino all’alba — il cielo. Io so che quella meravigliosa creatura è — ora — un corpo astrale. Non è morta perchè non si muore mai definitivamente. S’è trasformata in una stella. La troverò. E poi.... Poi con una potente calamita.........
Tacque. Gli occhi gli battevano di gioia ed il suo volto era pallidissimo.
..............ruberò la stella e riavrò l’amante.
È passato molto tempo dal giorno di quella mia visita all’albergo dei nevrastenici, sui monti della Svizzera. Ma forse non dimenticherò mai quel massiccio fabbricato cinto da una muraglia dove si spegneva il rumore del mondo, e l’Astronomo che nelle notti di luna, con il suo cono di latta, cercava nel colore dell’infinito, nella stella più lontana, l’amante che uccise.
FRANCO LALLI



