Text  ·  Italian

Salotti


CreatorFranco Lalli
SourceIl Carroccio
TypeText
LanguageItalian
Sommario / Synopsis

“Salotti – Adventure in a Single Time” is a one-act salon drama built almost entirely from witty, charged dialogue. It opens with an extended stage description of an opulent third-floor drawing room overlooking a spring garden, windows open to swallows and evening air, with perfume lingering and objects (mirror, silk sofas, leopard skin) emphasizing decadent luxury.

The only characters are “Lei,” a beautiful, self-possessed Countess, and “Lui,” a Duke who is also a poet and seasoned seducer. They begin with cynical generalizations—she dismisses men as distributors of ready-made sweet words, he reduces women to dangerous dolls—then slide into a flirtation shaped by pride and mistrust. The Duke admits he has courted her for seven months and feels in her an unsettling “spell” that turns desire into fear. The Countess parries with irony, warning him against compromising gestures, and invokes her marriage and the threat of scandal as reasons to resist.

As twilight deepens, the Duke demands sincerity, denounces their social “masks,” and argues for wasting life joyfully rather than dutifully. The emotional pressure culminates when he insists on naming what the wind gathers from happy mouths; the Countess, pale, finally utters the word she has withheld: “Love.” The text ends “New York,” marking its place of composition.

Il Testo / Full Text

AVVENTURA IN UN SOLO TEMPO

La stanza è piuttosto grande: dà su un giardino; dal giardino, poichè la serata è limpida e poichè è primavera, giunge un festoso garrire di rondini. Le finestre sono aperte. Nella parete in fondo c’è una porta ed è chiusa: la porta che dà nell’ingresso. Un’altra — quella che accede all’appartamento di Donna Magda di Pietra Nera — è a destra, nascosta da una grande tenda di velluto. A sinistra, entrando, c’è uno specchio: lo specchio riflette e raduna tutta la camera. Sofà e poltroncine di seta rosa. Sopra una sedia — nel vano della finestra del centro — un libro aperto, un romanzo, con le pagine contro il sedile e la copertina rivolta all’insù. Per terra, quasi nel centro, sotto un tavolinetto, una pelle di leopardo. Sul tavolinetto v’è una fiala ed un vaso cinese con un mazzo di fiori. La fiala è rimasta aperta e l’essenza ne fugge liberamente, con la gioia di espandersi. Si vede il cielo di cristallo blu ed una fascia d’orizzonte ragnato da convolvoli d’ovatta leggeri e volubili. Questo salotto è al terzo piano d’una casa che conserva ancora lo splendore degli avi.
Lei e Lui: l’eterno binomio della vecchia commedia. Lei è una Contessa ed è, naturalmente, assai bella. Lunga, sottile, bionda. Occhi grandi e calmi. Cigli finissimi. Porta ai polsi delle grosse armille ed ha le mani quasi prive di colore. Sta seduta — o per meglio dire sdraiata — sopra un lungo divano. Indossa una toletta troppo francese: nero e lilla.
Lui: fuma e guarda Lei. È un Duca e, per aggiunta, un poeta: cioè un sentimentale. Da quando è nato, l’unica sua fatica è stata quella di corteggiare le donne e di recare sulle spalle il peso d’una corona a cinque punte. Tutto il resto: gli occhi, il naso, i capelli, la bocca, l’abito che indossa, la fronte e le orecchie è a piacere vostro. È essenziale questo: sono due creature moderne. Vale a dire malate di lusso, di ambizione e di perfidia.
Lei — Gli uomini? Come si fa a prendere sul serio gli uomini? Al posto del cuore hanno uno “stock” di parole dolci, mellifue, profumate come un pacchetto di caramelle, pronte per ogni gonnella in cui s’imbattono: e questa recitazione la chiamano amore....

Lui — Le donne? Bambole, pupattole. Son venute al mondo per far perdere il tempo, e per camminare a passo di tango. Sono belle in un solo modo: quando sorridono. Ed è appunto nel loro sorriso che si nasconde il pericolo.
Lei — Parole, parole.... Tutto questo sarcasmo, tutta questa aridità si disperde in un attimo — per dar luogo al più acceso lirismo — appena due occhi femminili vi guardano ed una bocca vi chiama. È storia antica: gli uomini che maggiormente disprezzano la donna, maggiormente l’amano. Anzi, allora è peggio: diventano imbecilli. Vi è mai successo qualche volta, duca?
Lui — Di diventare imbecille?
Lei — No, di innamorarvi.
Lui — Sì.
Lei — E non amerete più?

LUI — L’amore è una fede. Molti perdono la fede, e quindi perdono l’amore.
LEI — Ma si può ritrovare questa fede: basta saper cercare, ed attendere.
LUI — Chissà, contessa. Per una creatura felice, mille devono patire; per uno che vince, mille devono perdere. Ed allora è difficile poter ritrovare.
LEI — Quando parlate con serietà, non mi piacete, duca. Datemi una sigaretta e lasciamo stare di fare l’anatomia dell’amore. Prendiamo la vita com’è: con voluttuosa filosofia. Non mi avete forse scritto un giorno, nell’album: “Il tempo ci sorride, noi sorridiamo al tempo”?
(Una pausa. Lei si solleva un po’ e sceglie a lungo la sigaretta nell’astuccio d’oro massiccio che la fine mano di lui le porge. Accende, aspira il fumo con lentezza, torna a sdraiarsi.)
LUI — Prima, contessa, avete parlato quasi un’ora. Di amiche, di viaggi, di moda. Io non ho compreso nulla.
LEI — Questa franchezza mi piace. Del resto, non era molto necessario comprendere.
LUI — No, non l’abbiate a male. Volevo dirvi che il mio pensiero era attirato da qualcosa che m’impauriva, qualcosa che avete in voi....
LEI — (Sorridendo e mostrando i denti minuscoli sulle mezze lune delle rosse gingive) Sarebbe, duca?
LUI — Non so spiegarvelo. Un malefizio oscuro, un fascino che non avevo mai sentito negli altri giorni con tanta violenza. Sarà la luce di questa camera o la malinconia della sera che muore. In tutti i modi mi piace quel languore che avete nelle pupille, quel fremito che vi agita di tanto in tanto le mani, quel modo con cui mi guardate. Tutto ciò mi avvelena l’anima di desiderio.
LEI — Ci siamo, duca. Questa è una nuova dichiarazione. Correte, però, sempre un po’ troppo e fate sempre un po’ di confusione. Molte, molte parole pronunziate con un’arditezza invidiabile e convincente da vecchio scapolo. E ve l’ho anche detto negli avvertimenti che spesso son costretta rivolgervi. Io vorrei che ogni uomo parlasse d’amore ad una donna con minori risorse galanti e senza aforismi. Perchè allora si sarebbe sempre un po’ meno buffi. Non vi pare?
LUI — (Calmo, indifferente) — Non mi pare affatto, contessa. E per una ragione semplicissima: che le mie parole non racchiudevano alcuna dichiarazione d’amore. Così, potevate risparmiarvi la fatica della lunga chiacchierata.
LEI — (Pronta, con scaltrezza) — E voi — allora — quella del lungo complimento.
LUI — Il complimento è in fondo ammirazione, anche se esagerata.
LEI — La quale diventa quasi sempre pericolosa sulle labbra di un uomo che reca con sè il retaggio dei don Giovanni.
LUI — (Curvandosi sullo schienale della poltrona e guardandola sempre negli occhi) — Voi, però, questo pericolo non lo temete.
LEI — Perchè me lo domandate?
LUI — Perchè lo dubito.
LEI — Ed allora vi risponderò che mi conoscete troppo poco. Non ho avuto mai paura io ed ho la risata insolente per le piccole insidie. (Arrestandosi di botto e poi con un lungo sorriso) Permettetemi una domanda, duca. Perchè non prendete moglie?
LUI — E’ un consiglio?
LEI — No. Una domanda.
LUI — E chi dovrei sposare?

LEI — Oh, vi è dappertutto una pleiade di signorine in cerca di marito.
LUI — Lo so. E questa pleiade mi pare una vastissima mostra. Occhi, nasi, bocche, capelli biondi e capelli bruni. Col mio temperamento, dovendo acquistare, mi assale il desiderio di acquistare tutto. Non posso scegliere fra tanta merce....
LEI — Preferite osservare gli articoli uno per uno?
LUI — Piuttosto....
LEI — Ma all’ultimo si finisce, inevitabilmente, con l’andare incontro alla stanchezza. Non vi piace, per esempio, Carla Ferrucci?
LUI — Troppo bionda.
LEI — Laura San Giorgio?
LUI — Troppo bruna.
LEI — E Rosanna?
LUI — Posa troppo. Pretende di essere una grande pittrice sol perché oltraggia con i colori degli uomini i colori di Dio.
LEI — Come siete incontentabile!
LUI — No, contessa.... Si tratta piuttosto d’altro. Il matrimonio, vedete, non è sempre la migliore delle soluzioni. E vi sono degli uomini che non sanno stare fermi. Hanno bisogno di moto.
LEI — Ho compreso, vi attrae di più il pericolo del celibato. Chi era quella signora che entrò con voi l’altro giorno da Savini?
LUI — ?!....
LEI — Perché non rispondete, duca?
LUI — Perdonate: ero distratto. Pensavo....
LEI — Pensavate a qualche cosa molto lontana da qui?
LUI — Non so....
LEI — (Con civetteria) Oppure molto vicina? A me, per esempio?
LUI — Sarebbe una menzogna gentile dirvi di sì....
LEI — Cosa potreste pensare di me, duca?
LUI — Nulla, contessa.
LEI — Oh, via.... Senza reticenze. Una persona del vostro stampo, quando si trova accanto ad una donna in un salotto dove cala la sera e si illanguidisce un profumo di Houbigant.... avrà sempre da pensare a qualcosa.... Ditemi....
LUI — Vi preme molto saperlo?... E perché?...
LEI — Per curiosità, come dicono le donne....
LUI — Va bene. Allora vi dirò che pensavo questo: da sette mesi vi fo la corte e voi da sette mesi mi sfuggite con scaltrezza facendomi perdere la testa.
LEI — (Vivace ed ironica) Ciò non dovrebbe costituirmi un rimprovero. Voi prima trascinavate lo sbadiglio della vostra esistenza da un caffè all’altro, annoiandovi nei teatri e snervandovi presso i tavoli verdi. Io invece vi ho dato un impiego, vi ho procurato un lavoro elegante, un’impresa puramente aristocratica.... Dovreste essermene grato.
LUI — (Serio, come seguendo un’idea fissa) Pensavo che siete un po’ cattiva....
LEI — (Pronta, divertendosi) Potrebbe anche darsi. E potrebbe anche darsi che domani — all’improvviso — come per un miracolo operato dal cuore, io diventi buona.
LUI — (Pensoso ed energico).... che siete una piccola donna, piccola e debole, che si sacrifica per scansare i pettegolezzi d’un centinaio d’idioti, tra amici e parenti, che rappresentano il suo mondo e sono a difesa del suo nome. Che avete paura d’amare pensando allo scandalo. Questo pensiero vi arresta, vi paralizza, vi chiude in una glaciale indifferenza che dovrebbe avere lo scopo, credo, di tener fermo il piedistallo della vostra onestà mentre, invece, smorza la voce del vostro cuore anelante a godere, il senso della vostra anima che vorrebbe essere felice....
LEI — (Calma) Se voi supponete, duca, con una ammirabile presunzione, che la mia felicità dipenda dall’accettare il vostro amore stridulo ed insistente, vi sbagliate molto. Ve l’ho sempre detto: un uomo di meno è un sogno di più.
LUI — (Con gesto vago d’uomo esperto) Tutte le donne dicono così prima. Poi si convincono che è meglio perdere un sogno anzi che perdere un uomo.
LEI — Non credo, duca. E non fidate molto nella vostra affermazione. Vi sarà sempre una donna restia che non riuscirete mai a persuadere.
LUI — (Mentre lei parla, si curva risoluto, afferra in un attimo una mano della contessa, la bacia. Poi esclama, disinvolto) Posso?
LEI — (Severa, turbata) Ora potete chiedere soltanto se è possibile essere perdonato.
LUI — La mano era abbandonata.... Quasi mi toccava....

LEI — Oh, certo non la tenevo così per invitarvi a baciarla.
LUI — Ho pensato che quando una mano è bella, volendo, si può anche baciarla.
LEI — In quanto a questo, volendo, si possono fare molte altre cose.
LUI — Via, non esagerate, contessa.
LEI — Non mi piace il vostro modo. È da bambino ed è stupidamente compromettente per me. Sapete che da molto tempo, sì, ho della simpatia per voi, ma non dovreste abusarne.
LUI — Se vi siete offesa, vi domando scusa.
LEI — (Si mette a sedere in fondo al divano. È corrucciata. Ravvia con una mano, sulla nuca, il viluppo biondo dei capelli, intreccia le dita sui ginocchi, resta ferma.)
LUI — (Si avvicina) La sigaretta è spenta, volete del fuoco, contessa?
LEI — Vi perdono ma non mi guardate più così, con quegli occhi.... Badate.... Vi bruciate le dita....
LUI — È un piccolo piccolo fuoco. Non può fare paura. Figuratevi molte di queste fiammelle accese nei vostri occhi.... Più sotto una bocca che dica.... “sì”...
LEI — Come siete complicato, oggi.
LUI — No, non scherzate più. Sentite....
LEI — Vi scottate.... Spegnete il cerino.
LUI — Vi amo.
LEI — Lo sapevo. O almeno mi pare di avervi sentito dire qualche volta, tra molte cose vane, anche questa.
LUI — Vi amo. Adesso vi amo di più.
LEI — Ma, duca, siate ragionevole. Io ho un marito.
LUI — Non m’interessa.
LEI — Come non v’interessa?
LUI — Vostro marito è vecchio ed è brutto. Non capisce nulla.
LEI — Ciò non basta per potermi far amare un altro.
LUI — Vi tradisce.
LEI — Non è vero. E se è vero, non importa. Tutti i mariti tradiscono le mogli. Poi le amano.

LUI — Gli volete molto bene?
LEI — Credo di sì.
LUI — Non l’avete mai tradito?
LEI — No.
LUI — Non lo ingannereste?
LEI — (Guardandolo con fierezza) Con voi no, certamente.

Un lungo silenzio. Lei si alza svelta e corre davanti allo specchio. Si mira. Si fa notte. Le tende delle finestre si gonfiano ad ogni alito di vento. Sale dalla strada un vocìo confuso, il rumore della folla che passa. Intorno, nel salotto, gli oggetti si velano d’ombra. Lei torna indietro, si avvicina al Duca.

LEI — (Con voce buona, carezzevole.) Adesso siete voi inquieto. Si va a finire sempre così. Io però non volevo offendervi. Facciamo la pace e venite con me, vicino alla finestra, a guardare il giardino.

LUI — (Sorridendo) Non sono affatto dispiaciuto. Nessuna vostra parola, anche violenta, potrà mai offendermi. Vorrei piuttosto un po’ più di sincerità. Perchè questo giuoco vizioso, cattivo, inutile? A cosa serve questa maschera che abbiamo sulle facce? (Si fermano nel vano d’una finestra. Restano di fronte guardandosi gli occhi. Lui le prende le mani) Non sapete che così si soffre e si invecchia? La vita va vissuta diversamente. La si può anche sciupare, ma sciupare con gioia. Il resto non ha nessun valore. Non mi volete amare, mi fug-gite sol perchè altre donne son venute a popolare i miei giorni tediosi facendo troppo rumore. E’ ridicolo pensare al passato. Bisognerebbe invece dimenticarlo perchè è sempre il nostro peggiore nemico.

LEI — Duca, io mi son molte volte domandato: è mai possibile un amore vero in voi?

LUI — Amore vero! Due parole vuote di senso. Ma questo è certo che potrebbe essermi gradito amare una donna senza desiderare di possederla, dopo averne possedute tante senza averle amate.... Io so che non volete bene a vostro marito. Ma mentite, parlate di doveri. Quando una donna non ci vuole parla di doveri, quando le siam di peso parla di doveri, quando vuol tornare libera parla di doveri. Mentre si potrebbe dire la verità, la verità che può far male ma può anche guarire. Guardate? Vedete la sera che scende, che ammanta di nero tutte le cose? E noi abbiamo paura del buio. Nelle nostre anime, invece, ora si do-vrebbe fare la luce come se vi si sfogliassero le stelle.... Sentite questa vampata di profumo che sale dal giardino?... Sapete quale luminosa parola raccoglie in questo istante il vento su tutta la terra, dalle bocche delle creature buone e felici?...

LEI — (Pallida) — Sì. La so.
LUI — Allora dilla....
LEI — Amore....

New York

FRANCO LALLI

I Manoscritti / Original Typescripts · 5 fogli