Text  ·  October 1922  ·  Italian

Sotto l'Ombrello


CreatorFranco Lalli
DateOctober 1922
SourceIl Carroccio
TypeText
LanguageItalian
Sommario / Synopsis

“Sotto l’ombrello” is a lyrical, modernist-tinged novella centered on Severino Madera (called Rino by friends, “Se” by women), a 26-year-old Italian man of private means who has drifted through the world like an exile, seeking freedom and novelty but increasingly afflicted by an unnamed inner sickness: boredom, loneliness, and a corrosive melancholy. Having rejected study and conventional life, he spends his youth on travel and casual seductions, treating women as the last remaining passion capable of briefly lifting his despair.

One rainy autumn evening in a large city, he impulsively approaches a petite, elegant young woman and offers to share his umbrella. Their flirtation quickly turns intimate as they walk through the crowd, trading evasions and half-confessions; he speaks as if already in love, and she responds with teasing reserve behind her veil. They remain together for four days, apparently in a mixture of sensuality and tenderness, before she suddenly leaves by train without a true farewell. He is left with only a hairpin and a delicate handkerchief marked with a single embroidered initial.

Years later, now old and isolated in a castle, Severino lives on memory. The lost woman becomes the defining color of his youth, and the story closes with a meditation on love as unattainable desire, intensified by absence and never truly possessed.

Il Testo / Full Text

NOVELLA

Uscì di casa che non era ancora scesa la sera. Nella sua anima, tutto il giorno, era stata la malinconia come una rondine nel nido. Per fugarla egli aveva tentato invano di deviare il pensiero, di sorridere, di convincersi che le sue tristezze, in fondo, peccavano di un eccessivo sentimentalismo e rappresentavano quasi una nuova maniera per colorire con un po' di poesia nostalgica il fondo grigio dei suoi giorni inutili. Sempre così.... Memorie, rimpianti di cose perdute o non comprese, profumi di sogni sciupati o avvizziti, chiazze d'azzurro, occhi di bimbi e bocche di donne, nel frullo degli anni lontani, nelle pause d'una vita sbrigliata. Tutto quistione di nervi. Capricci da gente ricca, durante le digestioni laboriose. Eppure il suo era un male diverso, terribile. Non si poteva chiamare con nessun nome. Era nato piano piano durante i suoi vagabondaggi d'esilio attraverso il mondo. Dapprima con una specie di noia non fastidiosa, poi con un senso preciso di vero tormento. Aveva ventisei anni e cinquantamila lire di rendita. Era alto, bruno e non serio. Aveva di bello gli occhi e le mani. Di brutto il naso troppo piccolo e la bocca troppo grande.
Allo Stato Civile di un paesello montano figurava per Severino Madera: ma gli amici lo chiamavano Rino e le donne lo chiamavano Se. Aveva studiato poco. Di un'intelligenza viva e pigrа non gli erano mai piaciuti i classici, la geografia e la scienza dei numeri. Ogni anno, infatti, specialmente il professore di matematica, l'aveva inesorabilmente bocciato. Quando morì il padre, uno di quegli uomini della vecchia razza che somministravano la vita a dose uguali e a base di buon senso, il figlio pensò al modo migliore come sciupare tutta la fortuna ereditata. E si innamorò della strada, di quella maniera di vivere che è libertà. La musica della lontananza l'avvinse, l'Ignoto lo trascinò sempre più. Divenne un avventuriero, uno zingaro. Camminò per la terra lontana, fra la gente delle nuove città, forse illuso di poter trovare chissà dove, chissà quando, un po' di pace per il suo spirito inquieto. Ma un giorno, quasi all'improvviso, principiò il suo male. Ed allora la sera, tutte le sere, nelle stanze d'albergo, quando le finestre lentamente rabbuiavano, avvertiva il cuore che gli doleva. Lo sconforto l'avvinse. Denudò l'esistenza, analizzandola col pensiero. Si sentì solo, stanco. E comprese che lo sbadiglio è la conclusione logica di tutte le passioni umane, e che la più bella strada del mondo è soltanto quella che gira intorno alla casa che lasciammo.... Nella sua anima amara e fredda rimaneva ora una sola passione: la donna. Una bontà luminosa, una tenerezza viva per tutte le donne. E perciò sperperava ancora affannosamente quell'acerba violenza dei suoi anni giovani sulla bocca di piccole creature sconosciute che gli venivano dalle chiassose comitive, nelle notti di incantevole perdizione. Donnine allegre che poi se ne andavano così come erano venute, in cerca di un'altra via, in cerca di un'altra illusione; anch'esse malate del suo stesso male, anch'esse maschere gioconde nell'inutile falsità della vita. Severino Madera s'innamorava quasi tutti i giorni. Come fanno i poeti e gli annoiati. E quando per la via si fermava a guardare il profilo o la flessuosità d'un figurino, l'ala d'un cappello o la tinta d'un nastro, la curva di un ricciolo o il ritmo d'una movenza, così, come per incanto, tutta la tristezza annidata nell'anima sfarfallava leggiera e tornava un ragazzone gioiale.

***

Uscì, dunque, che non era ancora scesa la sera. E l'incontrò di botto, all'angolo d'una strada.

Oh, bisognava vederla!....

Un bombon di zucchero. Una cosettina piccola piccola, fragile fragile, chiusa in un abito morbido di seta grigia, con un minuscolo cappello girato da un nastro che sul davanti si serrava a nodo. Fresca profumata elegante.
Severino Madera la seguì e l'avvicinò.
— Signorina?
— Desidera?
— Permette che l'accompagni?
— Grazie. Sono giunta.
— Non fa nulla.... Permette?
— Ma io non la conosco....
— Una combinazione di più per poterci conoscere.....
— Uh.... che bella sfacciataggine.
E rise con gli occhi.
Poi proseguì camminando svelta.
Pioveva.
Una pioggerella fina, insistente, petulante. La luce dei negozi si proiettava fredda e torbida. La via correva dritta.
— Signorina?....
— Insomma.... v'annoiate camminare da solo?....
— .... Sono molto seccante: lo so. — Ma....
— .... ma se ho detto di non conoscervi....
— .... Fermatevi e mi presento subito.....
— ?....
Passò un signore. — Salutò. — Lei rispose con un leggier cenno del capo. Un'automobile li divise. Ma si ritrovarono subito vicini.
— Penso che indubbiamente mi crederete un imbecille: ma non importa. Se volete posso offrirvi l'ombrello.... vi state bagnando....
Questa volta lei non rispose.
Guardò come urtata, come sorpresa, come curiosa. Una donna quando esce di casa pensa sempre che per la via potrà incontrare qualcuno che le dirà qualcosa per farla ridere o per farla innamorare.
Per lo più lei si ferma ed ascolta l'uomo che maggiormente è dotato di sfacciataggine, quello che più l'annoià con la sua ardita petulanza, con il suo melodrammatico e sdolcinato frasario d'amore; sorride a quel Don Giovanni che le sappia dispensare la propria irresistibilità con un gesto più spinto degli altri, con una parola troppo precisa; cerca l’uomo, insomma, che senza conoscerla, di botto, le dice molto vicino alla bocca, come volesse baciarla: Mi piaci..... Questo, alla donna, piace molto, infatti. Raccorciarono il passo. Le persone si affollavano sui marciapiedi, passavano in fretta. Qualcuno li guardava. Sotto l’ombrello, lui le parlava piano, quasi con intimità, un po’ indiscreto, scherzando, già innamorato..... Contro lo specchio di una mostra di negozio videro le loro persone riflettersi, avanzare, rimanere coverte da altre immagini. Guardandosi dovettero pensare che erano della stessa altezza, che portavano due personali quasi simili, sciolti ad un’eleganza distinta, che avevano gli occhi cerchiati da uno stesso segno di smanie e che forse si sarebbero voluto anche un po’ di bene.... Sotto l’ombrello, sentivano la pioggia battere in un modo curioso curioso, come se volesse per forza farli ridere. Di tanto in tanto, le spalle si toccavano.... Uno sfioramento lieve, pauroso, appena percettibile, ma che infiammava il pensiero. Lui le prese il braccio. E lei non si mosse, non disse nulla. Solo abbassò la veletta sul volto. Come per non farsi riconoscere.
— Entriamo in un caffè?
— No. Camminiamo. Mi piace molto passeggiare quando piove... Ed a voi?
— Se vi piace, mi piace. Una pausa. Studiavano le parole. Dopo un po’ lui le disse ancora come un ragazzo impertinente:
— M’accorgo che vi potrei amare molto.... Vi dispiacerebbe?
— Forse....
— Perchè?.... — !?....
— Come vi chiamate?....
— !?....
— Perchè non rispondete? Sono molto imprudente?... Sì?... Mi perdonerete, nevvero?.... Oh, non vi mostrate così cattiva.... Via.... Volete che vi dica che siete molto bella?... No?... E allora?.... Lei rideva. Un piccolo sorriso malizioso sul fior della bocca. Sotto l’ombrello, piano, senza farle paura, le prese una mano, gl’iela strinse nella sua.
— Che direste se volessi darvi un bel bacio anche per forza? Dietro la veletta, gli occhi rimproverarono e carezzarono.... La strada correva dritta.... Una sera d’autunno. Camminando per la via di una gran città, tra la folla che vi spinge e non vi cura, sentirvi a fianco una creatura forestiera che non sapete chi sia nè dove vada, ma che solo cammina, passa come voi in mezzo al grande alveare umano di quella immensa moltitudine di case simmetriche e bianche, tra i visi della gente sconosciuta, e guardarle gli occhi grandi e neri pieni di mistero, e cercare d’indovinare il suo nome che dovrà essere molto bello, e sentire in lei come una amica, come una persona che non vi potrà fare del male, e pensare che domani non la rivedrete più, che tornerà a perdersi tra la folla in cerca d'una nuova strada, e poterle prendere una mano e poterle dire una parola magari anche sciocca, ma che sentite necessaria pronunziare in quel momento — oh questo sarà davvero l'amore.....
Una sera d'autunno — ed una donna passa sulla vostra anima. Una donna che non dimenticherete mai più. Vi butta un fiore o un sorriso o vi regala un po' di profumo della sua bocca piccina.
Per farvi sentire il cuore pieno di nostalgia.
La seguite, la cercate, ma non potrete mai ritrovarla nella vita, poi. Una donna?.... Povere bambole dai grandi occhioni pieni di nulla. Tormentate dalla nostra vanità, dai nostri desideri, dai nostri capricci senza bellezza.

***

Restarono assieme quattro giorni. La sera del quarto giorno lei fuggì, riprese la sua via. Presso il montatoio del treno rimasero per un istante fermi, vicini, senza parlare. Lei aveva nelle mani un gran mazzo di rose fresche. Era un po' pallida, un po' sciupata: più snella nell'abito a giacca, gli occhi belli, pieni di un colore di malinconia....
Lui sperò ancora rattenerla, non farla partire, rimuoverla da quella immediata risoluzione.
Non riuscì.
Allora una sofferenza vaga gli bruciò nel cervello.
E restò così a guardare un fanale rosso che si perdeva incontro alla notte, che si trascinava dietro come qualcosa della sua anima, come il profumo d'una poesia che avrebbe perso per sempre e che si smarriva con la risata sarcastica delle rotaie del treno. Quando tornò a casa, nella stanza ancora disordinata, ritrovò una forcella e su una sedia un fazzolettino morbido come un ragnatelo, pregno d'un odore gentile, con una sola lettera lungo un pizzo. Una piccola lettera ricamata con filo di seta nera.... Forse diceva il suo nome....

***

Ora son passati gli anni e Severino Madera è tanto vecchio. Vive lontano dal frastuono del mondo, in un antico castello, sempre solo e chiuso in quella tristezza amara che hanno gli uomini quando hanno perso tutto, quando hanno attraversata per intera la vita e poi si son fermati stanchi, curvi, avviliti durante il percorso di un'ultima strada a guardare con gli occhi spenti e schernitori questa fiamma meravigliosa che si chiama la speranza impallidire a poco a poco, fuggire inesorabilmente dai loro freddi e morti cuori di viandanti che sognarono andare incontro alla bellezza, che cercarono, follemente, la musica pazza di una fiaba dolorosa e infinita: l'Amore.
E qualche sera, chissà?, forse quando guarda dalla finestra il cielo scolorirsi e tra due nuvole stracciate vede passare la prima rondine della primavera che torna, qualche sera, chissà?, forse quando sulla cenere d'un antico focolare ode cantare un ceppo enorme e nella camera entra un tremolio di luce azzurra, un colore di sole spento, allora, lui, il vecchio dai capelli bianchi, penserà ancora alla musica della fiaba infinita. E rammenterà una donna, una sola fra mil'e che baciò, una himba dagli occhi meravigliosi incontrata in una sera di autunno, camminando per la via d'una città lontana: una donna che tenne vicino per solo quattro giorni, che vide partire d'improvviso senza quasi dirgli nemmeno una parola d'addio, che sperò perdutamente poter rincontrare e che amò, amò per sempre, con una inconcepibile tristezza di passione.... Questa donna formò il vero colore della sua giovinezza, il solo passato della sua anima coperta dalla polvere dell' lontananza percorsa in delirio.... E di lei nulla seppe mai.... Nemmeno il suo vero nome.... Nemmeno il paese dov'era nata.... Solo una forcella smarrita ed un fazzolettino morbido come un ragnatelo, dimenticato su una sedia.... ricordavano una breve e futile storia.... Per quattro giorni si erano amati con tutta la lussuria dei sensi e la bontà dell'amore.... Poi, fuggì. E il suo corpo gli restò in parte sconosciuto..... e non seppe tutte le sue carezze, e non sentì il tormento della sua raffinata malizia, e il desiderio si piegò, si ruppe, non fu sazio, e la gelosia non lo fece piangere, e la sua carne non fu stanca, rimase senza alcun segno, e non conobbe i brividi della passione aspra e violenta, e passò come la bella forestiera a cui in una sera, camminando, si dice solo molto vicino alla bocca, come se si volesse baciare: Mi piaci.....
Ecco. Era fuggita.... Ed era la felicità, il sogno raggiunto, la vera donna. Bastava una parola per prenderla.... e si lasciò fuggire.... Perciò lui l'amò sempre più nel ricordo. Perciò la cercò dovunque, con disperazione, sperando poterla rincontrare.
Non la ritrovò. Rivedendola, allora, certo, non l'avrebbe più amata. Perché l'amore è il sogno verso la lontananza che non si può raggiungere, è il desiderio non soddisfatto, è la tentatrice Bellezza che si ha sempre davanti agli occhi e non la si può ghermire mai, è lo sforzo continuo, immenso dell'umanità infelice in cerca d'oblio, è la fantasiosa leggenda eterna ed indistruttibile nella natura, è nulla ed è tutto, è il bisogno dell'anima che vuol piangere o vuol ridere, è una breve storia senza principio e senza fine, è la memoria d'una sera lontana, quando una sconosciuta a cui parlavate con tenerezza vi seguiva a fianco ed insieme, poi, come due fanciulloni buoni e cattivi, ridendo, ascoltavate sotto l'ombrello, la pioggia battere in un modo curioso curioso.....

New York, ottobre 1922

FRANCO LALLI

I Manoscritti / Original Typescripts · 5 fogli